international analysis and commentary

Gli USA nel mondo: due fronti e una sfida tra modelli

1,142

Il peggiore scenario strategico globale per gli Stati Uniti si sta almeno parzialmente avverando: uno scontro a tutto campo con la Cina (sebbene al momento non un conflitto bellico) e una simultanea crisi con la Russia (sebbene per ora indiretta sul piano militare). Una sorta di guerra su due fronti, in Europa e in Asia-Pacifico, è da sempre l’incubo del Pentagono, e per ottime ragioni strategiche.

Non siamo però davvero in questa situazione, o quantomeno non ancora. E ci sono contromisure efficaci per ridurre il rischio che lo scenario si realizzi del tutto.

 

In primo luogo, una delle molte lezioni della guerra scatenata dalla Russia in Ucraina è che gli osservatori internazionali hanno decisamente sopravvalutato sia l’intelligenza politica sia l’efficacia militare del governo guidato da Vladimir Putin. Al tempo stesso, si è purtroppo frainteso il senso degli strumenti “ibridi” che Mosca è disposta a utilizzare in politica estera: in realtà, non c’è nulla di ibrido in un’invasione seguita da uno stallo militare e da un utilizzo sistematico dei bombardamenti contro obiettivi civili. Anche da questo fraintendimento è derivato il fallimento della deterrenza verso la Russia, che è sempre la prima linea di difesa contro un avversario potenzialmente aggressivo. Sarà bene ricordarlo per il futuro, sia in Ucraina che altrove.

 

Leggi anche: Lezioni ucraine

 

Rimane il fatto che Putin non è in grado di raggiungere gli obiettivi politico-militari che si è prefisso con l’azione avviata il 24 febbraio 2022. Per la coalizione a guida americana, il fronte russo è tuttora aperto e dinamico (con rischi di estensione a Paesi vicini dell’Ucraina), costoso (tragicamente costoso per gli ucraini) e pericoloso, ma l’avversario non ha affatto sfondato. E la Cina ha preso nota.

In secondo luogo, dobbiamo guardare, appunto, al versante cinese senza panico: le relazioni sino-americane presentano dei margini di flessibilità e dunque possono ancora essere orientate in una direzione non del tutto conflittuale.

Se il rapporto con Pechino è per certi versi già simile a una “Guerra fredda 2.0”, l’interdipendenza bilaterale ha comunque caratteristiche peculiari, soprattutto perché la Cina di oggi è una strana superpotenza economica: fortemente integrata nelle catene globali del valore, e per questo anche vulnerabile a pressioni che non avevano molto effetto su un Paese come l’Unione Sovietica. Va sempre ricordato infatti che il Partito unico cinese basa tuttora la propria legittimità sulla promessa di una duratura crescita economica e dunque del benessere dei suoi cittadini/sudditi – che certo non hanno voce in capitolo nelle scelte politiche ma possono mettere in imbarazzo il regime con forme di resistenza passiva, con la semplice “fuga dei cervelli”, e talvolta perfino con proteste esplicite (sulle reti digitali o nelle strade). Insomma, la Cina di oggi ha ancora bisogno degli Stati Uniti e avrà nei prossimi anni molto bisogno di un sistema globale degli scambi relativamente aperto.

Del resto, anche da parte americana non c’è un vero interesse razionale a un netto “decoupling” economico-tecnologico, ma questo risultato potrebbe essere comunque ottenuto per errore se le tensioni politiche dovessero continuare ad aggravarsi. In effetti, negli Stati Uniti si è consolidato un forte consenso bipartisan sul “contenimento” a 360 gradi della Repubblica Popolare Cinese – in chiave militare attraverso le alleanze asiatiche a guida americana, in chiave tecnologica con restrizioni e sanzioni, e in chiave più ampiamente economica con una maggiore selettività nel gestire i rapporti commerciali.

Su questi punti i Repubblicani non hanno motivo di criticare davvero l’amministrazione Biden, e infatti assistiamo piuttosto a un rilancio continuo tra i due partiti su chi sarà più fermo nei confronti di Pechino. La stessa campagna presidenziale del 2024 proseguirà su questo binario. Tra l’altro, il GOP sa di doversi muovere con molta attenzione dopo gli errori evidenti commessi dall’amministrazione Trump nella prima fase del suo turbolento quadriennio, quando il Presidente fece ogni sforzo per farsi vedere a fianco di Xi Jinping come grande protagonista di vertici bilaterali che avrebbero ridefinito i destini del mondo mediante il suo geniale approccio “transattivo” – poi naufragato nella tempesta della pandemia. Insomma, Biden e il suo Partito non devono realmente temere possibili accuse di essere stati “soft on China”: lo conferma anche la strana vicenda dei palloni-spia, con le notizie trapelate su vari episodi analoghi proprio sotto l’amministrazione Trump.

 

Leggi anche: L’escalation della guerra tecnologica sino-americana

 

Ciò ha un’implicazione importante per l’atteggiamento di Washington verso Pechino, in quanto sia Biden sia il suo eventuale successore avranno uno spazio di azione internazionale non troppo condizionato dalla politica interna: si potranno così esplorare alcune opportunità di de-escalation, si potrà coltivare un dialogo (sebbene teso) su temi di interesse comune, e si potrà forse perfino co-gestire pragmaticamente il “problema Russia” quando finalmente cesseranno gli scontri militari in Ucraina.

Si deve aggiungere a questa analisi un’altra considerazione sui punti di forza e debolezza delle due maggiori potenze globali di oggi: la Repubblica Popolare Cinese è retta da un regime politico irrigidito oltre che dispotico, troppo accentrato per gestire un Paese che sperava (forse spera ancora) di essere dinamico e innovativo. Inoltre, la sua economia ha già raccolto tutti i frutti più facilmente accessibili dell’apertura ai meccanismi di mercato, attivando i classici fattori della produzione che troviamo nei libri di testo, cioè manodopera (a bosso costo), tecnologia (importata e copiata), capitale (fornito e garantito soprattutto dallo Stato). Il difficile arriva adesso, quando l’economia della conoscenza richiede la piena attivazione della rule of law e le aspettative delle nuove generazioni non saranno soddisfatte solo dal patriottismo: una Cina che invecchia demograficamente prima di essere realmente diventata ricca – almeno per gli standard OCSE – è un problema per se stessa e forse per il resto del mondo. Lo è per le sue debolezze, prima ancora che per la sua forza.

Intanto, e in parte per le stesse ragioni appena ricordate, va anche tenuto conto della qualità davvero bassa della diplomazia cinese (a dispetto di una presunta destrezza negoziale di Pechino) che è emersa una volta di più con le proposte per un “piano di pace” sul conflitto russo-ucraino. Forma e sostanza di quelle proposte ufficiali cinesi sono francamente imbarazzanti; pieno di incoerenze e di lacune concettuali, il documento non passerebbero il test minimo di una tesina universitaria in scienze politiche, con tutto il rispetto per i giovani studenti di questa disciplina.

C’è anche da domandarsi se il leader unico del Partito unico si renda conto di come vengono percepite le dichiarazioni sue e dei suoi portavoce in consessi internazionali come l’Assemblea dell’ONU, il G20 o Davos: quando i rappresentanti cinesi si ergono a paladini della globalizzazione, del libero scambio, e perfino della giustizia nel mondo, nessuna audience può prenderli sul serio, e le parole che escono dalle traduzioni simultanee risuonano come un monito orwelliano da “Fattoria degli animali”.

E’ ancora peggio quando le autorità di Pechino annunciano l‘alba di un nuovo ordine mondiale post-occidentale, le cui regole sarebbero magari definite da un gruppo di lavoro sino-russo-iraniano, con consulenti nordcoreani e bielorussi: l’idea che l’impianto normativo di una nuova e diversa globalizzazione venga concepito da queste leadership illuminate è visto da chiunque altro come uno scenario a metà tra la distopia e la satira politica. Quello che sfugge alla leadership cinese è che un ordine internazionale di cui altri vogliano far parte liberamente non può fondarsi sugli stessi principi del regime politico su cui si regge la Repubblica Popolare. Mentre ha senso per un leader americano (o europeo) proiettare verso l’esterno la visione (certo idealizzata) che ha del proprio Paese o delle alleanze di cui fa parte, sperando di attrarre altri con una forma di soft power, il modello cinese è una sorta di sirena d’allarme che respinge chiunque si dovesse avvicinare.

Insomma, oltre a serissimi problemi strutturali interni, la potenza antagonista degli USA sembra soffrire di una vera carenza di autopercezione.

A fronte di queste gravi debolezze del gigante asiatico, vi sono certamente molti punti di forza, perfettamente noti a Washington. Gli Stati Uniti, quantomeno con l’amministrazione Biden, stanno faticosamente cercando una linea mediana tra contrapposizione (soprattutto a scopo di deterrenza) e dialogo (anche per salvaguardare una parziale interdipendenza commerciale che può tuttora essere reciprocamente vantaggiosa, a certe condizioni). Dobbiamo prepararci a una fase in cui le due maggiori potenze globali fisseranno alcune regole del (loro) gioco, proprio per evitare incidenti di percorso, lanciandosi segnali in codice per chiarire quali interessi sono vitali, quali sono importanti, quali sono negoziabili, e quali sono decisamente secondari.

In tale contesto si può inserire anche la stessa vicenda russo-ucraina, in cui almeno un dato è chiaro sia a Washington che a Pechino: la Russia di Putin è una potenza in rapido declino, incapace di integrarsi realmente negli scambi globali ma perfino di usare efficacemente lo strumento militare nel suo immediato vicinato.

Lo scenario che rischia allora di concretizzarsi è un tentativo semi-concertato da parte di Pechino e Mosca di approfittare del vero fattore “geografico-politico” che conta: la Cina è una superpotenza (pur con le carenze che abbiamo visto) nella regione indopacifica, mentre la Russia è una “potenza residuale” (ormai uno Stato parzialmente fallito) nella regione eurasiatica. Ci sono dunque le condizioni per una pericolosa dispersione delle risorse americane, di cui oltretutto potrebbero approfittare piccole potenze opportunistiche (Iran, Corea del Nord, ma non solo) per fare i loro interessi locali. Non è però soltanto una prova di forza quella che si sta verificando, bensì un confronto tra modelli di governo e di relazioni internazionali: è bene ricordare cioè che sia Pechino sia Mosca si pongono e si propongono oggi come alternative a un intero sistema di rapporti globali. La versione cinese di questa sfida punta soprattutto alla penetrazione economica per dividere l’Occidente (allargato) e conquistare alleati nel “Global South”, mentre quella russa spera di usare ancora le forniture energetiche e ciò che resta delle forze armate per costruirsi dei punti d’appoggio nel suo ex-impero coloniale e approfittare di conflitti locali altrove.

In tal senso, la sfida del conflitto su due fronti esiste davvero, ma maschera una competizione tra forme di governance ed è molto asimmetrica sui due versanti – se non altro perché la Federazione Russa sta commettendo un lento suicidio. E’ comunque una sfida che riguarda noi europei tanto quanto gli USA.

In questo quadro, si devono appunto inserire le opzioni per i Paesi europei e per la UE come tale. Si sta avvicinando a grandi passi il momento della verità in cui Washington chiederà ai suoi alleati nel Vecchio Continente di assumersi quasi pienamente la responsabilità diretta per la sicurezza e la difesa (terreste e marittima, fisica e cyber) del grande “vicinato” di Sudest. E’ un’area diversificata e perfino frammentata, ma comunque collegata da rischi e minacce importanti: va in effetti dai confini occidentali e meridionali russi fino al Levante, passando dunque per i Balcani e il Mar Nero per arrivare al bacino del Mediterraneo.

 

Leggi anche: Europe’s Military Priorities in 2023: time for hard choices?

 

Data la complessità di questa regione (che finora non abbiamo neppure considerato tale in senso unitario), si dovrà ricorrere a tutti gli strumenti disponibili, sia di hard power che di soft power: maggiori capacità militari con comandi unificati, aiuti militari e addestramento di Paesi-partner, diplomazia ad ampio spettro, interventi finanziari diretti, accordi economici, intese sui flussi migratori, aiuti umanitari. Se la UE crede davvero nella sua vocazione di “potenza normativa”, è il momento di far valere anche questa speciale capacità, nel modo più possibile creativo ma anche rapido.

Ecco la nostra occasione di prendere sul serio le tante parole spese sulla cosiddetta “autonomia strategica”, perché è questo il suo vero significato pratico. Che ci piaccia o no.