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Geoeconomia e sicurezza: implicazioni e scelte per l’Italia

Aspen Institute Italia in collaborazione con CESPI (Centro Studi di Politica Internazionale), ECFR (European Council on Foreign Relations), IAI (Istituto Affari Internazionali), ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale)

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Questo paper – di cui pubblichiamo l’abstract – esplora sfide e opportunità per l’Italia, in un contesto europeo e globale mutato, a partire dai rapporti geoeconomici e dal rapporto tra economia e sicurezza. Il contributo di Aspen Institute Italia è parte del progetto Comunità italiana di Politica Estera, promosso dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale assieme ai cinque principali centri studi italiani. Puoi trovare la versione integrale della ricerca qui. Gli altri contributi del progetto sono consultabili qui.

 

Il quadro macroeconomico internazionale presenta una forte volatilità (per certi versi, strutturale) e spinte contrastanti che pongono un’obiettiva difficoltà analitica. Per meglio interpretare l’attuale direzione di marcia è utile ricordare le tendenze precedenti, cioè le caratteristiche salienti del “periodo d’oro” della globalizzazione e i problemi emersi nel corso dell’ultimo quindicennio.

Nei paesi avanzati, i primi due decenni del secolo hanno visto emergere vari segnali della cosiddetta “stagnazione secolare”: invecchiamento della popolazione, transizione tecnologica caratterizzata da uno scarso impatto sulla crescita della produttività, eccesso di risparmio e tassi di interesse molto bassi o perfino negativi. L’insieme di questi fattori ha prodotto due decenni di crescita mediamente molto bassa, costellata da varie crisi economico-finanziarie, inflazione al di sotto degli obiettivi delle Banche Centrali (il 2% circa), e aumento dei livelli di debito sia privato che sovrano. A questi fattori si sono poi aggiunte un’iniezione di liquidità senza precedenti nel sistema economico e una significativa accelerazione della transizione energetica.

In coincidenza con la fase dell’amministrazione Trump negli USA, e poi della pandemia, si sono manifestati i segnali di un rallentamento dei flussi globali, quantomeno a macchia di leopardo: una sorta di slowbalization. Si è poi aggiunta l’inflazione (con cause distinte negli Stati Uniti e in Europa), la difficoltà di accesso a risorse energetiche e materiali (con una tensione evidente, nel caso europeo, fra sicurezza e transizione energetica) e problemi crescenti nell’organizzazione della logistica e di alcune filiere produttive. Con l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022, l’Europa, in particolare, si è trovata di colpo a dovere riorganizzare la propria politica di rifornimento energetico, a lungo fondata sulle forniture dalla Russia: uno shift da Est verso Sud, per quel che riguarda le fonti di gas in modo particolare, e il sostanziale collasso della vecchia opzione “euro-asiatica” coltivata dalla Germania e in parte dall’Italia.

Il risultato delle due ultime crisi è stato di aumentare il grado di “americanizzazione” dell’Europa, che peraltro ha complessivamente perso competitività rispetto agli Stati Uniti. Le tesi sulla cosiddetta “autonomia strategica” dell’UE, in particolare nelle versioni alla Macron, ne sono uscite fortemente ridimensionate.

Più ampiamente, l’intero contesto globale è mutato. Siamo in effetti di fronte a un nuovo standard di complessità, che si manifesta soprattutto nel rapporto tra economia e sicurezza, tra cooperazione intergovernativa (fino a forme di vera integrazione) e tutela di interessi strettamente nazionali.

Si può in sostanza affermare che stiamo vivendo il passaggio da uno standard almeno ventennale di difficile gestione economica (bassa inflazione/bassa crescita) a un sistema socioeconomico che presenta sfide ulteriori ma in parte di tipo diverso, di elevata complessità e forte volatilità. La complessità è determinata soprattutto, per i Paesi OCSE, dall’interazione di fattori geopolitici (specifico “problema russo” nel contesto europeo, accentuazione del confronto USA-Cina, rapporti mutevoli con e tra i Paesi emergenti), di fattori economici (ancora bassa crescita, incerte spinte inflattive, terziarizzazione), di fattori tecnologici (transizione industriale, digitalizzazione, IA), di fattori demografici (invecchiamento nelle prime 15 economie mondiali in termini di PIL, inclusa la Cina, e marcati squilibri macro-regionali), di problemi ambientali (contrasto/adattamento ai cambiamenti climatici, transizione energetico/industriale). In breve: si può dire che la “policrisi” abbia fatto emergere le vulnerabilità collegate all’interdipendenza. Ma nel momento in cui la rivalità geopolitica ha cominciato ad interferire con le scelte economiche – con il ritorno delle politiche industriali, sussidi nazionali, sanzioni – sono emersi anche i costi di una frammentazione dei processi globali.

Vanno allora riconosciuti due punti fondamentali. Primo, l’interdipendenza crea vulnerabilità nel momento in cui diventa overdependence ma resta comunque alla base, con il commercio internazionale, della crescita globale – dunque, diversificare le fonti e accorciare le catene del valore sono risposte logiche, ma senza ledere l’importanza del commercio globale come fonte di crescita. Secondo punto, l’attuale assetto economico-tecnologico globale è comunque basato su un’infrastruttura (fisica, digitale, normativo-istituzionale, finanziaria) di evidente impronta occidentale.

I tentativi di costruire istituzioni e coalizioni alternative sono degni di nota, dai BRICS alla SCO (Shanghai Cooperation Organization) al RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership Agreement) asiatico, dall’uso del renmimbi come valuta di scambio (ma comunque non di riserva) fino al lancio del CIPS (Cross-Border Interbank Payments System) da parte della Cina. Nessuno di questi tentativi, tuttavia, si è finora dimostrato credibile nel senso di convincere attori primari ad abbandonare stretti rapporti con gli Stati Uniti e i Paesi OCSE. Non a caso, ciò che realmente caratterizza le scelte della maggior parte dei paesi del “Global South” è il tentativo di tenere in vita “allineamenti multipli” e non la volontà di schierarsi tout court con chi si presenta come alternativa all’Occidente.

Porre al centro delle scelte economiche le considerazioni di sicurezza (per ridurre la vulnerabilità) implica comunque dei costi collettivi in termini di efficienza complessiva dei mercati, e può innescare a sua volta rischiose dinamiche politico-strategiche, in una spirale prima di protezionismo e poi di conflittualità.

Questi profondi cambiamenti in atto impongono – certamente per la UE e per l’Italia – una diversa modalità di gestione del rischio. Il primo adattamento è una maggiore attenzione a tutti gli aspetti del risk management – un processo già in corso, motivato dal tentativo di ottenere maggiore stabilità e resilienza agli shock esterni per il sistema economico e imprenditoriale, ma anche per i governi e le istituzioni che determinano in larga misura l’ecosistema delle regole economiche. L’obiettivo diventa accorciare le catene dell’offerta e ridurre i rischi alle linee di approvvigionamento (de-risking, concetto adottato ufficialmente da Bruxelles come anche da Washington, che richiede però maggiori precisazioni, come vedremo).

Tale riorientamento – soprattutto dalla Cina, verso altri Paesi che possano essere considerati “amici” o comunque più affidabili perché meno propensi a “weaponizzare” il commercio – non implica in sostanza che la globalizzazione sia finita (i dati finora disponibili non supportano questa tesi), ma piuttosto che le direzioni prevalenti degli scambi stanno cambiando.

Si sta dunque delineando una nuova geoeconomia, in un quadro economico e strategico che risulta difficile da sintetizzare, dal momento che incorpora sia fattori di convergenza che di divergenza. Anche quando emergono spinte verso la regionalizzazione o la frammentazione, i singoli sistemi-Paese, i settori produttivi/merceologici, e gli stessi consumatori tendono a mantenere i rapporti con almeno alcune delle filiere globali già operanti. In questo senso, l’assetto economico internazionale non è propriamente post-globale; piuttosto, i processi globali persistono, ma sono accettati e colti in modo molto più selettivo.

Di fatto, governi, imprese e consumatori ricercano – ciascuno in base alle proprie possibilità, conoscenze e competenze – un delicato e instabile trade-off tra qualità dei beni e servizi, costo dell’acquisto/accesso, sicurezza degli approvvigionamenti (concetto che a sua volta incorpora, come si è visto, il rischio di eccessiva dipendenza da singoli fornitori). Ciò impone scelte difficili.

In termini di policy e di scenari, la sfida per l’Europa è che essa è spesso esposta, rispetto alle scelte di parziale “reindustrializzazione” degli Stati Uniti, a un processo di coordinamento soltanto ex-post; l’obiettivo dovrebbe essere quello di un coordinamento a monte e preventivo. Altrimenti, governi ed imprese europee si troveranno schiacciate fra scelte americane e pressioni cinesi.

Le nuove tecnologie costituiscono senza dubbio un fattore chiave della nuova geoeconomia. Va precisato che non si può concepire un processo generalizzato di protezione o de-risking: le tecnologie dell’immediato futuro includono servizi e prodotti che richiedono alte competenze logico-matematiche, e un vero ecosistema propizio all’innovazione. Anche in chiave di competitività, servono dunque misure di tipo proattivo, più che “difensivo”. Resta il fatto che si stanno manifestando in misura crescente forme di protezionismo, più o meno diretto, legate anche all’esigenza politica di tutelare in qualche modo le fasce più esposte della popolazione negli stessi Paesi più ricchi.

Si sta manifestando un pericolo di cortocircuito tra costi per il consumatore (inflazione, ma anche regole imposte per ragioni ambientali), e consenso democratico per i difficili processi di adattamento al contesto globale e regionale. Una maggiore attenzione ai vari tipi di rischio comporterà la necessità di raggiungere un equilibrio tra due spinte: da un lato, la compressione dei costi del lavoro e dell’approvvigionamento; dall’altro, la riduzione delle esternalità di medio-lungo termine (fino ad oggi decisamente sottovalutate se non ignorate), in una fase di tassi d’interesse più alti che nel recente passato – da affiancare alla necessità di tenere sotto controllo la dinamica del debito, finendo per frenare i grandi investimenti necessari per la transizione energetica.

Il prezzo da pagare alla gestione più attenta di tutti i rischi (geopolitici, climatici, di sicurezza in senso lato) sarà quindi un aumento dei costi aziendali con un conseguente riflesso inflazionistico duraturo (anche se non drammatico per entità). La Cina è un fattore di importanza sistemica nel parziale riassetto della globalizzazione e nel suo arretramento in alcuni settori. L’evoluzione del modello di crescita cinese vede oggi alcuni colli di bottiglia che potranno essere superati solo con difficili riforme strutturali, e probabilmente con un certo adattamento dello stesso sistema politico. La persistente dipendenza dai mercati globali per l’export limita le opzioni di Pechino, nonostante la sua grande forza competitiva e la presenza ormai molto diffusa delle imprese e degli investitori cinesi. Il governo cinese fa un uso estensivo di una “weaponizzazione dell’interdipendenza” verso le controparti commerciali, e la competizione tecnologica fra Stati Uniti e Cina condiziona le scelte dell’Europa – la quale sembra essersi orientata verso il de-risking ma che ha interesse a non perdere accesso al mercato cinese.

La sfida per l’UE è disporre di politiche ma anche di capitali adeguati per partecipare a una simile competizione industriale e tecnologica. In tale contesto, si dovrà anche rendere più preciso e operativo il concetto stesso di de-risking, per non danneggiare oltremodo le prospettive delle imprese europee – che già sono spesso frenate dalle regole stringenti sui criteri ambientali.

Parallelamente, rimane decisivo il ruolo degli Stati Uniti, che sembrano alla ricerca di un nuovo Washington Consensus e di una visione complessiva che connetta le scelte economiche e la politica estera.

Il pericolo per la UE, e inevitabilmente anche per l’Italia, è duplice: da un lato, quello di trovarsi in posizione reattiva e difensiva rispetto ad iniziative americane, al più con una possibilità di coordinamento ex post (come a seguito dell’IRA); dall’altro, quello di subire ritorsioni cinesi nel caso in cui si segua troppo da vicino la linea americana.

A fronte del primo rischio, l’Europa ha interesse ad evitare una massiccia relocation industriale delle proprie aziende negli USA, che è probabile soprattutto nei settori a più alta intensità energetica; per farlo, si dovrà rilanciare la possibilità di un accordo transatlantico, aggiornato al nuovo contesto di sicurezza internazionale. Al tempo stesso, l’Europa dovrà investire nella propria competitività e precisare i contorni del de-risking, definendo una strategia di sicurezza economica che tenga conto dell’interesse a mantenere le posizioni europee sul mercato cinese ma anche a limitare i pericoli di overdependence in settori specifici. Il problema è che, per ora almeno, non esiste una politica europea unitaria verso la Cina.

Su questo sfondo carico di incertezze e di difficili trade-off, un caso specifico di grande interesse è la possibilità di fare dell’Italia un vero snodo energetico (non soltanto un terminale) euromediterraneo per il gas naturale, ampliando intanto lo sguardo anche verso le fonti rinnovabili (con le relative reti) e, geograficamente, verso l’intero continente africano.

Si tratta di un progetto che può consentire nuove partnership e potenzialmente un ruolo più proattivo del Paese verso regioni comunque cruciali per gli interessi nazionali – e di fatto per gli interessi comuni europei, pur con i persistenti ostacoli sulla via di una più stretta collaborazione per sfruttare appieno il peso negoziale della UE.

 

 


Puoi trovare la versione integrale della ricerca qui

 

 


Aspen Institute Italia in collaborazione con CESPI (Centro Studi di Politica Internazionale), ECFR (European Council on Foreign Relations), IAI (Istituto Affari Internazionali), ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale)

 

 


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