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Il percorso dei rifugiati dall’Ucraina in Europa

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Medyka è un villaggio di 2800 persone al confine fra Polonia e Ucraina. È un posto antico, fondato più di seicento anni fa e che nel tempo è stato occupato dagli austriaci, dai sovietici, dai nazisti, prima di essere restituito alla giurisdizione polacca, dopo la revisione dei confini del 1948, in seguito alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Oggi è un punto di snodo cruciale per quanti fuggono dal conflitto scatenato dalla Russia in Ucraina. Quello di Medyka-Shehyni, infatti, è il posto di frontiera più battuto da chi scappa. Situato sulla direttrice che collega Kiev, Leopoli e Cracovia, si calcola che da questo checkpoint siano transitate, dalla fine di febbraio del 2022 ad oggi, almeno due milioni di persone. D’altronde, l’autostrada M11 collega Leopoli con la frontiera polacca, una delle poche che permette anche il transito pedonale, in meno di due ore, mentre quattro treni al giorno fanno la spola da Kiev sino alla città di Prszesmyl, per continuare poi fino a Cracovia, sempre attraverso Medyka, impiegando dalle nove alle tredici ore per completare il percorso.

Persone provenienti dall’Ucraina arrivano al posto di controllo di Medyka

 

“Siamo restati a Kharkiv, per un anno, sotto i bombardamenti. Adesso vedo che alcuni stanno tornando, ma io non ce la faccio più. Non volevo lasciare da soli i miei figli più grandi, di 19 e 22 anni, ma i bombardamenti continuano; l’acqua, l’elettricità, vanno e vengono, di gas nemmeno a parlarne. E poi le bambine piccole hanno paura. I missili, quelli che chiamano Grad, prima di schiantarsi fanno un suono, come un fischio lunghissimo, ed è una cosa spaventosa, è come la morte che ti bussa alla finestra dieci, venti volte al giorno”. Alina è arrivata a Varsavia insieme alla madre e a due bambini di 9 e 5 anni. Viene da Kharkiv, la seconda città ucraina per popolazione e una delle più colpite dagli incessanti bombardamenti russi. Prima della guerra ci vivevano quasi un milione e mezzo di persone. Oggi, con più del 30% degli edifici dell’area urbana danneggiati, oltre cinquecentomila residenti se ne sono andati. Molti di loro hanno deciso di spostarsi, appunto, in Polonia, il paese europeo che ospita il maggior numero di profughi in fuga dalla guerra ucraina, almeno un milione e mezzo sui circa otto milioni totali, stando alle statistiche dell’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite.

Cracovia è una delle città europee che ha vissuto in maniera più dirompente l’emergenza profughi, con una popolazione che è cresciuta, in appena dodici mesi, di oltre il 10%: secondo l’amministrazione locale oggi vivono nel capoluogo del voivodato della Piccola Polonia circa 80.000 ucraini, che si aggiungono ai 760.000 abitanti censiti nel 2019. Fino ad ora, Cracovia ha stanziato oltre 20 milioni di zloty (4 milioni di euro) per la gestione della crisi, fondi utilizzati per coprire spese di alloggio, la costruzione di centri per l’infanzia, i costi dei trasporti pubblici gratuiti per i rifugiati e l’organizzazione del punto di accoglienza presso la stazione ferroviaria, attivo 24 ore su 24, solo per fare alcuni esempi. Si tratta di spese che rientrano nell’ambito della legge nazionale promulgata dal governo polacco per l’assistenza ai rifugiati residenti in Polonia e senza la quale le città, già sotto pressione, andrebbero al collasso. Solo sul fronte scolastico, ad esempio, l’amministrazione di Cracovia ha dovuto fare spazio a quasi ottomila nuovi studenti fra asili, elementari, medie e superiori, un’impresa possibile grazie al nuovo regolamento firmato dal Ministro dell’Istruzione, che ha aumentato il numero massimo di alunni per classe.

Come a Cracovia, anche nel resto della Polonia ci si è organizzati in maniera analoga, con nuove assunzioni, soprattutto, di mediatori culturali, pedagoghi, psicologi. “Non è solo una questione di solidarietà, ma anche di impatto pratico sul funzionamento della città e dei suoi servizi – spiega Marta Rajtar, una delle volontarie che, grazie alla sua conoscenza della lingua russa, opera nei centri di prima accoglienza – per questo dovremmo cominciare a ragionare sul lungo periodo e abbandonare definitivamente la gestione degli arrivi come fosse una continua emergenza”.

La Repubblica Ceca è il terzo paese europeo, dietro Polonia e Germania, per numero di profughi ucraini accolti. Nel paese, secondo i dati UNHCR, risiedono in questo momento mezzo milione di rifugiati. Quella ceca sembra essere, sino ad oggi, l’esperienza di integrazione meglio riuscita in Europa, con più di 100.000 ucraini che hanno trovato lavoro e il 90% di tutti i bambini iscritti a scuola: oggi costituiscono il 5% della popolazione infantile complessiva della Cechia e fanno parte di un modello interessante anche sul fronte economico dell’accoglienza. Secondo il ministero delle Finanze ceco, le spese totali per i rifugiati ucraini fino alla fine di gennaio 2023 sono state di circa 1,2 miliardi di euro. Dall’altra, l’alta percentuale di profughi in grado di ricollocarsi sul mercato del lavoro ha permesso alla fiscalità locale di incassare 350 milioni di euro di gettito dai lavoratori ucraini negli ultimi otto mesi, con il ministro delle Finanze Zbynek Stanjura che ha ribadito, recentemente, come “i rifugiati si sono ormai integrati nel mercato del lavoro ceco e non rappresentano più un peso per il nostro sistema”.

I rifugiati ospitati da Polonia e Repubblica Ceca, così come quelli presenti nel resto d’Europa, sono inquadrati dal punto di vista amministrativo secondo il regime di protezione temporanea approvato dall’UE nel marzo 2022. La protezione temporanea per i rifugiati ucraini, che dura fino a tre anni, offre il rilascio di un permesso di soggiorno, l’accesso al mercato del lavoro e all’alloggio, l’assistenza medica e l’istruzione per i bambini. Dal punto di vista finanziario l’Unione Europea ha emendato il regolamento CARE, Cohesion’s Action for Refugees in Europe, per permettere ai paesi comunitari di utilizzare liquidità non spesa o non assegnata proveniente dal bilancio 2014-2020 dei Fondi di coesione. Secondo le stime, in totale si tratta di circa 17 miliardi di euro, cui vanno aggiunti i 5 miliardi stanziati da Commissione Europea ed European Investment Bank e le misure su base nazionale previste dai vari governi. L’Italia, nel primo anno di guerra, ha speso 754 milioni di euro per l’accoglienza dei profughi e si calcola che per confermare gli interventi di solidarietà, al ritmo di arrivi attuale (duemila rifugiati ucraini al mese) serviranno altri 600 milioni per i prossimi dodici mesi.

Studiando i numeri, emerge in maniera molto chiara, nell’ambito dell’organizzazione delle politiche di accoglienza, una difficoltà di coordinamento fra istituzioni europee, governi nazionali e amministrazioni locali. Soprattutto, mentre la risposta alla fase di emergenza è stata solida e ha permesso una gestione tutto sommato funzionale della crisi, molto più complesso è invece il consolidamento di misure efficaci sul lungo periodo.

 

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L’Agenzia dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europa, nel rapporto “Fleeing Ukraine”, sottolinea come il 33% degli ucraini in età lavorativa arrivati in Europa non abbia ancora un’occupazione retribuita, mentre quasi il 50% degli occupati è impiegato in una posizione inferiore al proprio livello di istruzione e otto intervistati su dieci dichiarano di avere difficoltà ad arrivare alla fine del mese. Un’altra indagine, realizzata dal Norwegian Refugee Council, organizzazione umanitaria non governativa, rivela che sette rifugiati ucraini su dieci che vivono in Polonia, Romania e Moldavia sono al limite della soglia di povertà e affermano di non essere in grado di provvedere a beni di prima necessità come cibo, acqua, vestiti.

In Italia la situazione non è molto diversa. Solo uno su tre ucraini arrivati nel nostro paese ha attivato la procedura di richiesta di asilo, mentre la maggioranza ha preferito ottenere la sola protezione temporanea. Dei 173.645 profughi arrivati in Italia, quasi 50.000 sono minori e, di questi, il 21% non frequenta la scuola. Non stupisce, allora, che soltanto 1 cittadino ucraino su 5, in Italia come nel resto d’Europa, preveda di rimanere a lungo termine sul territorio UE. Anche spostando il tiro, e analizzando la situazione nel Regno Unito, si scoprono numerose difficoltà da parte degli ucraini a integrarsi nel tessuto sociale e lavorativo del paese ospitante. In Gran Bretagna, secondo una ricerca pubblicata dal programma Homes for Ukraine, più della metà dei rifugiati ucraini fatica infatti a trovare un alloggio in affitto a prezzi accessibili e solo uno su quattro è riuscito a trovare un’occupazione stabile.

Sono lavoro e barriera linguistica, due elementi connessi, a fare la differenza. I dati UNHCR aggiornati a gennaio 2023 rilevano che in Estonia e Lituania, paesi nei quali la lingua russa, parlata da gran parte degli ucraini, è ampiamente diffusa, le percentuali occupazionali dei rifugiati ucraini sono superiori al 50% e i settori nei quali sono impiegati molto vari, dal manifatturiero all’edile, sino al commercio all’ingrosso e ai servizi amministrativi. In Irlanda, invece, nonostante la possibilità di utilizzare la lingua inglese, solo il 20% dei rifugiati ucraini in età lavorativa è riuscita a collocarsi.

Oltre al sostegno economico e alle misure di emergenza, dunque, è fondamentale operare per l’integrazione, da una parte comprendendo l’importanza dell’apprendimento linguistico e dell’assistenza per scuola e infanzia, dall’altra riconoscendo formalmente le competenze professionali dei rifugiati ucraini. In questo modo è possibile immaginare una gestione del fenomeno sul lungo periodo, con un impatto complessivo sulla forza lavoro europea compreso, secondo le stime della Banca Centrale Europea, fra lo 0,5% e lo 0,7% per il 2023.

L’approccio UE rispetto alla crisi dei rifugiati ucraini ha bisogno, in fretta, di trasformarsi, puntando all’approvazione di misure di prospettiva. L’invasione russa d’Ucraina non sembra infatti sul punto di concludersi e, in ogni caso, serviranno anni prima di poter immaginare un rientro definitivo dei profughi ucraini nel loro paese. Un rientro che probabilmente, per una parte sostanziale di chi ha deciso di scappare, non avverrà mai.