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L’Argentina al voto presidenziale in un nuovo contesto internazionale

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L’unico successo per cui sarà ricordata la presidenza di Alberto Fernández è probabilmente quello della Selección ai mondiali di calcio del 2022. La situazione in cui versa l’Argentina alla vigilia delle elezioni generali è funerea, come testimoniato dai risultati delle elezioni di medio termine nel 2021 e delle primarie dello scorso agosto.

 

La batosta subita dal fronte progressista di cui è esponente Fernández due anni fa è stata infatti confermata e ampliata da una tornata che in estate ha non soltanto visto il candidato e attuale “superministro” dell’Economia Sergio Massa raccogliere soltanto il 20% delle preferenze. Ma ha pure assegnato all’outsider anti-establishment e sedicente “anarco-capitalista” Javier Milei, che propugna misure draconiane e dalla (molto) dubbia fattibilità come l’abolizione della Banca Centrale e la dollarizzazione dell’economia, il ruolo di avversario da battere, forte del 30% dei voti.

Al di là dell’esito delle elezioni del 22 ottobre – ancora decisamente incerto, visto anche il tasso di astensionismo alle primarie che sfiora il 40% – emerge dunque quanto il governo di Fernández (il cui tasso di disapprovazione oscilla attorno al 70%) abbia prodotto un malcontento paragonabile solo a quello di cui è stato oggetto il conservatore Mauricio Macri, la cui coalizione ha perso nel giro di due anni circa 2,3 milioni di voti. Se la debacle del fronte conservatore che sarà capitanato da Patricia Bullrich (16% dei voti alle primarie, tramite cui l’elettorato è chiamato anche a selezionare i candidati alla presidenza) si deve verosimilmente alla memoria della ricetta basata su liberalizzazioni e austerità di Macri tra il 2015 e il 2019, il problema del fronte peronista è che non è mai riuscito a fornire soluzioni convincenti per l’esacerbazione della crisi economica, con il candidato Massa che paga lo scotto di essere il responsabile delle politiche economiche dell’attuale esecutivo.

Fernández era stato eletto nel 2019 con la promessa di risollevare le sorti degli argentini dopo gli anni del liberista e filo-statunitense Macri, protagonista dell’accordo con il Fondo Monetario Internazionale per il maggior prestito nella storia dell’organismo (superiore ai 40 miliardi di dollari), siglato nel 2018. Accordo definito dall’allora opposizione peronista-kirchnerista, tra cui lo stesso Fernández, una “spada di Damocle” per lo sviluppo socioeconomico nazionale. Ma sul fronte interno la situazione negli ultimi quattro anni non è affatto migliorata, anzi. Oggi l’Argentina sconta un’inflazione che supera il 120%, la più alta dal 1991. Il tasso di povertà è tornato a crescere raggiungendo il 40%. La valuta nazionale è crollata abbattendo il potere d’acquisto della popolazione e mettendo sotto pressione la Banca Centrale, le cui riserve valutarie sono ai minimi storici. Al peggioramento dello scenario economico hanno ovviamente concorso fenomeni esogeni non preventivabili: la pandemia, la guerra in Ucraina, la siccità più grave dal 1960 – particolarmente rilevante per un Paese che ha nel settore agroalimentare uno delle sue punte di lancia dell’export. Non è un caso che la principale preoccupazione degli argentini sia l’inflazione galoppante.

In questa cornice, la priorità della politica estera targata Fernández è stata la rinegoziazione del debito estero, come dimostrano le mete delle prime visite ufficiali post-elezione (Israele e capitali europee, Vaticano compreso) e le frequenti interazioni con i vertici governativi statunitensi. Un’azione portata avanti con estremo pragmatismo, tradotto nel cerchiobottismo tra USA e Occidente da un lato e Cina e Russia dall’altro. E che si è conclusa con il nuovo accordo con l’FMI del 2022 per la rimodulazione del debito. L’accordo ha messo fino a ogni illusione di strappare concessioni rivoluzionarie al Fondo in cui Washington ha l’ultima parola, e ha confermato la dipendenza economica – e geopolitica – dell’Argentina dagli Stati Uniti. Buenos Aires ha inoltre cercato di ottenere ulteriori finanziamenti rivolgendosi tanto agli statunitensi, che hanno concesso fondi via Banca Interamericana, quanto ai cinesi, con i quali è stato ad esempio ampliato e rinnovato lo swap agreement (accordo tra Banche Centrali per lo scambio di rispettiva valuta nazionale) già vigente.

Ecco perché il governo argentino ha condannato l’invasione dell’Ucraina senza tuttavia applicare sanzioni contro la Russia, di cui l’Argentina doveva essere “porta d’ingresso” in Sudamerica, come dichiarato da Fernández durante la sua visita a Mosca di inizio febbraio 2022 – prima dello scoppio della guerra. L’Argentina era stata anche il primo Paese dell’emisfero occidentale a dare il via libera al vaccino russo anti-coronavirus Sputnik V a fine 2020.

Quanto alla Cina, l’Argentina ha proseguito l’avvicinamento avviato nell’era di Cristina Kirchner. Fernández è stato l’unico leader di uno dei Paesi del G20 (insieme a quelli di Russia e Arabia Saudita) a presenziare alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi Invernali a Pechino nel febbraio 2022. In quell’occasione il presidente argentino ha aderito ufficialmente al progetto infrastrutturale-commerciale delle Nuove Vie della Seta (BRI) e ha riservato parole al miele al presidente cinese Xi Jinping. Oltre la retorica, l’accesso alla BRI è stato un segno di debolezza, posto che come dimostra il caso dell’Italia l’adesione al progetto cinese – almeno in questo momento – è un atto politico, non un viatico per l’aumento dell’interscambio o del flusso di investimenti. Il Brasile è ad oggi il primo Paese per investimenti cinesi in America Latina e per valore dell’interscambio bilaterale con la Cina, risultati ottenuti senza aderire alla BRI.

Buenos Aires si è da ultimo vista recapitare l’invito ad accedere ai BRICS, organizzazione che manca però di sostanza geopolitica ed è tenuta insieme da un collante in negativo, ovvero dall’avversione alla centralità occidentale e soprattutto statunitense nel sistema economico-politico-finanziario globale. Ammesso che il prossimo inquilino della Casa Rosada – e non concesso, posto che Milei e Bullrich hanno già dato parere negativo – decida di aderirvi, l’Argentina potrebbe giovarsene sia in chiave finanziaria (via New Development Bank, con sede a Shanghai) sia di leva contrattuale nei riguardi di Washington e dell’Occidente allargato, per quanto fare previsioni al riguardo sia piuttosto prematuro.

In termini di politica regionale, Fernández ha tenuto botta quando era circondato da governi ideologicamente rivali: quello di Bolsonaro in Brasile (primo partner commerciale argentino) su tutti, che ha affrontato facendo perno innanzitutto su quello di sinistra in Messico. Poi ha sfruttato la tendenza inversa, lanciata dall’elezione di Arce in Bolivia, Boric in Cile, Petro in Colombia, Lula in Brasile per tentare di ricostituire un asse progressista in America Latina, che al momento pare nondimeno lontano dai fasti degli anni del binomio Lula-Chávez.

Insomma, sul piano nazionale il governo Fernández lascia in eredità un quadro economico disastrato e uno politico in cui al tradizionale bipolarismo (grieta) si aggiunge un’inedita terza forza simbolo della disillusione verso lo schema classico di peronisti e anti-peronisti. Più che frutto di un disegno geopolitico, rientra nei calcoli elettorali anche la decisione con cui il governo argentino ha deciso di sospendere a metà 2023 l’accordo (Foradori-Duncan) del 2016 con il Regno Unito che riapriva le porte a una soluzione bilaterale della questione Malvinas/Falkland.

Sul piano esterno invece, malgrado l’avvicinamento alla Cina – secondo partner commerciale di Buenos Aires – le mosse dell’Argentina confermano la dipendenza da Washington, suo terzo partner commerciale, sua prima fonte di investimenti e detentrice di un potere di veto nelle istituzioni come l’FMI. Come ha ammesso candidamente Fernández nel corso del vertice con Joe Biden dello scorso luglio, Buenos Aires è grata per l’aiuto “consistente” fornito dagli Stati Uniti. Motivo per cui nella prospettiva del Paese sudamericano resta imperativo preservare i legami con la superpotenza. Come pure approfondire quelli con il suo principale sfidante, utili in chiave economica e per trattare con Washington. Curandosi al contempo di non superare determinate linee rosse, come per esempio la concessione di una base navale nel Cono Sud che permetterebbe ai cinesi – che dal 2017 dispongono della stazione spaziale Espacio Lejano in Patagonia, su cui le autorità argentine non hanno alcun controllo e che gli USA sospettano essere usata a fini spionistici a proprio danno – di acquisire una testa di ponte in prossimità dello Stretto di Magellano e di proiettarsi nell’Antartide. Alterando a detrimento degli Stati Uniti gli equilibri dell’emisfero occidentale.

Come riassunto dallo stesso Fernández: “l’Argentina, e questo governo in particolare, ha sempre creduto nel multilateralismo… Posso parlare con Xi, con Putin e con Biden, e posso partecipare ai BRICS e nessuno può metterlo in questione”. Almeno finché e nella misura in cui la partita tra USA e Cina lo consentirà. Specie nel cortile di casa in cui per Washington è imprescindibile arginare la crescente proiezione dello sfidante cinese.