international analysis and commentary

BRICS e “Sud globale”: fare chiarezza oltre gli acronimi e gli slogan

1,440

 Continua ad aumentare l’attenzione sui BRICS come un gruppo di Paesi in ascesa, con nuovi membri, e con crescenti ambizioni. E si parla con insistenza di un “Sud globale” che starebbe di fatto sfidando l’attuale assetto internazionale di potere, incentrato in sostanza su Stati Uniti e Paesi OCSE o G7. In particolare, un’ipotesi ricorrente è quella che venga presto costituita una valuta (di scambio o di riserva, si vedrà) alternativa al dollaro – dunque, in qualche modo anche all’euro.

Proviamo allora a “decostruire” BRICS e Sud globale per fare un po’ di chiarezza; si potrebbe scoprire una realtà diversa e più sfumata.

 

Anzitutto, l’acronimo BRICS cela una fortissima asimmetria perché comprende la “C” di Cina – il Paese che da solo ha trainato la crescita del PIL globale per molti anni e che oggi ha un peso economico quasi comparabile a quello degli USA. In realtà, è ben noto che la qualità della ricchezza prodotta nella Repubblica Popolare è assai inferiore a quella americana, per la semplice ragione tecnica che il PIL pro capite è nettamente inferiore. In altre parole, la Cina è un’economia molto grande, ma i cinesi sono mediamente assai meno ricchi degli americani. Inoltre, il modello cinese è stato finora quasi del tutto fondato sull’export, legandosi così a doppio filo alle catene del valore e della logistica i cui snodi sono proprio negli Stati Uniti e in Europa. Non solo, ma il Paese asiatico è già entrato in una fase di rallentamento della crescita demografica, e quasi certamente anche di quella economica “strutturale”, prima di aver raggiunto livelli di reddito paragonabili a quelli OCSE. Secondo molti economisti (anche cinesi), il problema è la famigerata “trappola del reddito medio”, da cui solitamente ci si libera adottando profonde riforme politiche e di mercato: entrambi tabù per l’attuale leadership di Xi Jinping, fortemente autoritaria e repressiva del dissenso interno in ogni sua manifestazione.

In estrema sintesi, il Paese che si autoproclama alla guida del gruppo BRICS è sì molto più pesante degli altri, ma non sembra in forma smagliante, e dipende comunque proprio dall’economia globale per garantirsi tassi di crescita attorno a circa la metà di quelli a cui era abituato negli anni d’oro della globalizzazione. Non a caso, Pechino non ha mai ufficialmente sostenuto di voler demolire il sistema degli scambi globali, ma semmai di volerlo trasformare per volgerlo a vantaggio dei Paesi meno ricchi.

 

Leggi anche: Forza e debolezza della Cina come attore finanziario globale

 

Arriviamo così alla seconda caratteristica saliente dei BRICS: la “R” di Russia. Non possiamo dimenticare che fino a pochissimi anni fa il pensiero prevalente (anche in Occidente) era che in fondo la Federazione Russa fosse stabilmente agganciata ai flussi economici internazionali e che dunque un personaggio dalla dubbia affidabilità come Vladimir Putin si sarebbe alla fine comportato in modo prudente. Ci siamo sbagliati di grosso, e l’effetto delle varie decisioni prese dal febbraio 2022 è che la Russia di oggi non ha praticamente un’economia in grado di attirare capitali, se non dalla Cina per ragioni che si possono descrivere in modo semplice: Pechino sta sottomettendo Mosca al proprio volere, approfittando della guerra in Ucraina. Il rapporto tra i due Paesi è ormai di vassallaggio, appena mascherato da un po’ di etichetta diplomatica. Intanto, è davvero difficile vedere la Russia attuale come un protagonista globale in termini di dinamismo economico e di creatività diplomatica, nell’ambito dei BRICS o di qualsiasi altro formato.

Ci sono poi Brasile e Sud Africa – due Paesi che al momento non mostrano particolare vitalità economica, scontando soprattutto le proprie gravi carenze istituzionali e politiche. Il Brasile, nuovamente guidato da Luiz Inácio Lula da Silva, lancia idee interessanti ma è tuttora avviluppato nei vecchi problemi delle economie latinoamericane. Le cronache degli ultimi anni sono ricche di tentativi abbozzati per dare vita a una “moneta unica” regionale, sempre in esplicita contrapposizione all’odiato dollaro USA; tentativi che però sono naufragati di fronte allo scarso peso delle economie coinvolte, dall’Argentina allo stesso Mercosur (che in sostanza guarda alla UE e all’euro come possibile modelli ma ne dista anni-luce). Quanto al Sud Africa, si tratta comunque di uno Stato con una struttura produttiva in gran parte tradizionale – cioè da vero Paese in via di sviluppo – e a macchia di leopardo. Non riesce a proporsi come leader regionale in Africa e non può sganciarsi dai rapporti con le economie più avanzate per avere speranze di crescita sostenuta.

 

Leggi anche: Back to the international arena, Brazil’s diplomatic ambitions unnerve the West

 

Il tassello più interessante del puzzle BRICS che rimane da analizzare è dunque l’India, che però riflette proprio l’inconsistenza di questo raggruppamento come concetto politico. New Delhi non accetterà mai una leadership cinese, e gioca apertamente su più tavoli per assicurarsi rapporti di sicurezza, partnership, scambi di tecnologie, con gli Stati Uniti e i loro alleati. L’India ha ambizioni di medio e lungo periodo paragonabili e competitive rispetto a quelle cinesi, e una geografia che la pone a diretto contatto con l’altro gigante asiatico, sia via terra che via mare. I forum internazionali di cui entrambi i Paesi fanno parte li vedranno quasi sempre in competizione. Ad oggi, il sistema politico indiano è di gran lunga preferibile a quello cinese dalla nostra prospettiva, pur con le sue lacune e i suoi aspetti preoccupanti, motivo per cui tutte le potenze occidentali hanno un forte interesse a coltivare i rapporti con New Delhi. Questa combinazione di fattori fa dell’India un elemento dinamico dei futuri assetti globali, forse più della stessa Cina ma in un’ottica assai più aperta alla collaborazione con il vecchio Occidente.

Se questo è il quadro che emerge da un’analisi rapida dei BRICS, si deve giustamente notare la richiesta o l’interesse di adesione al gruppo da parte di oltre venti Paesi, per cui è già sorta la definizione di “BRICS+6”, con l’ingresso previsto nel 2024 di Arabia Saudita, Argentina, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Iran.

Con questi nuovi ingressi, si è però trasfigurato radicalmente il senso iniziale dei BRICS: non più economie emergenti ma Paesi che sperano di trovare una collocazione proprio perché non riescono ad emergere. Iran e Argentina, ad esempio, o Egitto ed Etiopia, non hanno affatto recenti performance positive da mostrare e neppure alcun modello di successo su cui puntare. Aspirano a uscire da situazioni di stagnazione, fortissima volatilità, o perfino isolamento internazionale.

In sostanza, siamo di fronte a un’interessante dinamica politica (comunque piuttosto confusa) fatta di speranze con possibili implicazioni strategiche, ma certo non a un coerente fenomeno di riassetto geoeconomico. Vedremo quanto i risultati pratici corrisponderanno alle ambizioni, ma c’è di che essere molto scettici.

A complicare il quadro, ai BRICS è stato spesso legato, di recente, il termine “Sud globale”. E’ un termine che in realtà risale agli studi sullo sviluppo degli anni Settanta, essendo stato adottato gradualmente soprattutto in ambito ONU per evitare le più tradizionali espressioni “Terzo Mondo” e “Paesi in via di sviluppo”. L’intenzione era di usare un concetto più neutro che non ponesse questo vasto gruppo di Paesi in posizione pregiudizialmente subordinata o di ritardo (secondo una sequenza prefissata per realizzare i processi di sviluppo) rispetto a quelli più ricchi.

Anche in questo caso, è utile “decostruire” l’espressione per meglio capirne il contenuto effettivo.

Nell’idea di un “Sud globale” c’è un elemento che possiamo definire rivendicativo: è una presa di posizione esplicita contro il colonialismo nelle sue varie forme. Ne stiamo vedendo gli effetti drammatici in vari Paesi del Sahel. Il fatto è però che l’eredità coloniale in senso stretto è ormai poco rilevante per le generazioni più giovani, che non ne hanno memoria diretta e guardano avanti piuttosto che indietro. Una lettura più distaccata può indurre a non disperare, anche a fronte della indubbia impopolarità degli “occidentali” in Africa: i sentimenti antieuropei e antiamericani sono probabilmente attivati a intermittenza, più che essere radicati.

In ogni caso, molti Paesi africani e asiatici hanno intanto sperimentato sulla propria pelle un altro tipo di neocolonialismo, a cominciare da quello cinese, che infatti ha già provocato reazioni negative rispetto alle versioni più ambiziose e intrusive della Via della Seta. Inoltre, nella (legittima) critica al neocolonialismo, più o meno mascherato, sono particolarmente attivi regimi politici che hanno ragioni specifiche e del tutto nazionali per contrastare gli USA, a volte la UE e i maggiori organismi internazionali: si pensi all’Iran o alla Corea del Nord. Non è davvero chiaro perché dovrebbe convenire a un Paese come l’India trovarsi allo stesso tavolo con la leadership iraniana o magari nordcoreana, fintanto che quei regimi sono largamente percepiti come l’equivalente contemporaneo dei pirati o quantomeno come una fonte ricorrente di gravi problemi regionali.

 

Leggi anche: China, climate and convergence: the new India-US relationship

 

C’è poi nell’idea di un “Sud globale” un elemento che possiamo definire trasformativo: si intende cambiare gli equilibri nelle grandi agenzie internazionali, come Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale. Si tratta di un difficile dibattito, certo non nuovo, che comunque richiede la costruzione di un vastissimo consenso e in sostanza un compromesso tra le potenze tradizionalmente dominanti e quelle “emergenti”. Qui va però ricordato che gli standard – che poi diventano regole giuridiche per via di trattati ad hoc – sono tuttora fissati dalle potenze tradizionali, per la buona ragione che queste detengono il grosso della forza finanziaria e tecnologica. E’ vero che stiamo assistendo da decenni a una diffusione del potere e dell’influenza, anche per l’emergere di “medie potenze” molto attive. Eppure, se si guarda ad esempio al ruolo crescente delle monarchie del Golfo come possibile fattore innovativo e appunto trasformativo, sorge qualche dubbio sulla sostenibilità del loro dinamismo quando si pensi che il loro peso attuale dipende dalla vendita di petrolio e gas sui mercati globali; non esattamente una naturale proiezione verso il futuro, per Paesi che oltretutto sono fortemente antidemocratici, socialmente conservatori, e demograficamente anomali.

Altre “medie potenze” che vengono usualmente menzionate in questo contesto per il loro oggettivo potenziale soffrono di altre evidenti carenze nella loro struttura interna: si pensi a Turchia, Messico, Indonesia. Altri Paesi ancora hanno l’ambizione principale di diventare protagonisti del proprio stesso sviluppo, con effetti positivi sulla proiezione internazionale “aggregata”, ma non in termini vagamente globali bensì propriamente regionali: è il caso dell’importante esperimento dell’ASEAN, che pur tra serie difficoltà ha visto una crescita notevole del peso individuale e collettivo dei suoi membri nel corso di decenni. Ma proprio l’esperienza dell’ASEAN mostra come un atteggiamento pregiudizialmente antioccidentale e “ansi-sistema” va superato se si vogliono davvero accelerare i processi di sviluppo locale e regionale.

Con una certa sovrapposizione rispetto ai due fattori appena elencati, c’è inoltre un elemento organizzativo/negoziale nel tentativo di mobilitare politicamente il termine “Sud globale”: molti Paesi cercano negli altri in condizioni almeno parzialmente simili una sponda diplomatica per estrarre concessioni e accordi dai “grandi”. Qui ci sono tuttavia due notevoli ostacoli a un’azione negoziale efficace: da un lato, il gruppo che chiamiamo “Sud globale” è molto disomogeneo e dunque ha obiettivi diversificati; dall’altro, ciascun Paese ha un forte interesse a coltivare comunque rapporti selettivi di collaborazione economica (e a volte di sicurezza) con il “Nord”, creando una dinamica “a raggiera” rispetto al nucleo OCSE/G7.

Infine, troviamo nell’uso del termine BRICS un elemento prettamente politico-ideologico: Cina e Russia identificano tra i loro interessi anche un’aperta contrapposizione ai regimi democratico-liberali in quanto tali, rifiutandone il modello. Sulla stessa posizione si pongono anche l’Iran e (con toni meno aspri) le monarchie del Golfo. E’ chiaro che porre l’enfasi su questa specifica accezione del raggruppamento approfondisce la spaccatura “sistemica” degli assetti globali. Si va insomma – deliberatamente – nella direzione di un mondo caratterizzato da “the West versus the Rest” di memoria huntingtoniana (il famosissimo “scontro di civiltà”). Resta tutto da dimostrare che una tale interpretazione convenga a chi ne fa uso: i modelli politici sono valutati, in termini di selezione naturale, in base alla loro capacità di adattarsi e rinnovarsi, e in tal senso le prospettive migliori continua ad averle il sistema liberal-democratico di mercato.

 

Leggi anche: Joe Biden e l’idea prematura del “declino americano”

 

In ultima analisi, quello dei BRICS è un forum troppo eterogeneo per darsi un assetto stabile e dunque un’agenda comune, e sarà ancor più eterogeneo con l’ampliamento a sei nuovi partecipanti. Lo stesso vale, a maggior ragione, per il cosiddetto “Sud globale”, che è in effetti un’etichetta onnicomprensiva attribuita per differenza: tutto ciò che non appartiene al “Nord” più avanzato.

L’aspetto quasi surreale di questa descrizione del mondo odierno è che essa è in gran parte autoimposta dagli analisti e dai diplomatici occidentali, come una classica profezia che rischia di autoavverarsi. Forse sarebbe ora di articolare una visione più costruttiva, che senza negare gli effetti collaterali negativi della globalizzazione poggi comunque sui suoi enormi benefici per moltissimi abitanti del pianeta – a prescindere dai punti cardinali.