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Le sanzioni sul petrolio e la guerra in Iran

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Sin dal suo insediamento, nel gennaio 2025, l’amministrazione Trump ha usato il controllo dei flussi di petrolio e di energia come leva di coercizione economica, adattandone l’impiego e la portata in base al diverso contesto geopolitico e alla natura del bersaglio. Negli ultimi mesi, in particolare, la pressione esercitata nei confronti di avversari come Iran, Russia e Venezuela non ha seguito una dottrina uniforme, ma si è mossa secondo una logica “modulare”, alternando strette sanzionatorie a deroghe e licenze, spesso intervallate da pause negoziali.

Accanto a questa strategia ad intensità variabile, la Casa Bianca ha sostenuto l’espansione della produzione domestica di idrocarburi, rilanciando il settore dello shale e, più in generale le attività di sondaggio, esplorazione, trivellazione (il cosiddetto upstream) nel Golfo del Messico. Ciò ha consolidato il ruolo degli Stati Uniti come superpotenza esportatrice di petrolio e gas naturale, con il tentativo di tradurre quel vantaggio in influenza strategica verso partner e rivali.

Il caso dell’Iran, con la recente evoluzione dello stallo nello stretto di Hormuz, va letto dentro questa cornice, nella quale la centralità degli idrocarburi sposta il baricentro del conflitto. Come è stato osservato, una guerra nata attorno a tre dossier – nucleare, missili balistici e rete dei proxy – si è progressivamente ridefinita come un conflitto in cui petrolio, materie prime e sicurezza delle rotte marittime occupano uno spazio sempre più centrale.

 

Russia e Venezuela come precedenti

Il confronto con la Russia e il Venezuela è utile a comprendere in che modo la leva delle sanzioni sia stata usata e con quali risultati. In entrambe le circostanze, infatti, erano già in vigore regimi sanzionatori ampi e stratificati, ma solo in parte efficaci.

Nel caso russo, le misure restrittive di Stati Uniti e Unione europea iniziano nel 2014, con l’annessione della Crimea e la prima incursione nel Donbass, e crescono drasticamente dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022. In una prima fase, le sanzioni hanno riguardato soprattutto l’accesso ai mercati dei capitali e il divieto di esportare tecnologie a duplice uso o destinate al settore energetico. Nel 2026, dopo oltre quattro anni di conflitto, il quadro è molto più ampio e colloca la Russia tra i Paesi più sanzionati al mondo.

L’Unione Europea ha già adottato diciannove pacchetti che hanno inciso in maniera rilevante sui flussi energetici. Dalla fine del 2022 è in vigore il divieto di importazione del greggio russo via mare, accompagnato dal price cap e da restrizioni sempre più stringenti contro la “flotta ombra”. Sul gas, il phase-out completo è previsto entro gennaio 2027 per il GNL e nell’autunno del 2027 per quello via tubo. Gli Stati Uniti hanno vietato sin dall’8 marzo 2022 le importazioni di idrocarburi e prodotti raffinati russi, insieme ai nuovi investimenti americani nel settore energetico. In seguito, il quadro è stato ulteriormente irrigidito, con le sanzioni a Gazprombank nel novembre 2024 e poi, nell’ottobre 2025, a Rosneft e Lukoil, oltre che a navi, trader e intermediari.

Anche il Venezuela, del resto, era già sottoposto da anni a sanzioni economiche, in particolare dopo la designazione della compagnia petrolifera statale PDVSA nel 2019, cui seguì una fase di alternanza tra nuove strette e deroghe. In quel caso, le misure furono adottate nel quadro dell’IEEPA e delle designazioni dell’OFAC, cioè entro la base giuridica tipica delle restrizioni statunitensi. Solo in seguito, con l’inasprimento della pressione sui traffici marittimi, la questione assunse un carattere diverso.

 

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In entrambi i casi, l’ampiezza dei regimi sanzionatori non si è tuttavia tradotta in un’efficacia proporzionata agli sforzi, anche per effetto delle numerose deroghe e dell’applicazione discontinua da parte degli operatori economici. A ciò si è aggiunta la capacità dei Paesi colpiti di reindirizzare con successo i flussi, specialmente di energia, verso altri mercati e canali di intermediazione.

 

Efficacia e limiti dell’interdizione

Nel caso di Caracas, la pressione esercitata dagli Stati Uniti ha acquistato efficacia – contribuendo alla rimozione di Nicolás Maduro – solo perché accompagnata da un intervento coercitivo sui flussi di petrolio, attraverso il sequestro unilaterale di petroliere riconducibili alla cosiddetta “flotta ombra”. Alla strategia basata sulle canoniche restrizioni finanziarie, si è così affiancata l’interdizione dei traffici, con un’azione militare che ha portato al controllo de facto su tutte le esportazioni di idrocarburi dal Venezuela.

Tale embargo si è fondato su basi giuridiche diverse da quelle usate per le sanzioni, sfruttando in modo massiccio la leva delle designazioni antidroga e antiterrorismo. Nei fatti, ciò si è tradotto in un vero e proprio blocco dei traffici marittimi, attuato senza un mandato del Consiglio di sicurezza ONU o di altre organizzazioni internazionali del continente americano. L’effetto è stato quindi più vicino alla logica dell’embargo sull’Iraq dopo la prima guerra del Golfo (che il diritto internazionale configura come atto di guerra), piuttosto che alle sanzioni imposte dal Presidente “with the stroke of a pen”.

 

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In Iran questa metamorfosi, almeno finora, non si è compiuta. È lecito quindi domandarsi se misure unilaterali di questo tipo siano replicabili nel Golfo. Il conflitto in corso dal 28 febbraio 2026 e il recente blocco navale su Hormuz del 13 aprile 2026 non hanno prodotto, a parte pochissime eccezioni, quella forma di eterodirezione dei flussi già sperimentata in Venezuela. In quel caso, gli Stati Uniti non si limitarono a congelare  del tutto i proventi del petrolio, ma ne assunsero direttamente il controllo, sottraendoli alla disponibilità di Caracas – che eludeva le sanzioni con la “flotta ombra” – accelerando così il cambio di regime.

In altre occasioni, l’Amministrazione Trump ha oscillato tra l’inasprimento della pressione economica e la necessità di contenere gli effetti sul mercato delle proprie stesse misure. Le due licenze temporanee concesse nel marzo 2026 per la vendita del greggio russo e iraniano già caricato in mare sono la dimostrazione di questa paradossale eterogenesi dei fini. Le sanzioni contro Rosneft e Lukoil, adottate nell’ottobre del 2025 dopo mesi di negoziati falliti sulla questione ucraina, hanno segnalato la volontà di colpire inequivocabilmente il settore petrolifero russo. In parallelo, tuttavia, la Casa Bianca ha lasciato aperti (come spesso succede) canali di flessibilità, prorogando a più riprese le licenze per evitare nuovi shock energetici e arrivando a orchestrare la trattativa per la cessione delle controllate estere Lukoil al fondo Carlyle.

In tutti i casi fin qui ricordati, la questione non è solo quanta pressione economica gli Stati Uniti possano esercitare (e sopportare), ma quale sia la soglia oltre la quale la leva delle sanzioni diventa controproducente per partner e alleati rispetto agli obiettivi negoziali di Washington in un determinato contesto. L’efficacia delle misure restrittive oggi dipende proprio da questo delicato equilibrio, che parte dall’upstream e coinvolge ogni passaggio dal trasporto al pagamento del greggio, sino alla lotta all’elusione.

 

Il caso dell’Iran  

Per comprendere quanto siano limitate le opzioni a disposizione dell’amministrazione Trump nei confronti del petrolio iraniano, è utile ripercorrere il percorso che ha portato alla costruzione del più articolato apparato sanzionatorio al mondo. Prima del 28 febbraio 2026, l’Iran era già sottoposto alla strategia di “massima pressione”, rilanciata da Trump in una forma ancora più rigida rispetto al quadro post-JCPOA reimposto nel 2018.

L’inasprimento delle sanzioni esistenti, accompagnato da un enforcement sempre più aggressivo e da nuove designazioni contro reti specializzate nell’elusione, si collocava dentro una precisa strategia negoziale annunciata subito dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca. Questa impostazione, scandita da una serie di ultimatum sempre più serrati, era ufficialmente volta a forzare la leadership iraniana verso un nuovo accordo sul nucleare, sensibilmente più restrittivo del JCPOA del 2015 (negoziato dall’amministrazione Obama con Russia e Unione Europea e duramente criticato da Trump). Nonostante gli intensi round negoziali in Oman, questa leva sanzionatoria è venuta meno con le operazioni aeree condotte da Israele e USA nel giugno 2025, e in particolare con i bombardamenti americani sugli impianti di Fordow, Natanz e Isfahan.

Le misure restrittive oggi in vigore sono il risultato di una stratificazione normativa iniziata nel 1996 con l’ILSA, l’Iran and Libya Sanctions Act, primo esempio di sanzioni secondarie rivolte anche a operatori di Paesi terzi. Da quel momento, sfruttando la leva extraterritoriale del sistema finanziario americano, Washington ha progressivamente esteso il divieto dagli investimenti nel settore energetico a restrizioni molto più ampie contro banche e istituti di credito esteri.

Il passaggio decisivo arriva però dal 2010 in avanti, quando l’amministrazione Obama, con il sostegno bipartisan del Congresso, mette in piedi l’architettura del regime sanzionatorio attualmente vigente. Fino a quel momento la pressione internazionale sull’Iran si era mossa all’interno di un doppio binario. Le sanzioni USA, inizialmente concentrate sugli investimenti nell’upstream e sull’export control, erano affiancate da un quadro multilaterale costruito dall’ONU tra il 2006 e il 2010, legato soprattutto al programma nucleare e fondate su embarghi mirati e misure di asset freeze nei confronti di soggetti ed entità iraniani, con finalità di anti-proliferazione.

Tra il 2010 e il 2013, però, il sistema evolve all’insegna dell’extraterritorialità. Dal CISADA al NDAA del 2012, fino al TRA e all’IFCA, l’apparato sanzionatorio statunitense diventa rapidamente capace di colpire unilateralmente il sistema dei pagamenti per il petrolio iraniano, (compresa la Banca centrale) e i proventi del greggio, che vengono forzatamente depositati in conti vincolati, in valuta locale, nei Paesi importatori. A ciò si affianca l’estensione della minaccia di sanzioni secondarie a banche, intermediari finanziari ed entità di Paesi terzi che continuino a facilitare transazioni nei principali settori economici con l’Iran, dall’energia alla cantieristica fino alle assicurazioni.

Il JCPOA aveva temporaneamente allentato questo impianto, consentendo tra il gennaio 2016 e l’agosto 2018 una parziale normalizzazione dei rapporti economici dell’Iran con l’Unione Europea e i Paesi dell’Asia orientale. La reimposizione delle sanzioni da parte di Trump nel 2018 e lo snapback del 2025 hanno riportato in vigore anche il livello multilaterale delle sanzioni ONU, in un momento in cui il quadro era ormai del tutto diverso da quello del 2016. Gli scambi energetici tra Iran e UE si erano sostanzialmente esauriti con la fine delle ultime licenze dell’OFAC nel 2018 e l’export iraniano sopravviveva ormai quasi solo grazie ai canali di elusione sviluppati con la Cina a partire dall’uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare.

 

La monocommittenza con la Cina

Nel 2025, secondo Kpler, Pechino assorbiva oltre l’80% del greggio iraniano, acquistando circa 1,4 milioni di barili al giorno, pari al 13% delle importazioni cinesi. Più del doppio dei 650mila barili al giorno del 2017. Nonostante il conflitto in corso, alla vigilia del blocco navale del 13 aprile 2026, le esportazioni iraniane si collocavano su livelli persino superiori a quelli precedenti alla guerra.

Nel febbraio 2026 l’export complessivo aveva toccato 2,15 milioni di barili al giorno. Dall’inizio dell’anno, si era mantenuto in media del 26% sopra i livelli del 2025. Questo front-loading, realizzato mentre i negoziati erano ancora in corso e proprio in previsione dell’escalation, aveva portato fuori dallo stretto di Hormuz oltre 180 milioni di barili di greggio – pari a circa tre mesi di export – in larga parte destinati alla Cina, nonostante il crescente rischio di sanzioni secondarie.

 

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Nel tentativo di contenere le pratiche elusive, il Dipartimento del Tesoro di Washington ha ribadito di non voler rinnovare la deroga di trenta giorni sul petrolio iraniano in transito e di essere pronto ad adottare nuove misure restrittive contro le banche e gli intermediari dei Paesi che continuano a sostenere le reti iraniane di esportazione e di trasferimento dei proventi. Queste possibili ritorsioni arrivano però fuori tempo massimo, ad embargo ormai in corso, e sono destinate ad avere un effetto dissuasivo solo nella limitata prospettiva delle petroliere della cosiddetta “flotta ombra” ancora in mare e di quelle che sfuggono alla US Navy.

Si può anzi sostenere che lo stesso blocco dello Stretto di Hormuz imposto dagli Stati Uniti, (che si può descrivere come un embargo sui porti iraniani) sia la diretta conseguenza dell’impossibilità di fermare, con il solo strumento delle sanzioni secondarie, il complesso reticolo cinese che negli ultimi dieci anni ha reso possibile l’elusione delle restrizioni. Un sistema quasi interamente esterno ai canali tradizionali, basato su yuan, criptovalute e persino forme moderne di “baratto”, dal quale per un decennio è dipesa la principale fonte di reddito della Repubblica Islamica.

L’efficacia delle sanzioni secondarie diminuisce infatti in proporzione alla minore esposizione al circuito del dollaro e ai sistemi di messaggistica finanziaria utilizzati, così come all’assenza di collegamenti economici rilevanti con gli Stati Uniti. Il ricorso allo yuan e al CIPS in luogo dello SWIFT, insieme alla progressiva riduzione dell’esposizione all’esterno degli intermediari cinesi, ha reso molto meno efficace, e in alcuni casi persino controproducente, l’inserimento nella SDN List dell’OFAC o la minaccia di sanzioni pecuniarie di fatto inesigibili in uno Stato come la Cina, che per legge vieta l’osservanza di restrizioni unilaterali straniere.

Di fronte alla difficoltà di colpire direttamente istituti di credito, intermediari finanziari – spesso localizzati più a Hong Kong che nella Cina continentale – e piccole raffinerie private (le cosiddette “teapot refineries”, che importano greggio fuori dai canali delle grandi compagnie petrolifere), l’unica opzione realmente incisiva sarebbe stata alzare ulteriormente il tiro, colpendo le banche regionali, le assicurazioni e gli altri fornitori di servizi di cui queste entità continuano a servirsi e di cui indirettamente beneficiano le entità iraniane listate.

Il costo, però, sarebbe stato enorme sul piano politico, tanto più alla vigilia del vertice tra Trump e Xi previsto per metà maggio e già rinviato una prima volta. Una stretta di questo tipo avrebbe inoltre rischiato di innescare una spirale ritorsiva con Pechino sulle materie prime critiche, non troppo diversa da quella già vista sul terreno dei dazi e dalla quale difficilmente sarebbe emerso un vincitore.

 

Scenari per le sanzioni dopo la guerra

Nei negoziati in corso sulla conclusione del conflitto in Iran, la ridefinizione del perimetro sanzionatorio resta uno dei nodi centrali. Si possono ipotizzare due scenari di massima.

Il primo è quello di una tregua instabile, priva di un vero accordo sul modello del JCPOA, ma suscettibile di evolvere in un assetto più favorevole, soprattutto dal punto di vista dei Paesi del Golfo. In questa ipotesi, la strategia di “massima pressione” proseguirebbe almeno in una prima fase, con nuove designazioni delle entità cinesi che forniscono i servizi finanziari necessari all’export iraniano e con una pressione crescente sulla “flotta ombra”, sostenuta dalla presenza navale americana nel Golfo. Pur indebolito, l’Iran potrebbe continuare a reagire in modo asimmetrico attraverso le milizie della regione e gli Houthi, mantenendo elevata anche la pressione economica su Arabia Saudita, Emirati e Qatar.

 

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Se però dai negoziati di Islamabad emergesse un’intesa preliminare, potrebbe aprirsi una fase intermedia propedeutica alla stabilizzazione. In quel caso, gli Stati Uniti manterrebbero l’ossatura del regime sanzionatorio, modulandone l’applicazione in funzione dei costi economici e dell’andamento del negoziato. Una quota limitata di export iraniano sarebbe tollerata, pur restando in larga parte assorbita dalla Cina, a condizione che i relativi proventi restino vincolati o siano utilizzabili a condizioni prestabilite, insieme a concessioni verificabili di Teheran sul programma nucleare. Più che di un vero disgelo si tratterebbe di un assetto ancora precario, fondato su reciproche aspettative negoziali e su una desistenza ancora reversibile. In questo quadro, le sanzioni secondarie continuerebbero comunque a mostrare un’efficacia ridotta verso la Cina rispetto a un decennio fa.

Il secondo scenario è quello di una pace negoziata, con un’intesa che potrebbe ricordare in parte la logica del JCPOA, pur in un contesto radicalmente mutato sul piano militare. In questo caso, l’allentamento delle sanzioni sarebbe condizionato a impegni rilevanti su nucleare, missili e, in misura più marginale, sulla rete dei proxy in Iraq e Libano. Il nodo più sensibile resterebbe quello degli asset iraniani bloccati all’estero, a partire dai 6 miliardi in Qatar, il cui svincolo condizionato, funzionale all’avvio della ricostruzione, costituirebbe il primo segnale concreto di disgelo.

Una soluzione di questo tipo potrebbe però accentuare la distanza tra Stati Uniti e Israele. Se Trump privilegiasse possibili “cointeressenze” con Teheran senza perseguire un vero regime change, anche un trasferimento parziale di quei fondi verrebbe letto da Netanyahu come una concessione politica alla leadership iraniana, più che come uno strumento di de-escalation contingente. In questa ipotesi, l’eventuale coinvolgimento europeo riguarderebbe soprattutto la riapertura dei flussi energetici e la sicurezza della navigazione.