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La NATO che resta dopo Kabul

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La sconfitta americana in Afghanistan è anche la sconfitta – politica, non militare – di un’alleanza occidentale che mostra periodicamente le sue crepe. Gli europei accusano a mezza bocca Joe Biden di avere preso una decisione unilaterale, peraltro annunciata da tempo; e di averla poi gestita in modo catastrofico, nonostante le assicurazioni date il 20 agosto dalla Casa Bianca sul successo del ponte aereo americano. Si potrebbe aggiungere, guardando alle critiche europee, che gli alleati degli Stati Uniti in Afghanistan non hanno mai proposto – dopo gli accordi di Donald Trump con i talebani nel febbraio 2020 – un piano alternativo. Hanno semplicemente aspettato che il ritiro americano avvenisse, per chiudere insieme, in maniera ingloriosa, i battenti della più lunga, costosa e delicata missione “fuori area” della NATO. Questa patologica dipendenza dalle decisioni di un’America che sceglie per sé e per gli altri, in base a logiche di politica interna prima che di politica estera, getta un’ombra preoccupante sul futuro dei rapporti fra Europa e Stati Uniti.

Tra i compiti della missione NATO in Afghanistan, anche l’addestramento di un esercito nazionale afgano

 

La nuova presidenza democratica aveva esordito con lo slogan “America is back”, facendo grandi aperture (ricambiate) all’Europa e alla NATO; ma l’epilogo della guerra in Afghanistan ha riacceso le diffidenze reciproche.

Nel suo discorso del 16 agosto alla nazione, Joe Biden non aveva minimamente accennato allo sforzo compiuto e alle perdite subite dagli alleati europei, fra cui l’ Italia. Cosa grave, visto che per un paio di decenni la missione NATO ha affiancato la missione americana in Afghanistan: soldi, vite umane, impegno sul terreno che Joe Biden ha allora trascurato, parlando solo e soltanto agli americani, esattamente come avrebbe fatto Donald Trump. Ieri il presidente americano, con un nuovo discorso sull’Afghanistan, ha decisamente corretto il tiro, sottolineando la cooperazione con la NATO nel completamento dell’uscita da Kabul e nella gestione di ciò che seguirà (anti-terrorismo, condizioni al regime talebano). E annunciando un vertice del G-7. Colpito dalle critiche internazionali e interne, e in deciso calo di consenso, il Presidente ha reagito. Basterà?

L’America di Biden è consapevole – mentre mette la parola fine alla presenza su un teatro che ritiene secondario, si concentra sul fronte interno e sulla competizione con la Cina – di avere bisogno di alleati. Su questo, la versione “America-first” di Joe Biden è più sofisticata di quella di Donald Trump.

Il punto è che le alleanze vanno gestite, più che essere date per scontate. Il ritiro da Kabul avrà comunque un impatto sulla credibilità della NATO. La preparazione in corso del nuovo “concetto strategico” dell’Alleanza non potrà trascurare la lezione afghana. E la lezione è stata dura, per gli europei: sono gli Stati Uniti e solo gli Stati Uniti a decidere come entrare e come uscire da una missione internazionale così rilevante. Se questa è la visione delle alleanze, e se per giunta l’America che ambiva a ritrovare una leadership dà prova di incompetenza, non si vede perché gli europei dovrebbero salutare una NATO più globale e più ambiziosa che funzioni con le stesse regole (non scritte) di oggi. La mancanza di vere consultazioni politiche diventa quindi un problema decisivo. Il problema-chiave da affrontare, assieme al necessario rafforzamento delle capacità operative europee. Per l’Europa, mettersi in grado di diventare un attore credibile nel campo della sicurezza e difesa non è più una scelta ma una necessità: la condizione per avere una voce in capitolo.

Certo, c’è anche una buona dose di ipocrisia negli atteggiamenti critici degli europei sulla gestione della tragedia afghana. Abbiamo a nostra volta responsabilità precise, fra cui appunto lo iato costante fra obiettivi dichiarati e capacità di perseguirli. E non abbiamo difeso una tesi possibile, scartata ancora il 20 agosto da Joe Biden: la necessità di mantenere comunque nel paese una presenza militare limitata, cosa che avrebbe forse permesso di salvare lo status quo e alcuni dei progressi fatti. Uno scenario fragile, certamente; ma in ogni caso migliore, per la popolazione civile afghana, del disastro a cui stiamo assistendo.

La mancanza di “pazienza strategica”, nelle società occidentali, è un drammatico punto debole: lo sanno bene i talebani (“voi avete gli orologi e noi il tempo”) e lo sa bene la Cina, che sarà parte integrante, con Pakistan e Iran, del nuovo great game in Asia Centrale; ma evitando, possiamo esserne certi in anticipo, di farsi risucchiare a sua volta nella Tomba degli imperi.

Dal nuovo discorso di Joe Biden – il suo secondo dalla caduta di Kabul – e con la riunione dei Ministri degli esteri della NATO del 21 agosto, gli alleati occidentali sono entrati in modalità “limitazione dei danni”. Vedremo se la coesione reggerà alle sfide attuali e future: fra cui la decisione di come e a che condizioni trattare con il regime talebano, con il rischio abbastanza concreto per la NATO che la Turchia faccia scelte solitarie.

Il ritiro è stato una decisione unilaterale. La gestione delle sue conseguenze dovrà essere il risultato di una concertazione vera fra l’America e gli alleati europei. Si tratta ormai, questa la lezione di Kabul, di una condizione indispensabile per salvare un’alleanza fra democrazie occidentali di cui avremo dannato bisogno in tempi duri come questi.

 

 


Una versione di questo articolo è stata pubblicata su Repubblica del 21 agosto 2021