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Il destino incerto di Donald Trump

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E’ un destino politico incerto quello che attende Donald Trump. Dopo aver lasciato la Casa Bianca lo scorso 20 gennaio, l’ex presidente americano non ha ancora sciolto le riserve sul proprio futuro: una situazione che – neanche a dirlo – lascia per ora il Partito Repubblicano in un limbo carico di dubbi. Del resto, è probabile che, al momento, Trump non abbia ancora realmente deciso quale strada intraprendere. I fattori di rischio sono infatti molteplici. E questo richiede un’attenta valutazione delle incognite in campo. L’ex presidente sa innanzitutto di avere davanti a sé degli ostacoli non indifferenti.

L’ex presidente americano Donald Trump

 

In primo luogo, troviamo le tegole di natura giudiziaria: sotto questo aspetto, basta ricordare che, a inizio luglio, la procura distrettuale di Manhattan ha accusato la Trump Organization e il suo CFO, Allen Weisselberg, di reati attinenti alla sfera fiscale. E’ abbastanza evidente che un simile fattore possa pesare negativamente sul futuro politico dell’ex presidente, soprattutto se nel prossimo futuro dovesse ritrovarsi invischiato in intricate vicende processuali. In secondo luogo, un ulteriore elemento problematico per lui risulta il prolungato blocco dei profili social. E’ noto infatti che, oltre ai comizi, la presenza sul web abbia rappresentato una delle principali spinte propulsive del successo elettorale di Trump nel 2016. L’esilio social, in tal senso, non può che danneggiarlo. L’ex presidente ne è consapevole e per questo sta tentando delle contromosse: operazioni che tuttavia o sono fallite (come il blog che aveva provato a lanciare nei mesi scorsi) o non sembrano avere – almeno per ora – troppe speranze di successo (si pensi alla sua recente causa contro Twitter, Google e Facebook).

Ciò detto, sarebbe un errore considerare Trump fuori gioco. Nonostante le indubbie difficoltà, l’ex inquilino della Casa Bianca ha ancora delle frecce al proprio arco. Non bisogna infatti dimenticare che, specialmente dopo i marosi del secondo impeachment, sia riuscito a conseguire un ruolo preminente all’interno del Partito Repubblicano. Prova ne è soprattutto il siluramento della deputata Liz Cheney dal suo incarico di presidente della Conferenza repubblicana della Camera: siluramento avvenuto lo scorso maggio e che ha rappresentato un notevole risultato politico per Trump. Ricordiamo, a questo proposito, che Liz Cheney è diventata – soprattutto nel corso degli ultimi otto mesi – un significativo punto di riferimento per le correnti repubblicane ostili all’ex presidente. In questo senso, la sua estromissione dai vertici del partito ha sancito una vittoria della “linea Trump” sotto almeno due punti di vista.

L’ex presidente ha innanzitutto incassato, nella vicenda, l’appoggio di un big, come il capogruppo repubblicano alla Camera, Kevin McCarthy (quello stesso McCarthy che, a febbraio, aveva invece difeso Liz Cheney in un precedente voto di sfiducia poi fallito). In secondo luogo, Trump è anche riuscito a insediare, al posto della rivale, una figura di sua fiducia come la deputata Elise Stefanik (trumpista di ferro e per questo non sempre in linea con l’ortodossia conservatrice). Un altro elemento che manifesta la solida influenza dell’ex presidente sul partito risiede nel fatto che, sempre a maggio, la maggior parte dei senatori repubblicani ha affossato la creazione di una commissione per indagare sull’irruzione in Campidoglio dello scorso 6 gennaio: è significativo rilevare che a coordinare l’Elefantino in tal senso sia stato un altro big del partito, come il capogruppo repubblicano al Senato Mitch McConnell. McConnell, pur avendo avuto significativi attriti con Trump in questi mesi, ha alla fine deciso di non mettersi eccessivamente in rotta con l’ex presidente.

La situazione complessiva non è quindi del tutto sfavorevole per Trump: il fatto è che – almeno per ora – ampi settori della base elettorale repubblicana si dicono dalla sua parte. Secondo un sondaggio della Quinnipiac University pubblicato alla fine di maggio, l’85% degli intervistati ha infatti dichiarato di desiderare candidati in accordo con Trump per le prossime elezioni di metà mandato (che si terranno l’8 novembre del 2022). L’ex presidente gode quindi ancora di un considerevole consenso tra gli elettori repubblicani e questo fattore ha indubbiamente contribuito al suo rafforzamento in seno al GOP.

Attenzione: questo non vuol dire che l’intero partito sia quindi graniticamente compatto attorno all’ex presidente. Sacche di dissenso più o meno aperto continuano infatti ad essere presenti (si pensi soltanto alla stessa Cheney o al senatore dello Utah, Mitt Romney). Resta però il fatto che, al momento, Trump sia il kingmaker del partito e che abbia tutta l’intenzione di far sentire il proprio peso sulle prossime elezioni di metà mandato. In tal senso, l’ex presidente sta già rendendo note le sue preferenze per la campagna elettorale sia in materia di candidati sia sulla linea politica da seguire. Non sarà un caso che, nei comizi e nei comunicati stampa, stia battendo soprattutto sul tasto del contrasto all’immigrazione clandestina: un tema rispetto a cui l’amministrazione Biden ha incontrato significative difficoltà negli scorsi mesi.

Del resto, proprio la questione dell’immigrazione clandestina rappresenta uno storico cavallo di battaglia di Trump e si rivela, tra l’altro, un argomento storicamente sensibile alle midterm: non a caso, proprio questo dossier tenne banco in occasione della elezioni di metà mandato del 6 novembre 2018. In tal senso, è chiaro che, per l’ex presidente, le prossime midterm rappresentino uno spartiacque fondamentale. Se i Repubblicani dovessero infatti conseguire un buon risultato, Trump avrebbe la possibilità di accreditarsi per una nuova corsa presidenziale nel 2024. Dovesse di contro l’elefantino tracollare, per l’ex presidente la strada si rivelerebbe in salita, perché prevedibilmente i big del partito scaricherebbero su di lui le responsabilità maggiori della débâcle. E’ quindi molto difficile che Trump possa sciogliere le riserve sul proprio futuro prima delle midterm del 2022.  Fermo restando che, anche in caso di vittoria del GOP in quell’occasione, la tegola giudiziaria rischi comunque di restare pericolosamente sospesa sul capo dell’ex presidente.

E’ quindi in un siffatto clima di incertezza che alcuni esponenti repubblicani stanno già (ufficiosamente) scaldando i motori in vista delle prossime primarie presidenziali. In questo momento – complice soprattutto la popolarità di cui continua a godere Trump tra la base repubblicana – si tratta perlopiù di figure che puntano a intestarsi – magari con sfumature differenti – l’eredità politica dell’ex presidente: dal Governatore della Florida, Ron DeSantis, all’ex Segretario di Stato, Mike Pompeo, passando per la Governatrice del South Dakota, Kristi Noem. Senza poi dimenticare i senatori Ted Cruz, Tom Cotton e Josh Hawley, oltre all’ipotesi – che circola dalla scorsa estate – di una discesa in campo del giornalista di Fox News, Tucker Carlson. La stessa ex ambasciatrice statunitense all’ONU, Nikki Haley – che pure aveva duramente criticato Trump non molto tempo dopo l’irruzione in Campidoglio – sta cercando adesso di riavvicinarsi all’ex presidente, in considerazione di un’eventuale corsa elettorale nel 2024. Non è tra l’altro escluso che anche la corrente anti-trumpista possa decidere di organizzarsi, candidando magari proprio Liz Cheney. E’ pur vero che la diretta interessata ha smentito una simile ipotesi a maggio, ma è altrettanto vero che le sue ambizioni presidenziali sono note da tempo.

I punti interrogativi restano comunque numerosi. Bisognerà infatti innanzitutto attendere le midterm del prossimo anno, per comprendere quale sia l’effettivo stato di salute del trumpismo. In secondo luogo, bisognerà capire che cosa sceglierà di fare Trump. Infine, ma non meno importante, sarà necessario vedere come si organizzerà il campo democratico. Perché, anche nel partito dell’Asinello, qualche incognita per il candidato presidenziale del 2024 inizia a scorgersi.