international analysis and commentary

L’America tra radicalizzazione bianca e alibi del riformismo democratico

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Anche senza una profonda educazione teatrale sappiamo esistere il genero comico, quello drammatico e il dramma satiresco. Quest’ultimo tratta appunto, con la cifra della farsa, un tema serio. Non diversamente dall’epoca classica, la società moderna è in grado, attraverso i media tradizionali e i social media (i primi s’ispirano ormai ai secondi e non viceversa…), di declinare il medesimo evento su ciascuno di questi timbri.

L’assalto a Capitol Hill non fa eccezione. Tutti abbiamo potuto vedere le immagini provenienti da D.C. il 6 gennaio (5 morti è il bilancio della giornata) e tutti abbiamo ricevuto meme allegorici pensati per strappare un sorriso o una reprimenda. Infine i generi hanno finito per mescolarsi sulla stessa pagina – a stampa e digitale, pubblica e privata – lasciando una sensazione di ambivalenza concettuale. Dunque tragedia, commedia o farsa?

Esclusa la commedia, a sostenere la tragedia si rischia di passare per parrucconi, mentre con la tesi della farsa per superficiali. Si può anzi affermare che oltre un mese dagli eventi non è ancora univoca la definizione di quello che è accaduto. Una sciarada? Un atto eversivo? Un putsch? Il germe di una rivoluzione? Per la patria di tante libertà, ma anche del concetto di Law and Order, di certo la giornata è stata di portata storica. O meglio: da storicizzare.

Il comizio di Donald Trump poco prima dell’assalto a Capitol Hill

 

A questo punto intuiamo come un approccio moralista (all’insegna del vacuo: “non si fa così”) non solo è sterile, ma rischia anzi di alimentare le braci del malcontento che arde nelle vene profonde dell’America.

Con tratti grotteschi finché si vuole, l’assalto al Campidoglio, in quanto attacco alla sede del potere legislativo dell’Unione, è un atto di natura rivoluzionaria. E le rivoluzioni, rassegniamoci, sono quello che sono, cioè tautologiche.

Da osservatori, non possiamo esibire preferenze, romanzandole in positivo o in negativo, ricorrendo a un’aggettivazione di comodo. Simpatica quella cubana, ovviamente fondativa quella francese, iconica (Beppe Fenoglio s’immaginava come un soldato di Oliver Cromwell) quella inglese, predestinata quella americana, fideistica quella khomeinista e vellutata quella di Praga. Romania? Condivisibile nel merito ma non nella sorte dei coniugi Ceausescu. Quelle africane? Tutte tribali e alcune addirittura primaverili.

Non funziona così. Le cose son quello che sono. Significato e non significante. Ora che la massa bianca radicalizzata abbia dato l’assalto a Capitol Hill in forma inusitata (in concorso con apparati di sicurezza colti incomprensibilmente di sorpresa) non deve distrarre dalla domanda fondamentale, concepita senza orpelli stilistici, e cioè: cosa è successo e perché? Appellarsi all’irritualità della scena non serve nemmeno a ridimensionare i 70 milioni di voti ottenuti da Donald Trump alle presidenziali 2020. Che siano voti scomodi per qualcuno, o persino per la maggioranza degli osservatori (compreso chi scrive), è assolutamente irrilevante.

Le ragioni, come sempre, scaturiscono dalla complessità, ma certamente un quesito su tutti probabilmente merita maggiore attenzione. I Democratici che nel 2016 avevano sostenuto Hillary Clinton, sono gli stessi di allora, per mentalità e gestione del potere, o hanno invece elaborato quella sconfitta e preso le necessarie contromisure, non tanto per riuscire a battere Trump nelle urne (operazione riuscita) ma per convincere i 70 milioni di americani (più gli astenuti) che non li votano rispetto alla loro ritrovata credibilità?

Insomma Joe Biden dovrà verosimilmente gestire l’esasperazione di una parte di America verso l’establishment democratico – il clan Clinton e le sue ramificazioni per intenderci – che sembra rimasta intatta, nonostante il mandato “sovranista” di The Donald si sia compiuto per intero.

Una contraddizione serve da emblema per tutte. La nomina di Tom Vislack al Dipartimento dell’Agricoltura (USDA), cioè di Mr. Monsanto. Vislack ha servito nello stesso ruolo per due mandati con Obama, mentre durante il mandato Trump è passato al settore privato del Big Ag, le corporation che controllano l’immenso mercato agro e zootecnico dell’America. Con Biden torna ora all’antico ruolo pubblico, in un walzer di cariche che non ha scalfito ma anzi corroborato il sinistro soprannome di uomo della multinazionale di Saint Louis.

Nei caucus dell’Iowa, Bernie Sanders aveva infatti sconfitto sonoramente Vislack, il campione di Biden, con oltre 10mila voti di differenza. Ma evidentemente il segnale non è bastato al neo-presidente. I Dem d’altronde, durante il doppio mandato Obama, avevano già perso il favore dei piccoli e medi farmer del Midwest, non riuscendo a interrompere la spirale che portava al progressivo impoverimento degli agricoltori e al progressivo arricchimento del management afferente alle multinazionali del settore.

Gli attivisti pro-Sanders avevano occupato l’ufficio elettorale di Biden a Des Moines, Iowa, nel gennaio 2020, per denunciare i legami di Biden con la grande impresa

 

La foto del Midwest è infatti assai critica: qualche attento osservatore ha fatto notare come la USDA non dovrebbe occuparsi solo di agricoltura in senso stretto, ma anche di nutrizione, servizi forestali e sviluppo rurale. La campagna non va idealizzata, e come ogni settore strategico ha bisogno di servizi sociali: il mondo rurale denuncia ad esempio tassi di obesità più elevati rispetto alle limitrofe aree urbane; inoltre ogni 100 contee che ricorrono al Programma di assistenza nutrizionale supplementare, gestito dall’USDA, ben 85 sono rurali e solo 15 urbane. Le scuole rurali e centri d’igiene mentale, infine, chiudono con sempre maggior frequenza per mancanza di fondi federali.

Insomma, se il Partito Repubblicano ha dimostrato scarsa personalità e coraggio, facendosi travolgere dall’Opa ostile dell’outsider Trump, anche il Partito Democratico sembra non aver appreso nulla dalla sconfitta di Hillary Clinton. Le nomine di Biden ricalcano la visione del riformismo progressista inaugurato da Bill Clinton e proseguito con Obama, dove elitista sarebbe forse termine più appropriato rispetto a progressista, alla luce delle sperequazioni sociali in continuo aumento sul medio periodo e di certe performance davvero difficili da spiegare. Già sotto il primo Obama l’Amministrazione negò la moratoria su milioni di sfratti, facendo registrare il picco storico in eviction forzose. Anche questo è Law and Order, d’altronde.

La sinistra americana, quella alla destra di Bernie Sanders per intenderci, deve avere il coraggio di guardare anche le statistiche che non piacciono. La percentuale di disoccupazione degli afroamericani, ad esempio, sotto Trump è stata la più bassa di sempre nella storia del Paese: la ereditò da Obama al 7,5% e ha lasciato lo studio Ovale con un dato al 5,4%.

Un altro fattore troppo spesso sottovalutato è la mediocrità delle élite politiche attuali. Il fenomeno si è ormai cronicizzato: i migliori talenti delle università americane della Ivy League evitano la politica come sbocco. Essa è considerata ormai un’occupazione di secondo o terzo piano, che riserva poche prospettive di gratificazione economica e ancor minori promesse di mantenere una buona reputazione, visto il ruolo predominante che i social hanno assunto come strumento di lotta e propaganda politica, e quindi di boomerang sempre latente.

Con una classe dirigente mediocre e conformista, in costante sudditanza psicologica verso le lobby, la politica dei Democratici rischia di ridursi a beltway. Cioè alla cerchia degli ottimati che si spartiscono il potere federale lasciando la popolazione aliena dal processo decisionale.

E’ questo il maggior pericolo che i Dem dovranno affrontare nel prossimo futuro, cioè ammettere che il fenomeno Trump non è stato solo una radicalizzazione bianca alimentata dai bot russi (plot rassicurante e adatto a Hollywood), ma anche e soprattutto la conseguenza di un alfabeto politico elitista ormai difficile da difendere senza doversi rinchiudere a oltranza nel fortino.