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Il senso di un mondo fuori controllo

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 Beh, stare via un po’ e poi tornare. Con la sensazione che non sia cambiato niente, la casa chiusa è sempre sotto il sole, la macchina è piena di polvere, le foglie secche sono lì, sono quelle di due anni fa. Il sindaco non si sente e non si vede, non è chiaro se esista davvero. Ma esiste e resiste il grande caos di Roma, da cui vorrei fuggire ma non posso, dopo tutto non me la sento di abbandonare la nave che affonda. Non sono uno Schettino qualsiasi, non mi piace quello che scrive il generale Vannacci – al punto tale che non ho ancora letto cosa ha scritto.

Trovo rifugio dalla nebbia calda romana nel mondo esterno? No, perché il mondo di oggi assomiglia, nel suo spaventoso non ordine, a Roma. Non siamo più in una Pax romana o americana. Siamo alle prese con una guerra drammatica e lunga in Europa, che ha risvegliato – noi europei – dal sonno kantiano che durava da decenni. Ma, apparentemente, non ci ha insegnato ancora nulla, per esempio ad essere seri sulla difesa europea: viva la NATO, fino a quando gli Stati Uniti avranno i mezzi e la voglia di occuparsi di noi e non solo della competizione con la Cina nell’Indo-Pacifico.

La geopolitica è tornata, scrivono i giornali e le riviste di mezzo mondo. Non mi è chiaro quando se ne fosse andata, al di là della retorica sulla “fine della storia” dopo la caduta dell’URSS. Il problema in Europa nasce molto da lì: la Russia non ha mai accettato di avere perso la guerra fredda, gli Stati Uniti hanno gestito il dopo-‘89 come una vittoria – e lo era. La guerra fredda non è mai finita davvero, Putin cerca di rifarsi in Ucraina. Ha già perso sul piano politico, qualunque sia l’esito finale sul terreno. E combatte un conflitto su due fronti: quello esterno e il fronte interno, agitato dal giallo sulla fine violenta di Evgeny Prigozhin, reo di tradimento. Il capo del Cremlino consuma, a quanto pare (parlando di torbidi russi una giusta dose di dubbio è sempre importante) l’ennesima vendetta fredda; ma non è detto che questo lo renda davvero più forte, dopo tutto la Wagner, come finta milizia privata, agiva da tempo come braccio armato di Mosca in Ucraina e Sahel.

La Russia neo-imperiale che ha in testa l’ex funzionario del KGB (chiamarlo Zar è in qualche modo nobilitarlo, accettarne le manie di grandezza) si è ridotta a dipendere dalla Cina, che non ama e non ha mai amato. Ma l’alleanza non è “senza limiti”: una volta ottenuti da Mosca petrolio a prezzo scontato e materie prime, Pechino deve occuparsi soprattutto di come gestire la sua difficile transizione economica. Cosa che riguarda i rapporti con l’Occidente, non con una Russia che ha il rublo in tracollo. La Cina, che ha letto nella crisi finanziaria del 2008 il segno tangibile del declino americano (“anche i nostri maestri sbagliano”, secondo il giudizio sarcastico dei leader cinesi di allora) è in qualche modo di fronte al “suo” 2008. Con tutte le conseguenze del caso sull’andamento della domanda globale: siamo in una fase di frammentazione, è ormai indubbio, ma l’economia internazionale continua naturalmente ad esistere.

Pechino vorrebbe mettersi alla guida di un “Global South” che invece non esiste, in realtà. Lo chiamiamo così per comodità, riunendo in una definizione abbastanza stupida una larga parte dell’umanità. In un incontro di pochi mesi fa all’Istituto Universitario europeo, c’era grande soddisfazione per avere deciso che il mondo di oggi si divide in un Global West (mettendo insieme le democrazie occidentali e quelle asiatiche), in un Global East (Mosca e Pechino, più le appendici centro-asiatiche) e in un Global South: i BRICS-plus che si sono riuniti in Sud Africa con Putin in video-conferenza e una quantità di Paesi invitati.

E’ una tripartizione che non funziona, evidentemente. L’India, che si proietta come potenza globale, accetta che la Cina guidi alcunché? Certamente no. I famosi BRICS, definizione con cui Jim O’Neill metteva insieme Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa già alcuni decenni fa, possono fare a meno del dollaro? No, possono aumentare l’uso del renmimbi negli scambi commerciali bilaterali ma non possono certo rinunciare all’infrastruttura finanziaria dell’economia (post o meno) globale. La membership del gruppo originario è stata allargata a sei nuovi Paesi: Argentina, Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. E’ la lista di quello che si potrebbe chiamare B-11, teorica alternativa al G7; ma si può già scommettere che le differenze fra i singoli attori conteranno più dell’ambizione dichiarata a costruire un vero e proprio “ordine internazionale” a trazione cinese invece che americana.

Meglio parlare, semmai, di potenze di mezzo, come fa un politologo brillante come Ivan Krastev. Che sottolinea il vero paradosso cui siamo di fronte. La rivalità bipolare fra Cina e Stati Uniti – la competizione del secolo, giocata anzitutto sul predominio tecnologico – non costringe tanto a schierarsi in un campo o nell’altro: l’unica vera alleanza internazionale, in senso classico, è la NATO. Perlomeno fino a quando siederà a Washington un presidente americano che sia convinto di ciò. Per il resto, le potenze di mezzo stanno aumentando la loro libertà d’azione e giocano su più tavoli: come descrivere diversamente le scelte dell’Arabia Saudita, che vuole garanzie di sicurezza più solide da Washington e intanto normalizza le relazioni con l’Iran, valuta un futuro accordo con Israele e moltiplica in modo stellare l’entità del commercio con la Cina? O i movimenti della Turchia, che è parte della NATO ma si muove in modo autonomo con Mosca mentre in Libia copre i buchi che abbiamo lasciato? O i giochi africani, fra energia, uso delle migrazioni, colpi di stato? L’India, con Modi, ha scelto la sua definizione: non si sta formando un nuovo movimento non-allineato, stanno emergendo Paesi “pluri-allineati”. Che potranno avere un peso specifico, più che un peso aggregato. La riunione allargata dei BRICS non fa nascere un nuovo ordine; segnala invece la frammentazione del vecchio ordine cui eravamo abituati.

E’ la fine di un mese che ha accelerato la storia che stiamo vivendo: la terribile guerra in Ucraina può anche assomigliare a uno stallo militare ma rivela in realtà rapidi smottamenti del sistema internazionale. L’Europa, che torna a discutere di regole fiscali, e gli Stati Uniti, con la testa già in campagna elettorale, dovranno dimostrare di sapere reggere nel tempo: conterà, per difendere la democrazia in Ucraina e non solo, la perseveranza dell’Occidente. La Cina affronta la sua crisi interna e guarda da potenza revisionista all’esterno. E intanto aumentano gli spazi delle potenze di mezzo. Il rischio è un grande disordine, un mondo alquanto fuori controllo. Proprio quando problemi di fondo – sfida ambientale, conseguenze dell’intelligenza artificiale, rivoluzione demografica – richiederebbero capacità di governo.

Qui a casa non c’è segno di ordine, intorno c’è il disordine del quartiere. Roma è un osservatorio speciale per guardare la politica internazionale. Il mondo ci assomiglia. Purtroppo.

 

 

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