Il vertice NATO come esercizio di controllo dei danni, e l’ombra iraniana
Il vertice NATO che si è tenuto ad Ankara il 7-8 luglio è stato fatalmente investito dalla questione iraniana, per una disgraziata coincidenza temporale (l’ennesimo scambio di missili tra USA e Iran per i traffici commerciali nello Stretto di Hormuz, con il coinvolgimento di alcuni Paesi arabi del Golfo come bersagli) ma anche per una ragione strutturale.
C’è infatti stato un cambio di passo (in peggio) nel rapporto transatlantico a seguito delle operazioni israelo-americane contro l’Iran: prima di allora il presidente Trump chiedeva, con i suoi modi ben poco diplomatici, agli alleati di spendere di più e sviluppare capacità aggiuntive, reclamando a intermittenza il controllo della Groenlandia; da fine febbraio la situazione è peggiorata perché Washington chiede di fatto alla NATO di sostenere automaticamente qualsiasi iniziativa militare americana senza neppure considerarsi vincolata almeno a informare e consultare gli alleati.

E’ una posizione del tutto inaccettabile per gli europei, oltre che palesemente in contrasto con lo spirito e la lettera del Trattato del 1949. E’ stata quindi respinta seccamente da tutti i Paesi membri, pur confermando (anche nel Comunicato Finale di Ankara) i ben noti obiettivi di garantire la libera circolazione nello Stretto di Hormuz e di impedire che Teheran acquisisca armi nucleari. Rimane infatti il dato di fondo che l’attacco all’Iran non è stato provocato da alcuna specifica azione iraniana che fosse rappresentabile come una minaccia diretta alla sicurezza euroatlantica.
Quella di Trump è inoltre una pretesa che finisce per avere un effetto duplice sugli europei: salda la volontà di costruire capacità aggiuntive e (potenzialmente) autonome dagli USA con la scelta di creare un’autonomia politica (dunque decisionale) da Washington. Le due cose non sono identiche, ed è bene sottolinearlo perché a volte sembra sfuggire nelle dichiarazioni politiche un po’ estemporanee su entrambi i lati dell’Atlantico. Se nuove capacità operative “non-americane” vengono inserite nel quadro delle attività militari integrate della NATO, ne risulta un baricentro spostato nel contesto di una maggiore (non minore) coesione interalleata; se invece i membri europei ritengono di dover sviluppare meccanismi paralleli a causa di un crollo di fiducia nel principale alleato, l’alleanza nel suo complesso viene indebolita.
Purtroppo, l’attuale contesto politico sta in effetti provocando un grave indebolimento della NATO. Il motivo alla base di questa evoluzione non è lo scenario (plausibile solo nel medio termine) di un’alleanza a trazione più europea, che di per sé sarà uno sviluppo positivo, ma il modo in cui l’amministrazione Trump sottolinea ad ogni occasione la propria insoddisfazione nei confronti dei partner. La manifestazione più macroscopica di questa tendenza è l’affermazione del presidente per cui la NATO sarebbe sempre stata una “tigre di carta”, come saprebbero benissimo anzitutto i russi – un’affermazione che si può soltanto definire autolesionista per tutti i membri dell’alleanza, senza esclusione. La deterrenza poggia sui segnali che si inviano agli avversari, e a Mosca hanno certamente apprezzato dichiarazioni di quel tenore come sintomo di una scarsa affidabilità americana nel contribuire alla sicurezza del Vecchio Continente.
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A questo vanno aggiunte le reiterate ipotesi, confermate sia dal presidente che dal Segretario alla Difesa Pete Hegseth, di ritirare una porzione consistente delle forze americane schierate oggi sul suolo europeo. Anche qui ciò che conta è soprattutto il segnale politico: non si sta gestendo un programma concordato di riequilibrio degli schieramenti di truppe e assetti operativi, ma piuttosto prefigurando una decisione del tutto unilaterale. E’ chiaro insomma che lo “schema” visto in azione nel Golfo si ripete quasi ovunque, con gli alleati che vengono informati da Washington di una lista di desiderata – peraltro in continuo aggiornamento – alla quale rispondere sotto la pressione di minacce e misure punitive.
E’ vero che al vertice di Ankara si è registrato un buon grado di convergenza sulla questione ucraina, il che non si poteva certo dare per scontato alla vigilia. Ciò sembra riflettere anzitutto le palesi difficoltà in cui versa la Federazione Russa sia sul campo di battaglia (lo stallo è ormai conclamato) sia sul proprio stesso territorio (diventato bersaglio di sistematiche controffensive ucraine), ma è comunque un dato positivo se confrontato con l’atteggiamento a dir poco ondivago della Casa Bianca verso il Cremlino sotto la seconda amministrazione Trump.
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Probabilmente, la spiegazione più semplice dell’attuale luna di miele Trump-Zelensky (con tanto di licenza per costruire i vecchi ma utili missili anti-missile Patriot) sta nel fatto che il presidente americano apprezza i “vincenti”, e al momento il leader ucraino può dire di esserlo – quantomeno più di Vladimir Putin. E’ abbastanza chiaro a tutti, fin dall’invasione russa del febbraio 2022, che una vera garanzia occidentale (USA e Paesi europei) di costante sostegno militare indiretto a Kiev renderebbe di fatto impossibile una vittoria russa; il problema è sempre stato nelle esitazioni e nei caveat che hanno circondato quell’impegno generico sulle forniture. Potrebbe essere dunque arrivato un importante passo avanti, pur con un percorso davvero tortuoso, e certamente tragico per il popolo ucraino e per i soldati che Mosca ha mandato a morire al fronte.
Per il resto, in ogni caso, non c’è molto da festeggiare dopo il summit di Ankara: più che consultazioni al vertice, l’incontro è parso un ulteriore esercizio di controllo dei danni. E non dimentichiamo che ciò ha anche implicazioni ben ulteriori rispetto al nucleo regionale della NATO, visto che a Pechino considerano qualsiasi segno di fragilità transatlantica come un’ottima notizia su scala globale. Hanno ottime ragioni per pensarla in questo modo, perché la vecchia Alleanza Atlantica è stata anche – e forse tornerà ad essere, in una diversa configurazione politica – una comunità di valori. ![]()