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Le mire del nuovo Marocco di re Muhammad VI

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L’articolo 1 della Costituzione del 2011 recita che “il Marocco è una monarchia costituzionale, democratica, parlamentare e sociale”. La forma di governo dello Stato maghrebino è unica nel panorama politico della regione. Essa si ispira, almeno nei principi fondamentali, all’architettura istituzionale dei sistemi monarchici europei, figli del costituzionalismo dei secoli XVIII e XIX. Tuttavia, a differenza di Paesi come la vicina Spagna o la Gran Bretagna, dove il sovrano regna ma non governa, il re del Marocco detiene poteri molto ampi. Questi gli consentono di orientare le scelte dell’esecutivo e la posizione dei partiti politici, rendendolo de facto arbitro unico dei destini della nazione. Inoltre, i sovrani maghrebini detengono il titolo di “comandante dei credenti”, in forza della discendenza dal Profeta dell’Islam. Grazie a tale ruolo, il monarca non è soltanto espressione dell’unità dei marocchini, ma dispone anche di una legittimità religiosa rivelatasi determinante nel mantenimento della stabilità.

Muhammad VI si dirige alla sessione d’apertura del parlamento marocchino (2018)

 

Un monarca ambizioso

Sul trono di Rabat oggi siede Muhammad VI, succeduto al padre Hassan II, morto nel 1999. In questi due decenni al potere, il re ha proseguito il cammino di apertura del Paese alla modernità e allo sviluppo economico, intrapreso dal predecessore. In politica estera, il sovrano mostra invece una certa originalità e lungimiranza. I pilastri tradizionali della diplomazia marocchina sono rappresentati dal legame solido con gli Stati Uniti, con l’antica potenza coloniale francese e con gli altri Stati arabi; dato che questi elementi non sono sempre agevoli da conciliare, come accadde durante l’intervento americano in Iraq nel 2003, quando il mondo arabo era ostile alla guerra, Muhammad VI ha deciso di sfruttare il potenziale geografico e geopolitico del Marocco, rendendolo una vera cerniera tra Europa e Africa.

Nato nel 1963, Muhammad VI appartiene alla dinastia degli sceicchi alaouidi, che regnano sul Marocco dalla metà del XVII secolo. Questi dichiarano di discendere dal Profeta Muhammad attraverso il Califfo Ali, suo cugino (e genero, avendone sposato la figlia Fatima). Gli alaouidi sono originari di Yanbu, regione montagnosa e desertica dello Hijaz, non lontano dalla città di Medina. A metà del XIII secolo, alcuni pellegrini berberi in visita alla Mecca invitarono Hassan al Dakhil a stabilirsi nella regione di Tafilalet, nel sud-est del Marocco. I suoi discendenti dominarono su quest’area remota per secoli. Le cose cambiarono quando Muhammad al Sharif ibn Ali riuscì a porre fine al periodo di caos seguito alla morte di Ahmad al Mansur, ultimo discendente della casata dei Sa’adiani. Nacque così l’ottava dinastia di regnanti sul Marocco musulmano, che è riuscita a conservare il potere fino ai giorni nostri.

Il ruolo di guida spirituale dei sultani ha contribuito alla longevità degli alaouidi e alla stabilità delle istituzioni locali. Tale solidità è emersa anche nei momenti più delicati della storia recente del Marocco, in particolare durante i quasi cinquant’anni di protettorato francese e in occasione degli sconvolgimenti politico-sociali, che hanno scosso il mondo arabo dalla fine del 2010. In quei mesi turbolenti di dieci anni fa, la monarchia ha resistito alle rivendicazioni della piazza e Muhammad VI, non senza una certa dose di scaltro paternalismo, è riuscito a rispondere alle richieste di cambiamento dei cittadini. Questo avveniva proprio mentre altri capi di Stato erano travolti dalla rabbia popolare. La disponibilità ad avviare ampi programmi di riforme, le aperture già conosciute dai marocchini negli anni precedenti in tema di diritti civili e politici, i buoni risultati in campo economico e il ruolo di protettore dei musulmani, consentirono al re di evitare eventi traumatici. Egli decise di promuovere la redazione di una nuova Carta, adottata nel 2011 dopo un lungo dibattito in seno al mondo politico, basata sui principi dello Stato di diritto e della separazione dei poteri.

 

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In sostanza, il Marocco presenta un assetto costituzionale che innesta elementi tipici delle democrazie su una struttura di potere tradizionale, non scevra di aspetti autoritari, con il sovrano nel ruolo di chiave di volta dell’intero sistema. Il re non si limita a rappresentare e a garantire l’unità della nazione, a comandare le forze armate e a vestire i panni dell’arbitro in casi di crisi politico-istituzionali. Spetta a Muhammad VI la definizione degli orientamenti generali della legge finanziaria e della politica governativa.

Il primo ministro, individuato dal re in base ai risultati delle elezioni legislative, è chiamato quindi a dare esecuzione all’indirizzo politico stabilito dalla Corona. I 395 membri del parlamento marocchino sono eletti a suffragio universale e possono obbligare il sovrano a firmare e promulgare le leggi, quando il medesimo testo sia stato approvato senza modifiche, dopo essere stato rinviato al parlamento dal monarca. Questo presiede però il consiglio dei ministri, il quale svolge la funzione legislativa in maniera esclusiva o concorrente in numerosi ambiti, privando il parlamento di una parte dei poteri normalmente in capo, nelle democrazie, alle assemblee elettive. Le forze politiche hanno dunque margini di manovra limitati nella definizione dell’indirizzo politico del governo. Inoltre, le indicazioni di voto lasciate filtrare con discrezione ma in modo chiaro dal Palazzo reale sono in grado di influenzare l’orientamento del corpo elettorale.

Tale prassi è emersa anche in occasione delle elezioni legislative del settembre scorso, che hanno visto la netta affermazione dei liberali del Raggruppamento Nazionale degli Indipendenti, guidato da Aziz Akhannouch, poi nominato primo ministro. Azionista del gruppo Akwa, con interessi nei settori petrolifero, turistico, immobiliare e commerciale, già ministro dell’agricoltura, il nuovo premier è considerato molto vicino a Muhammad VI. La sua formazione politica ha sottratto la maggioranza relativa al partito islamico moderato della Giustizia e dello Sviluppo, uscito vincitore dalle elezioni del 2016. La nuova compagine governativa sarà sostenuta, oltre che dai liberali, anche dal Partito dell’Autenticità e della Modernità, su posizioni simili ai socialdemocratici europei, e dai conservatori del partito dell’Indipendenza (Istiqlal). Si tratta di forze politiche più sensibili alle indicazioni della Corona, che non porranno ostacoli alle scelte del sovrano.

Aziz Akhannouch dopo il voto che lo ha portato alla presidenza del governo

 

 

La diplomazia di Muhammad

La possibilità di disporre di un esecutivo e di un parlamento completamente allineati è particolarmente importante per consolidare l’azione internazionale, che Muhammad VI cura con molta attenzione. La politica estera marocchina dell’ultimo decennio è funzionale a fare del Paese un punto di raccordo tra gli Stati in forte crescita economica dell’Africa occidentale e l’Europa. Rabat però non ha abbandonato il ruolo di solido alleato degli americani e partner delle petromonarchie del Golfo.

I rapporti con gli Stati Uniti sono solidi fin dalla seconda guerra mondiale, quando il nonno dell’attuale sovrano e primo re del Marocco indipendente, Muhammad V, facilitò lo sbarco delle truppe alleate in Nord Africa, nel quadro dell’operazione Torch. Il legame si è consolidato nel corso degli anni fino a trasformare il Paese nel principale alleato di Washington nell’area. Rabat è impegnata in diversi dossier al fianco degli americani, soprattutto nel contrasto alle infiltrazioni di organizzazioni radicali islamiche provenienti dal Sahel. Alla fine dell’anno scorso, il Marocco ha normalizzato i rapporti diplomatici con Israele, nel quadro dei cosiddetti Accordi di Abramo, sponsorizzati dall’amministrazione Trump. Per facilitare l’intesa, Washington ha addirittura riconosciuto la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale, oggetto di contesa con il Fronte Polisario, che dagli anni Settanta rivendica l’indipendenza di questo territorio in nome del popolo sahrawi. Inoltre, Rabat gode dello status di major non-NATO ally, insieme alla Tunisia.

 

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Tale posizione consente al Marocco di collaborare sul piano militare con i membri europei dell’organizzazione. È però dal punto di vista politico ed economico che i legami con questi Stati sono più forti, in modo particolare con la Spagna e la Francia. Rabat non ha subito i traumi che hanno segnato la decolonizzazione della vicina Algeria e ha scelto di approfondire i rapporti con Parigi. Ma il primo partner commerciale del Paese nordafricano è la Spagna, nonostante le tensioni degli ultimi mesi. Nella primavera di quest’anno, Madrid ha accolto in segreto sul suo territorio Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario, per garantirgli le cure contro il Covid-19; la Spagna è spesso stata negli anni recenti un punto di riferimento politico per i ribelli del Sahara Occidentale La diffusione della notizia ha suscitato l’ira del Marocco che, come ritorsione, ha permesso a migliaia di migranti di attraversare le barriere con l’enclave di Ceuta. Lo strappo tra i due Paesi è stato violento ma breve. Già a fine luglio, in occasione della festa per il 22° anniversario della sua ascesa al trono, Muhammad VI ha dichiarato di voler rafforzare i legami con l’altra sponda dello Stretto di Gibilterra, incontrando la piena disponibilità di Madrid.

Il mantenimento di buone relazioni con i Paesi della costa settentrionale del Mediterraneo e con l’Unione Europea, con la quale Rabat ha firmato un accordo di associazione in vigore dal 2000, è funzionale al rafforzamento della proiezione geopolitica verso l’Africa. Da circa quindici anni, il re ha ravvisato le possibilità di crescita economica e di influenza politica insite nell’impegno verso gli altri Paesi africani. Tale disegno è anche la conseguenza del fallimento dell’Unione per il Maghreb Arabo, istituita nel 1989, ma incapace di favorire l’integrazione tra gli Stati membri. Le tensioni tra Rabat e Algeri hanno pesato sull’organizzazione. Esse derivano dal sostegno algerino al Fronte Polisario, che ha numerose basi operative intorno all’oasi di Tindouf. Anche per questo il Marocco ha iniziato a guardare verso il Golfo di Guinea e il Sahel.

Il Sahara Occidentale (mappa: The Economist

 

Lo sguardo a sud del Sahara

Il regno maghrebino sfrutta il controllo del Sahara Occidentale come testa di ponte verso la Mauritania, il Mali e il Senegal. Con tali Paesi e con gli Stati della fascia equatoriale, il Marocco ha avviato numerosi progetti di collaborazione, sfruttando il suo tessuto di piccole e medie imprese e il suo sistema bancario. Tutti i principali istituti di credito hanno aperto filiali in Africa occidentale e Sahel per favorire l’ingresso delle aziende nazionali nel sistema economico locale. Inoltre, il Marocco ha attivato flussi consistenti di investimenti diretti esteri in uscita, diventando il secondo Paese del continente dopo il Sudafrica, per capitali movimentati. Questo ha garantito a Rabat l’accesso privilegiato a manodopera a basso costo, a risorse naturali di cui non dispone e lavoro per le sue infrastrutture portuali. In particolare, il porto Tanger Med, aperto nel 2007 e in continuo ampliamento, sta diventando sempre di più la porta d’ingresso in Africa delle merci provenienti dall’Estremo Oriente. Le grandi portacontainer attraversano Suez e il Mediterraneo per fermarsi a Tangeri, trasferendo i contenitori su imbarcazioni più piccole, adatte a fare scalo nei porti non dotati delle strutture logistiche adatte alle immense imbarcazioni cariche di merci, nel Mediterraneo Occidentale e sulla costa atlantica africana, fino al Golfo di Guinea.

Il Marocco ha rafforzato la cooperazione con i governi africani, resa evidente dal rientro nell’Unione Africana, avvenuto nel 2017, dopo 33 anni di assenza per via delle tensioni sul Sahara Occidentale. I risultati sono già evidenti e la pandemia ha solo rallentato i progetti di espansione economica e politica, di cui Muhammad VI è il principale artefice. Il sovrano è riuscito a modellare un sistema istituzionale che non scalfisce nella sostanza il potere capillare esercitato dalla Corona, pur manifestando attenzione alle richieste della società in favore di più ampi diritti civili e politici, come ad esempio leggi sulla famiglia che complicano molto il ricorso alla poligamia, consentono a una donna di sposarsi senza il consenso paterno e cancellano i richiami alla fedeltà della moglie come “primo diritto del marito”.

Nella dimensione internazionale il re si presenta come il deus ex machina della diplomazia marocchina, impegnato nel progetto ambizioso di fare del suo Paese il trait d’union tra Europa e Africa. E sembra che il sovrano abbia tutti i mezzi per riuscire nel suo intento. Perché Muhammad VI ha dimostrato di avere le qualità di mediatore necessarie a mantenere il suo Paese in un delicato equilibrio tra modernità e tradizione, tra slanci verso il futuro e valorizzazione del passato, tra partner consolidati e nuovi interlocutori.