I palestinesi e la guerra all’Iran
L’attacco israelo-americano all’Iran ha avuto ripercussioni ovunque. E in questi giorni, il suo impatto è stato esaminato paese a paese: il Golfo, naturalmente, e l’Europa, ma anche la Russia, la Cina. Cuba. Dai guidatori di tuk-tuk di Manila ai contadini di Hanoi, non c’è nessuno a cui non sia stata chiesta un’opinione. Tranne che ai palestinesi: da cui tutto è iniziato. E come ha scritto Mustafa Barghouti su Le Monde, senza cui niente avrà mai fine.
Come sempre, capire cosa pensano i palestinesi non è facile. Non si vota dal 2006, e Fatah e Hamas, ormai, non sono che centri di affari e potere. Non c’è più spazio di confronto. La polizia monitora tutto. E arresta chiunque parli. Questa volta, però, sono stati i missili a parlare. Per strada, a ogni esplosione si sentiva: Takbir! Lode a Dio. Per i palestinesi l’Iran, ora, ha riaperto la partita.

Con questa guerra, Benjamin Netanyahu invece di rovesciare gli Ayatollah ha finito per rafforzarli. In molti modi. E uno è questo: ha spostato i palestinesi dalla parte dell’Iran. Perché il nemico del mio nemico, no?, è mio amico. I palestinesi non hanno seguito la guerra sulla rete qatariota al-Jazeera, accusata di essere la voce del Golfo, e in un certo qual modo di aver tradito l’Iran. Volere la fine delle ostilità sembra un errore, proprio ora che gli arabi, tutti insieme, avrebbero avuto infine l’opportunità di cancellare Israele. No: i palestinesi si sono sintonizzati su al-Mayadeen, la televisione di Hezbollah. Il “partito di Dio” tra i palestinesi è ora il simbolo della miopia del governo israeliano. E’ ancora vivo, vegeto, e dannoso: nonostante i pager, nonostante Nasrallah, nonostante tutto.
Nessuno, qui, è troppo allarmato dal costo del petrolio, e dal rischio di un tracollo economico: perché tanto, l’economia è già al tracollo. Dal 7 Ottobre, il PIL è crollato del 28%. E i prezzi sono aumentati del 74%. Per i palestinesi, l’unica cosa che conta è che contro ogni previsione, l’Iran ha tenuto. Si è battuto, ha risposto, e ha risposto in modo calcolato, studiato, andando a colpire lì dove era più utile colpire. E questa guerra, per i palestinesi, come anche per gli israeliani, in fondo, è parte della guerra del 7 Ottobre, è l’ultima, ti dicono: si chiuderà con una vittoria, o con la scomparsa della Palestina. E ora, tanti intravedono la vittoria. Perché chiuso un fronte, è il turno di un altro fronte. Con una sorta di staffetta. Una volta Hamas, un’altra Hezbollah, un’altra ancora la corte dell’Aja e la Flotilla e la mobilitazione internazionale. Quello che conta, è che Israele non abbia tregua. Che la pressione sia alta e costante. Nell’attesa che sia logorato dalle sue contraddizioni interne, si sarebbe detto una volta.
Leggi anche:
L’impatto del blocco di Hormuz sulle filiere strategiche globali
Iran, illusioni ed equivoci di una guerra affrettata
Per i palestinesi, Israele è un paese piccolo. Che non può permettersi una guerra infinita. Ed è un paese diviso: diviso tra laici e religiosi, e unito solo dal nemico. Sono informatissimi su ogni disertore dell’IDF, ogni critica proveniente Mossad, ogni scontro con gli ortodossi. Ogni nuova statistica sull’emigrazione. Ogni minima incrinatura interna. Il tutto, amplificato dai video di Tel Aviv in fiamme prodotti dall’intelligenza artificiale, in cui gli israeliani scappano dalla loro metropoli distrutta. E ora, sono tutti a favore del nucleare, come unico mezzo di equilibrio di potere regionale. Tutti a favore del riarmo generale.
Questo attacco all’Iran ha influenzato i palestinesi. Che invece, non sono mai stati molto vicini all’Iran. Anzi. Storicamente, quelli vicini all’Iran sono stati piuttosto gli israeliani. Non fosse altro che per i tantissimi ebrei persiani. Ma poi, Israele, Iran, e Turchia restano i tre paesi non arabi del Medio Oriente. Mentre i palestinesi non solo sono arabi, ma sono anche tutti sunniti: e considerano gli sciiti come gli iraniani degli eretici. Politicamente, poi, i palestinesi, e soprattutto le palestinesi, temono un Islam come quello degli Ayatollah. Temono la teocrazia. Tanto che negli anni, la stessa Hamas è cambiata, e non ha più preteso né un governo basato sulla Sharia, né la sua stretta attuazione. La Palestina è una società musulmana, sì, ma largamente laica. E nonostante l’involuzione autoritaria dell’Autorità Palestinese, nonostante l’attuale crisi della democrazia, è una società forgiata dalla resistenza all’Occupazione, è nel suo DNA, è una società di attivisti: consapevoli che in Iran finirebbero impiccati.
L’Iran non è mai stato molto amato, in Palestina. Per gli oppositori di Hamas, l’Iran ha armato, e usato, Hamas per i propri interessi e obiettivi. Fino al disastro del 7 Ottobre. Ma anche Hamas, in parte, è sempre stata contro l’Iran. La generazione dei fondatori viene dai Fratelli Musulmani. Che sono gli antipodi degli Ayatollah. E quello che in questi anni, in assoluto, ha più contestato l’Iran, imputandogli di avere travolto la Siria, e con la Siria, l’intera Primavera Araba, è Khaled Meshal – che al momento c’è lui, al vertice di Hamas. La foto di Ismail Haniyeh, allora capo politico di Hamas, ai funerali di Qasem Soleimani, il comandante a capo delle al-Quds, le forze speciali per le operazioni dell’Iran all’estero, ucciso nel 2020 a Baghdad da un attacco ordinato da Donald Trump, sdegnò molti. Ma persino la Hamas legata all’Iran, e dall’Iran finanziata, si è spesso sentita un po’ tradita. Avrebbe voluto che l’Iran si impegnasse di più. E invece, l’Iran è sempre stato attento a non lasciarsi trascinare in guerra.
Ma ora, i palestinesi sono tutti con l’Iran: il Paese che ha assestato un altro colpo alla declinante egemonia statunitense. La lettura della guerra, qui, è questa: si va verso un mondo finalmente multipolare. Anche se il sistema dato per finito non sembra essere stato sostituito da uno nuovo e diverso, e soprattutto, migliore: l’unica certezza, sul campo, rimane infatti che più la guerra continua, più Gaza rimane in macerie, più i coloni conquistano Cisgiordania, più la Palestina sparisce.