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Joe Biden e l’immigrazione: il quadro legislativo e l’eterna “emergenza” al confine

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Mai del tutto spento sotto la cenere, l’incendio della polemica sull’immigrazione torna a infiammare la scena politica statunitense. Il casus belli è stato stavolta la scadenza del cosiddetto Titolo 42, clausola della Public Health Services Law del 1944 che consente all’amministrazione federale di intraprendere azioni per arrestare la diffusione di malattie infettive. L’amministrazione Trump vi aveva fatto massiccio ricorso dal marzo 2020 per accelerare l’espulsione di migranti provenienti per lo più dall’America centrale, e il suo venir meno ha scatenato foschi presagi di una ulteriore accelerazione dei flussi migratori da Sud.

Si stima che siano state quasi 3 milioni le espulsioni di migranti rese possibili da questa procedura di emergenza, con molti casi di recidività attraverso le porte girevoli della porosa frontiera con il Messico. Terminata l’emergenza pandemica, l’amministrazione Biden ha finalmente tenuto fede alla promessa elettorale di porre fine a una policy assai controversa sia per l’oggettiva limitazione dell’esercizio del diritto di asilo che ha configurato, sia per il peggioramento delle condizioni di vita al confine che ha contribuito a provocare, come dimostra l’aumento di coloro che – accampati appena al di là del Rio Grande in attesa del prossimo attraversamento o in precarie strutte federali in attesa di un esame della loro posizione – vivono nel limbo di quella che secondo molti osservatori è un’autentica crisi umanitaria.

 

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Gli effetti del decadimento del Titolo 42 per ora sembrano avvertirsi nella bolla mediatica e politica statunitense, più che nella drammatica realtà al confine sud-occidentale. Qui continua una crisi che sarebbe fuorviante caratterizzare come emergenza, ma la temuta “invasione” non c’è stata. In primo luogo perché il ritorno alla disciplina precedente – il Titolo 8, introdotto nel 1965 dall’amministrazione Johnson e in vigore dal 1968 – non spiana certamente la strada ai richiedenti asilo. I quali, se da un lato potranno contare su tempi e procedure più rispettose dei loro diritti, dall’altro dovranno affrontare divieti di rientro pluriennali in caso di mancato accoglimento della loro domanda e, con ogni probabilità, maglie piuttosto strette nell’implementazione della norma. Inoltre l’amministrazione Biden sta operando per rafforzare il contenimento dei nuovi arrivi in collaborazione con il Messico del presidente Andrés Manuel Lopez Obrador, che ha recentemente dispiegato più di 25 mila uomini al suo confine meridionale, da cui proviene la quasi totalità dei migranti del triangolo del Nord (El Salvador, Guatemala, Honduras) e di altri paesi centro-sudamericani e caraibici.

Uomini della Guardia Nacional messicana sorvegliano il confine per contrastare il passaggio di migranti

 

E in secondo luogo perché il Titolo 42, e più in generale la politica trumpiana del muro anti-immigrazione, si era mostrata efficace come arma retorica a uso interno, ma assai meno come deterrente a fronte delle cause profonde che da un quindicennio a questa parte hanno moltiplicato il numero dei latinoamericani disposti a tutto o quasi per tentare di attraversare il Rio Grande.

La “tempesta perfetta” di cui parlano molti osservatori del quadro inter-americano era iniziata con la recessione globale del 2008 e si è pienamente abbattuta sulla regione prima con la pandemia e i suoi effetti socio-economici, poi con la guerra in Ucraina e le relative conseguenze in aree in cui il calo nelle importazioni di cereali e fertilizzanti hanno generato autentiche crisi alimentari e bombe sociali pronte a esplodere. Le crisi umanitarie a Haiti e in Venezuela e la forte frenata in Brasile e in Colombia hanno contribuito a fare del Darién, area pressoché impenetrabile tra Colombia e Panama, il corridoio ideale di flussi migratori incontrollati che, secondo stime delle nazioni Unite, quest’anno potrebbero toccare le 400.000 unità, con un aumento del 400% rispetto alla media del decennio 2010-2020.  A fronte di questo quadro regionale e globale, variazioni nelle politiche migratorie del “coloso del Norte” e nella loro implementazione paiono poco più che sfumature dagli effetti piuttosto limitati sul terreno.

Il passaggio del Darién nella rotta migratoria latinoamericana

 

Tuttavia quegli effetti potrebbero essere rilevanti sulla scena politica statunitense. La fine dei provvedimenti di emergenza legati al Covid-19 non ha incoraggiato la temuta invasione di immigrati irregolari, ma non ha nemmeno avviato il decongestionamento di quell’“immigration system” che a causa di paralisi legislativa, giudici locali e federali spesso in conflitto e strutture di accoglienza inadeguate è quasi unanimemente riconosciuto come “broken”, cioè disfunzionale e bisognoso di una riforma radicale quanto impraticabile nelle condizioni attuali. E per contro sta amplificando le difficoltà politiche della Casa Bianca e del Partito Democratico, con il ciclo elettorale del 2024 ormai già avviato e un Partito Repubblicano che proprio sul tema dell’immigrazione “fuori controllo” è pronto a capitalizzare, soprattutto se il suo candidato sarà nuovamente Donald Trump.

 

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E’ una difficoltà duplice, a livello di policies e di messaggio, quella che l’inquilino della Casa Bianca e i Dems si trovano a affrontare. L’amministrazione in carica dal 2020 ha cercato di percorrere il sentiero piuttosto stretto tra critica radicale al nativismo trumpiano e aperture pragmatiche a un approccio più in sintonia con gli orientamenti di buona parte della sua base. Non sono mancati i successi parziali, soprattutto grazie agli Executive Orders dei primi cento giorni: fine della separazione delle famiglie migranti, aumento significativo dei visti per i rifugiati, protezione legale per i cosiddetti Dreamers (irregolari entrati nel Paese da minorenni). Ma non sono mancate neanche esitazioni e titubanze, a partire dall’atteggiamento sul Titolo 42 prima esecrato e poi tollerato, e non ci sono stati passi significativi verso una riforma generale della legislazione sull’immigrazione.

L’accordo bipartisan che Joe Biden ha saputo costruire sul capitolo degli investimenti in infrastrutture e energie rinnovabili (con l’Inflation Reduction Act – IRA), spesso sventolando il vessillo della competizione con la Cina, pare irraggiungibile su un tema che scatena pulsioni identitarie e registra una coesione assai più forte tra i suoi avversari che non tra i suoi sostenitori, a Washington e nel Paese. Non a caso la Casa Bianca è finita tra l’incudine degli amministratori democratici delle aree più esposte, a partire dalla governatrice dell’Arizona Katie Hobbs, che ne denunciano i ritardi e inadempienze in tema di risorse per il controllo della frontiera, e il martello di influenti associazioni per i diritti civili come la American Civil Liberties Union che la criticano per le ragioni opposte.

Si spiega anche così lo scarso gradimento dell’opinione pubblica che emerge invariabilmente dai sondaggi. Nell’ultimo rilevamento Reuters, l’indice di approvazione dell’operato del presidente è al 39% e sull’immigrazione scende a un 26% che è tanto più preoccupante in quanto segnala diffuse perplessità anche in campo democratico. Non è esattamente un dato incoraggiante in tempi di forte polarizzazione in cui mobilitare il proprio elettorato è più importante che riuscire a far breccia in quello dell’avversario.