international analysis and commentary

Il voto popolare in Svizzera: Europa, oltre la demografia

30

La Svizzera, con il voto del 14 giugno, ha respinto l’iniziativa popolare «No a una Svizzera da 10 milioni!» che proponeva di introdurre nella Costituzione federale un limite massimo di 10 milioni di residenti permanenti.  Circa il 54% dei votanti ha respinto la proposta, mentre il 46% si è espresso a favore – l’affluenza alle urne è stata del 58%. Un esito più netto di quanto lasciassero prevedere i sondaggi della vigilia, che fino agli ultimi giorni avevano indicato una competizione sostanzialmente aperta.

Un cartellone per il referendum demografico svizzero.

 

A prima vista l’iniziativa popolare – che in Svizzera permette ai cittadini di proporre l’inserimento o la modifica di una norma nella Costituzione tramite una raccolta firme, a differenza del referendum che consente loro di esprimersi su una legge già approvata dal Parlamento – sembrava riguardare esclusivamente l’immigrazione. In realtà il voto ha toccato una questione molto più ampia, ovvero il rapporto tra crescita economica, dinamiche demografiche e integrazione europea in uno dei Paesi più prosperi e competitivi del continente.

La Svizzera conta oggi circa 9,1 milioni di abitanti. Nel 1950 erano meno di 5 milioni. Solo negli ultimi dieci anni la crescita della popolazione è stata tra le più elevate dell’Europa occidentale e si è basata in larga misura sull’immigrazione, dato che il tasso di fecondità si mantiene su 1,3 figli per donna. Se la popolazione svizzera tra il 2016 e il 2024 è cresciuta del 7,6%, in Francia è cresciuta del 3,1% e in Germania dell’1,4%, mentre in Italia è diminuita dell’1,9%. Il fenomeno migratorio è favorito sia dall’attrattività dell’economia svizzera sia dagli accordi bilaterali conclusi con la UE, che hanno reso possibile la libera circolazione delle persone.

Parallelamente, la Confederazione Elvetica ha consolidato la propria posizione tra le economie più performanti al mondo. Per i maggiori istituti finanziari come il Fondo Monetario Internazionale (FMI), il PIL svizzero supera gli 850 miliardi di franchi (oltre 1000 miliardi di dollari), il PIL pro-capite è tra i più elevati del pianeta, la disoccupazione rimane strutturalmente bassa, quasi da piena occupazione, e il Paese continua a occupare le prime posizioni nelle classifiche internazionali dedicate a innovazione, ricerca e competitività.

L’immigrazione non ha rappresentato soltanto un fenomeno sociale o demografico, ma uno dei fattori che hanno contribuito alla costruzione di questo modello sociale ed economico. In un Paese ormai caratterizzato da una natalità contenuta e da un progressivo invecchiamento della popolazione, l’afflusso di lavoratori stranieri ha consentito di sostenere il mercato del lavoro in settori critici come la sanità, la ricerca scientifica, l’industria farmaceutica, la finanza, l’ingegneria, l’edilizia e il turismo.

 

Leggi anche: Migrazioni: il valore strategico dell’attrattività e la “migrafobia”

 

Oggi quasi un quarto della popolazione residente non possiede la cittadinanza svizzera, una quota che non trova equivalenti nelle grandi economie europee: la porzione più cospicua, secondo l’Ufficio federale di statistica, è rappresentata dagli italiani (13,8%), seguiti dalla componente tedesca (13,3%) e portoghese (10,4). Molto significativo è il ruolo svolto dai lavoratori provenienti complessivamente dall’Unione Europea (63%), molti dei quali occupano posizioni altamente qualificate nei comparti a maggiore valore aggiunto.

L’iniziativa popolare, dunque, non è nata certo dal nulla. Negli ultimi anni una parte crescente dell’opinione pubblica ha iniziato a percepire gli effetti collaterali della crescita demografica. L’aumento dei prezzi degli immobili, la scarsità di abitazioni nelle principali aree urbane, la pressione sulle infrastrutture, l’affollamento dei mezzi di trasporto e, dunque, la sensazione di una crescente congestione territoriale, sono diventati temi centrali del dibattito politico nazionale.

 

Leggi anche:
La sfida demografica europea
Come evitare un’Europa senza nascite

 

I promotori dell’iniziativa, sostanzialmente l’Unione Democratica Svizzera (UDC), ovvero un partito politico conservatore e populista di destra (mentre tutto il resto dello spettro politico si è schierato contro), hanno costruito la propria campagna proprio attorno a queste preoccupazioni, sostenendo che il Paese rischiava di compromettere la propria qualità della vita se non fosse intervenuto per rallentare la crescita della popolazione.

La questione, però, andava ben oltre il semplice numero dei residenti, riguardava infatti celatamente i rapporti tra Svizzera e Unione Europea. Formalmente si votava su una soglia demografica, ma sostanzialmente si votava su uno dei pilastri dell’intero sistema di relazioni costruito negli ultimi venticinque anni tra Berna e Bruxelles, più precisamente tra la Svizzera e i quattro Paesi confinanti di Italia, Germania, Francia e Austria.

L’iniziativa referendaria prevedeva che, una volta raggiunti determinati livelli di popolazione, il governo federale fosse obbligato ad adottare misure volte a contenere la crescita demografica. Se tali misure non fossero risultate sufficienti, sarebbe diventato inevitabile intervenire sulla libera circolazione delle persone. Proprio questo scenario ha alimentato le maggiori preoccupazioni negli ambienti economici.

L’Unione Europea rappresenta di gran lunga il principale partner della Svizzera. Per l’Ufficio federale della dogana e della sicurezza dei confini, circa la metà delle esportazioni elvetiche è destinata ai Paesi dell’UE e oltre due terzi delle importazioni provengono dal mercato europeo. Ogni giorno più di 400.000 lavoratori frontalieri attraversano i confini svizzeri per raggiungere il proprio posto di lavoro, contribuendo al funzionamento di interi settori economici.

Anche gli investimenti reciproci hanno raggiunto livelli straordinari. Per la Segreteria di Stato dell’economia, l’Unione Europea rappresenta il principale investitore estero in Svizzera, mentre le imprese svizzere figurano tra i maggiori investitori nel mercato europeo. In questo contesto, qualsiasi intervento che avesse messo in discussione la libera circolazione avrebbe inevitabilmente aperto una fase di incertezza politica, giuridica ed economica.

Non sorprende quindi che governo federale, organizzazioni imprenditoriali, sindacati e gran parte delle associazioni economiche si siano schierati contro l’iniziativa popolare. La loro opposizione non riguardava soltanto il fabbisogno futuro di manodopera qualificata, ma soprattutto il rischio di compromettere la prevedibilità e la stabilità di cui l’economia svizzera beneficia da decenni.

Il voto assume inoltre un significato particolare nel momento in cui Berna e Bruxelles stanno cercando di consolidare una nuova fase delle relazioni bilaterali. Dopo anni di tensioni seguiti all’abbandono dell’accordo istituzionale nel 2021, entrambe le parti stanno (ancora) lavorando a un nuovo pacchetto di accordi destinato a modernizzare il quadro normativo esistente e a garantire maggiore stabilità alle relazioni economiche, sul quale sia la Commissione, sia il Consiglio, sia il Parlamento Europeo hanno ribadito che chiunque voglia accedere in modo privilegiato al mercato unico europeo deve accettarne anche le regole fondamentali e i meccanismi che ne garantiscono l’applicazione uniforme.

La bocciatura dell’iniziativa elimina almeno temporaneamente uno dei principali fattori di rischio che incombevano su questo processo, ma il risultato popolare non cancella tuttavia le tensioni che hanno alimentato il dibattito.

La geografia del voto mostra infatti una frattura significativa tra aree urbane e aree rurali. I grandi centri economici e universitari hanno respinto nettamente la proposta, mentre molte regioni periferiche e rurali, come l’italofono Cantone Ticino, l’hanno sostenuta con convinzione.

Si tratta, tuttavia, di una dinamica che richiama fenomeni osservabili in numerose democrazie occidentali, dove una parte crescente della popolazione percepisce i cambiamenti economici, culturali e demografici con maggiore inquietudine rispetto al passato. Per questo motivo sarebbe un errore interpretare il risultato dell’iniziativa popolare semplicemente come una vittoria dell’apertura sull’isolamento.

Le preoccupazioni relative all’accesso alla casa, alla mobilità, all’uso del territorio e alla sostenibilità della crescita rimangono reali e continueranno a occupare il centro del dibattito politico svizzero. Il voto ha però chiarito un punto fondamentale. Quando gli elettori chiamati a scegliere tra un limite rigido alla crescita della popolazione e la preservazione del modello economico e delle relazioni costruite con il resto dell’Europa negli ultimi decenni, ha scelto, la maggioranza di loro, la seconda opzione.

Per Bruxelles il risultato rappresenta un segnale incoraggiante, poiché una parte significativa dell’elettorato svizzero continua infatti a considerare l’integrazione economica con l’Unione Europea un elemento essenziale della prosperità nazionale. La domanda che emerge dalle urne svizzere, dunque, non riguarda soltanto la Svizzera, ma riguarda davvero l’intera Europa, in molti sensi.

 

Leggi anche: La “Respublica” europea come antidoto

 

Come conciliare allora apertura economica, competitività internazionale e consenso democratico in società che percepiscono sempre più spesso la crescita come una fonte di pressione anziché come un’opportunità? La risposta a questo interrogativo determinerà non soltanto il futuro delle relazioni tra Svizzera e Unione Europea, ma più in generale la capacità delle economie avanzate di continuare a prosperare in un mondo sempre più interconnesso.