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Il momento esistenziale di Israele e il sostegno americano

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Le truppe israeliane intorno a Gaza sono schierate, i mezzi pronti all’assalto, ma l’offensiva di terra inizia con ritardo. Nonostante in Israele oggi la stragrande maggioranza della popolazione sia convinta che l’invasione sia necessaria per «farla finita con i terroristi di Hamas una volta per tutte», il governo ha deciso di attendere.

Volontari israeliani si addestrano per le forze di sorveglianza interna dopo l’attacco di Hamas

 

Cosa? Non è semplice dirlo. Ma le dichiarazioni rilasciate dal presidente statunitense Joe Biden nella conferenza stampa conclusiva del suo viaggio a Tel Aviv possono aiutarci a fare chiarezza sulla questione. «Non commettete i nostri stessi errori» ha detto il capo di stato americano riferendosi alle reazioni degli Stati Uniti agli attacchi dell’11 settembre. «La rabbia e il dolore ci hanno portato a compiere delle scelte sbagliate» e quindi, dice Biden al premier israeliano Netanyahu che lo ascolta raggiante come non lo si vedeva da tempo, «bisogna trovare delle soluzioni alternative». Certo, il «diritto di rispondere» di Israele resta, e per garantire che Tel Aviv possa esercitarlo al massimo delle sue potenzialità la delegazione USA ha portato «un pacchetto di aiuti senza precedenti» per Israele, così come Netanyahu stesso l’ha definito.

Tale sostegno consiste nella minacciosa presenza della portaerei Ford, il gioiello della marina americana con il suo “strike group” navale e oltre 70 velivoli, al largo delle coste settentrionali israeliane, di un’altra portaerei d’appoggio a poca distanza, di 2 mila uomini «specializzati» (non militari sul campo dunque) per affiancare le forze armate locali e di ingenti forniture di munizioni per rinfoltire gli arsenali. Tutt’altro che chiacchiere, dunque. Si consideri che Biden si è presentato a Tel Aviv a meno di una settimana di distanza dalla visita del suo Segretario di Stato, Antony Blinken, e tale mossa è stata interpretata dagli analisti come il tentativo di Washington di scongiurare un peggioramento della crisi prima che sia troppo tardi. Per farlo Biden ha palesato due priorità: evitare che il conflitto si allarghi e tentare di convincere Netanyahu e i suoi generali a fermarsi ora.

Rispetto al primo punto il presidente statunitense ha dichiarato: «voglio che il mondo sappia da che parte stanno gli Stati Uniti», e lo ha fatto da Tel Aviv, accanto al premier israeliano. La sua presenza qui è un monito all’Iran, a Hezbollah, alla Siria, o a chiunque pensi che questo sia il momento per scatenare un conflitto contro Israele. «Se pensate di attaccare Israele, rinunciate a quest’idea, non fatelo» ha ammonito, in quanto con il sostegno americano, «oggi Israele è più forte che mai». Anche perché il leader democratico è arrivato a definirsi «sionista», dato che «non è necessario essere ebrei per essere sionisti». «C’è solo una cosa migliore di avere un vero amico come lei, presidente» ha risposto Netanyahu, «ed è la sua presenza qui, profondamente commovente». Dal pulpito il primo ministro israeliano ha anche invitato il «mondo civile» a «unirsi per sconfiggere» Hamas. E, in ogni caso, «posso assicurarle che Israele è unito e che sconfiggerà Hamas».

E forse sta proprio qui il problema. Biden è volato in Israele per smorzare i toni, non per infiammarli. Per questo la seconda parte del viaggio, che doveva portarlo a incontrare il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), Abu Mazen, il presidente egiziano Al Sisi e il re giordano Abdallah era addirittura più importante della prima. Se da un lato Washington può fidarsi di Tel Aviv e sapere che in cambio del sostegno le idee della Casa Bianca sul conflitto saranno almeno ascoltate attentamente se non seguite, non può pensare altrettanto dei leader arabi. Perciò era importante incontrarli di persona, far capire che gli Stati Uniti sono pronti a promettere finanziamenti, a fare concessioni, a rinsaldare i rapporti bilaterali, a prendersi cura in qualche modo dei palestinesi e, soprattutto, hanno un piano per il dopo Hamas. E questo piano passa per l’ANP e l’interposizione dell’ONU, probabilmente.

Ma l’attacco all’ospedale Al Ahli del 17 ottobre – del quale i Paesi arabi incolpano l’esercito israeliano, mentre gli Stati Uniti Hamas – ha stravolto l’agenda. Dunque, gli USA non potranno tentare di costruire una piattaforma condivisa e non potranno convincere giordani ed egiziani a fare dei passi verso eventuali profughi palestinesi. Non subito almeno, dato che i rispettivi uffici stampa hanno dichiarato che le parti organizzeranno dei colloqui telefonici. La diplomazia della Casa Bianca, insomma, ha ancora molto lavoro da fare.

Nel frattempo, Biden è riuscito a strappare a Netanyahu la promessa di consentire che il valico di Rafah tra Gaza ed Egitto sia parzialmente aperto per permettere il passaggio di aiuti umanitari «il prima possibile». Una fonte governativa israeliana ha confermato che, proprio in virtù delle richieste degli Usa, sono in discussione «soluzioni alternative per forniture minime» dalla frontiera egiziana verso Gaza. Si tratterà di «medicine, cibo e acqua per gli sfollati» che dal nord della Striscia sono state costrette dagli ultimatum e dai bombardamenti israeliani a fuggire al sud, ma «a patto che gli aiuti non arrivino ad Hamas». Si noti che, tuttavia, Tel Aviv si rifiuta «di inoltrare aiuti verso Gaza dal territorio israeliano finché non saranno liberati gli ostaggi». Ma Biden era soddisfatto del clima di intesa totale della conferenza stampa e ha anche annunciato con la cadenza lenta e il tono solenne del caso di aver destinato «100 milioni di dollari di fondi USA per l’assistenza umanitaria a Gaza e in Cisgiordania».

La questione umanitaria, infatti, non è secondaria. Primo perché sposta gli umori di milioni di persone in Medio-Oriente e nel Maghreb. A tale proposito si considerino soltanto l’assalto all’ambasciata israeliana ad Amman la notte dell’esplosione all’ospedale Al Ahli e la folla inferocita che in Tunisia ha devastato una delle più antiche sinagoghe del Paese, il quale in passato aveva una significativa comunità ebraica e con essa coesisteva. I leader degli stati a maggioranza musulmana mostrano in pubblico di tenere alla vita e alla salute dei palestinesi sotto assedio a Gaza. Ma poi, come hanno più volte dichiarato da Egitto e Giordania, si rifiutano categoricamente di ospitarli. Sanno che la formula dei «campi profughi temporanei» potrebbe trasformarsi in una bomba a orologeria, soprattutto dato che stiamo parlando di almeno un milione di sfollati nell’ipotesi meno drammatica.

 

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Ma la «questione palestinese» nel mondo arabo è riesplosa con forza e la bandiera nera sulla cupola della moschea più grande del mondo, il santuario dell’Imām Reżā in Iran ne è un simbolo. Inizialmente i commentatori occidentali l’avevano definita allarmati «una chiamata alla vendetta», poi tale teoria è stata mitigata dagli stessi ambienti religiosi, i quali hanno specificato di averla issata in segno di lutto. Sia come sia il simbolo era lì, visibile a tutto il mondo di fede musulmana e chiaramente riferito a Israele, «il regime usurpatore che commette crimini barbari» come si legge sulle pagine social degli addetti stampa del santuario.

Inoltre, Biden ha bisogno di mostrare solidarietà verso profughi palestinesi: l’obiettivo degli Stati Uniti è evitare che la situazione degeneri in una carneficina incontrollabile, considerando che si contano già 3000 morti civili a Gaza e che un’eventuale operazione di terra potrebbe causarne molti di più. L’immagine del presidente cattolico, che è importante anche per la prossima tornata elettorale statunitense del 2024, verrebbe molto deteriorata da un eventuale bollettino con migliaia di morti civili all’interno di Gaza.

 

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Tutto ciò contrasta con la necessità del governo di Netanyahu di mostrarsi forte e spietato contro Gaza. Una significativa parte della cittadinanza incolpa proprio il premier di quanto è accaduto, reo ai suoi occhi di non aver difeso il Paese dalla minaccia di Hamas e di aver posizionato ai posti di comando delle forze armate e dei Servizi segreti suoi sodali, invece che professionisti adeguati.

Si noti inoltre che da quasi un anno il Paese era scosso da proteste di diversi gruppi e dell’opposizione parlamentare contro la riforma della giustizia voluta proprio da Netanyahu per assoggettare la magistratura all’esecutivo. «A causa sua ora rischiamo di vivere in una democrazia vuota» dicono i manifestanti che ancora ogni giorno partecipano ai sit-in difronte a un complesso della Difesa a Kapel street, in pieno centro a Tel Aviv. «Ha diviso il Paese, ha spostato tutta l’attenzione sulla sua battaglia personale per impedire che ci fosse un potere più grande del suo e ora accusa noi di essere dei traditori».

Perché, strano ma vero, i manifestanti che chiedono la liberazione degli ostaggi e le dimissioni di Netanyahu sono considerati da una parte minoritaria della società israeliana dei traditori. «Ci accusano di disunire il Paese con la guerra in corso… il fatto è che qui tutti hanno un parente, spesso un figlio o una figlia, nell’esercito, e sapere che ci sono proteste mentre in nostri ragazzi rischiano la vita non è ben visto» mi racconta Kobi, americano-israeliano, trasferitosi da New York a Tel Aviv 18 anni fa, «l’altra sera mi hanno seguito fino a casa perché avevo questo cartello». Sul cartello in questione c’è scritto «Bibi dimettiti, trattative per i nostri fratelli e sorelle rapiti ora! Riportiamoli a casa!». Chi erano? «Non lo so, però ho avuto molta paura». In questo clima di grande confusione le sirene degli allarmi aerei che continuano a suonare in tutto il Paese contribuiscono ad aumentare la tensione e ricordano più volte al giorno che circa 200 km a sud c’è una guerra che è già iniziata.