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L’India, fabbrica mondiale dei vaccini

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Nella corsa all’oro del vaccino l’India parte con molti metri di vantaggio: il gigante asiatico è al primo posto al mondo nel settore, con il 60% della produzione mondiale e 1,5 miliardi di dosi sfornate ogni anno, destinate a oltre 150 Paesi. Impegnati in patria nel piano di vaccinazione più grande del pianeta, Narendra Modi e i suoi uomini sanno bene di recitare su un palcoscenico che va ben oltre l’emergenza interna.

A livello nazionale, del resto, la campagna di vaccinazione procede a rilento anche per via del calo costante dei contagi registrato negli ultimi mesi; il 18 marzo erano soltanto 36,4 milioni gli indiani che avevano ricevuto un vaccino, su una popolazione di circa un miliardo e 380mila abitanti, in alternativa tra quello di AstraZeneca e il Covaxin, sviluppato dall’impresa indiana Bharat Biotech, entrambi prodotti sul territorio nazionale.

 

Non è quindi un caso che il premier indiano abbia cercato a più riprese di rassicurare la comunità internazionale sulla risposta globale al Covid-19: “Anche se l’India è autosufficiente –  ha dichiarato – siamo preoccupati per la felicità, la cooperazione e la pace nel mondo”. E nell’intervento del settembre scorso alle Nazioni Unite ha ribadito che la grande capacità produttiva del suo Paese sarà messa al servizio dell’umanità.

A gennaio la promessa si è tradotta nel programma “Vaccine Maitri”, che all’insegna dell’amicizia tra le nazioni ha l’obiettivo di venire incontro ai bisogni dei vicini più piccoli. Tra questi Bhutan, Nepal, Maldive, Seychelles, Mauritius e Bangladesh. Ma con l’ambizione dichiarata, diventata presto realtà, di espandere il raggio d’azione anche in molti altri Paesi. Un piano di così vasta portata non stupisce, considerando che l’India figura anche in cima alla lista dei fornitori della Gavi Alliance, della Fondazione Gates e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che acquista il 70% dei vaccini proprio in India.

Nella seconda metà di marzo, ammontavano a circa 60 milioni le dosi di Covishield – il vaccino sviluppato dall’università di Oxford – esportate dall’India in oltre 70 Paesi. Per i Paesi più poveri, soprattutto quelli africani, i vaccini indiani sono arrivati invece tramite la mediazione delle Nazioni Unite e la rete di distribuzione battezzata ‘Covax alliance’. “Questo è il frutto del lavoro di una diplomazia che mette davvero al centro le persone”, ha dichiarato soddisfatto il ministro degli Esteri indiano S. Jaishankar.

 

Business is business

A livello politico è indubbio che l’emergenza offra all’India un’occasione unica per allargare la propria sfera d’influenza, ma la promessa di garantire vaccini a basso costo alle nazioni più povere si scontra con uno scenario in cui gli attori principali pensano in primis a fare cassa. Col passare degli anni l’industria farmaceutica indiana si è trasformata, finendo per obbedire sempre di più alle logiche che guidano le strategie delle grandi multinazionali. Una nuova cultura imprenditoriale si è ormai imposta nel Paese. E per un’industria del farmaco sempre più occidentalizzata, è impensabile rinunciare agli enormi profitti assicurati dai vaccini.

Se il governo di New Delhi sa bene che dalla crisi può ricavare nuova forza a livello internazionale, fatica però ad arginare gli interessi economici di aziende che si muovono sulla scena mondiale come vere e proprie superpotenze. Insomma, chi si aspettava che l’India potesse vestire i panni di un novello Robin Hood nella risposta globale al Covid-19 è rimasto almeno in parte deluso. Mentre l’immagine dell’India grande farmacia del mondo potrebbe uscirne compromessa.

 

Paesi del Sud in lista d’attesa

Il risultato è che i Paesi più ricchi – il 12% circa della popolazione mondiale, si sono accaparrati il 70% della produzione globale di vaccini fino alla fine del 2021. Ai Paesi del Sud non resta che mettersi in fila e aspettare che venga il loro turno, a meno di non negoziare onerosi accordi bilaterali finendo per pagare le dosi il doppio o il triplo, come hanno già fatto Sudafrica e Uganda. E se è vero che la responsabilità di quanto sta accadendo non ricade certo esclusivamente sul gigante indiano, non si può ignorare come le aziende del primo produttore mondiale di vaccini abbiano finito per assecondare gli appetiti dei migliori offerenti. Anche perché diventare fornitore privilegiato dell’Occidente assicura una migliore contropartita non solo economica, ma anche politica.

Per scongiurare una corsa incontrollata al profitto, una nutrita coalizione di rappresentanti e organizzazioni della società civile indiana aveva lanciato, già a fine giungo 2020, un appello al governo chiedendo accesso universale al vaccino e alle altre cure: “Mentre diversi istituti di ricerca governativi, aziende farmaceutiche e università in tutto il mondo – inclusa l’India – sono impegnate in una corsa per sviluppare vaccini, terapie e strumenti di diagnosi contro il Covid-19, cresce la preoccupazione sull’accessibilità, sul costo e sulla disponibilità dei questi prodotti per le persone e le comunità più vulnerabili nei Paesi in via di Sviluppo”. Secondo i firmatari della lettera, l’emergenza sanitaria impone all’industria farmaceutica di passare dal ‘business as usual’ – fatto di costosi brevetti e dati gelosamente riservati – c alla condivisione delle conoscenze, affinché i progressi della scienza possano beneficiare tutta l’umanità.

 

Di padre in figlio: il Serum Institute e la diplomazia del vaccino

Chi ha tratto sicuro beneficio dall’emergenza sanitaria è Adar Poonawalla, un rampollo di famiglia: il padre Cyrus ha fondato 54 anni fa la Serum Institute. Per numero di dosi vendute – 1,5 miliardi l’anno – l’azienda è la prima produttrice al mondo di vaccini, oltre che il principale fornitore dei Paesi in via di sviluppo. Fino a pochi mesi fa il volto del giovane Poonawalla era quasi sconosciuto al di fuori del subcontinente indiano. Ora, su di lui si sono accesi anche i riflettori dei media occidentali.

Adar e il padre Cyrus – che a 79 anni è ancora presidente dell’azienda – hanno deciso di approfittare della straordinaria congiuntura per ottenere la licenza di produzione dei vaccini della società anglo-svedese AstraZeneca, facendola valere sul mercato mentre la comunità internazionale non è ancora in grado di rispondere alla domanda del Sud del mondo. Nei programmi della Serum Institute c’è l’espansione nei mercati europei e americani grazie a prezzi concorrenziali. La vera sfida è abbattere la barriera eretta dalle aziende farmaceutiche occidentali a colpi di brevetti e licenze.

Narendra Modi con Cyrus e Adar Poonawalla

 

Ma in piena emergenza sbarcare in nuovi mercati è risultato più agevole del previsto. In seguito a una perfetta combinazione politico-diplomatica, la Serum Institute è stata incaricata di consegnare 500mila dosi del vaccino AstraZeneca al Canada. Le spese, stavolta, sono state gentilmente coperte dal governo indiano, che con questa mossa ha inteso allentare le tensioni sorte di recente con Ottawa. La scintilla si era accesa quando il premier canadese Justine Trudeau, con un’invasione di campo poco gradita, aveva espresso la sua preoccupazione per la protesta degli agricoltori indiani, accampati per mesi nei sobborghi di New Delhi. È bastata una telefonata con il suo omologo Modi e l’offerta dei vaccini made in India – impossibile da rifiutare – per riparare lo strappo.

 

Medici in trincea: modernità contro tradizione

Per l’industria del farmaco indiana le sfide non sono solo oltreconfine. L’India è anche la patria dell’ayurveda, la ‘scienza della lunga vita’, basata su un approccio olistico diventato ormai molto popolare anche in Occidente. È stato proprio il Bharatiya Janata Party di Modi, nel 2014, a trasformare il dipartimento per l’ayurveda, lo yoga e la naturopatia in un vero e proprio ministero, triplicando il suo budget che è arrivato così a sfiorare i 290 milioni di dollari. Nell’affannosa rincorsa alle cure contro il coronavirus, i tentativi dei medici ayurvedici di offrire rimedi efficaci hanno scatenato la compatta reazione dell’establishment medico, fedele all’impostazione allopatica di stampo occidentale e impegnato, come ricordato, nella vasta campagna vaccinale iniziata a gennaio.

Lo scontro è diventato ancora più accesso lo scorso ottobre, quando a raccomandare i rimedi tradizionali per i casi meno gravi è stato nientemeno che il ministro della Salute in persona, Harsh Vardhan. L’Indian Medical Association (Ima), che riunisce più di 250mila medici allopatici, ha subito replicato con un comunicato stampa chiedendo al ministero di produrre prove dell’efficacia dei rimedi. Nella risposta al coronavirus, i giganti del farmaco non ammettono interferenze.

 

 


* L’autore è socio dell’associazione indipendente di giornalisti Lettera22