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I nostri Anni Venti

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È probabile che i lettori di Aspenia, che sappiamo colti e appassionati alle dinamiche contemporanee, non ne possano più di leggere e discutere di Covid-19. Ma è inevitabile continuare a farlo: purtroppo il mondo post Covid non è cominciato, il virus starà con noi per qualche tempo ancora. E poi sparirà dalle nostre vite, come tutte le pandemie precedenti, ma lasciando dietro di sé i tre grandi fatti che esaminiamo nel numero 89 di Aspenia: una nuova coscienza della delicatezza del rapporto fra sicurezza e libertà, di cui discutiamo con Sabino Cassese; un nuovo modo di lavorare, dopo il bagno digitale forzato dal lockdown, di cui scrive Domenico De Masi; e nuovi squilibri internazionali, con una de-globalizzazione parziale, un confronto acceso fra Stati Uniti e Cina e un nuovo realismo tedesco che spinge l’Europa a contemplare, seppure come misura temporanea, l’emissione di debito comune. È la prima volta che accade nella storia dell’eurozona.

Per ora sappiamo che la crisi economica e sociale scatenata dalla pandemia è più grave della grande recessione del 2008-2010; e rischia invece di produrre una grande Depressione, con dinamiche che ricordano i primi decenni del secolo scorso. Siamo nei nuovi anni Venti? In realtà, come sosteneva John Maynard Keynes nel suo magistrale saggio sulle “conseguenze economiche della pace”, scritto nel 1919 poco dopo la firma del Trattato di Versailles, sono le scelte politiche, non un virus, a potere produrre conseguenze disastrose, in quel caso le premesse di una seconda guerra mondiale. È quindi decisivo che gli attori principali del mondo di oggi non compiano a loro volta errori politici fondamentali: non è detto che gli anni Venti del XXI secolo segnino un ritorno della storia. Ma perché questo accada, per evitare che la depressione economica produca, insieme alla crisi sociale, forti spinte nazionaliste e conflitti, è indispensabile che la seconda ondata di Covid (abbastanza scontata, secondo le previsioni) riesca a essere contenuta senza arresti ulteriori dell’economia; e che i rischi geopolitici collegati alla pandemia vengano tenuti sotto controllo. Come?

 

La maggior parte delle analisi – inclusa quella di Bruno Tertrais che pubblichiamo in questo numero – sostengono che Covid-19 ha semplicemente accelerato tendenze pre-esistenti; non ha cambiato il mondo ma ha compresso e forzato fenomeni già in atto. Se questo è vero, è anche indubbio che la combinazione di tali accelerazioni squilibra il sistema precedente e di fatto lo modifica: la possibilità di una “guerra fredda hi-tech” fra Cina e Stati Uniti, di cui si parlava da tempo, è diventata realtà. Se la vecchia globalizzazione si era fondata sul rapporto simbiotico fra la superpotenza americana e la superpotenza confuciana, quel meccanismo si è rotto: le economie occidentali hanno scoperto di colpo la vulnerabilità delle catene globali del valore e puntano a riacquistare “sovranità” in settori strategici, a cominciare da quelli sanitari. Il “decoupling” fra le economie sarà in realtà molto più difficile e parziale di quanto si dica, visti i costi che avrebbe per imprese e consumatori.

Ma siamo già in una fase diversa, segnata da una “globalizzazione meno globale” e da una fortissima tensione politica attraverso il Pacifico. Se l’Europa temeva in passato il G2, un direttorio sino-americano, oggi rischia invece di restare schiacciata dalla competizione fra le due superpotenze del secolo. La tesi che ha retto concettualmente l’avvio della globalizzazione, secondo cui sarebbe stato possibile spingere Pechino a diventare – integrando la Cina nel WTO -un “azionista responsabile” del sistema internazionale, è stata archiviata dall’amministrazione Trump. Lo conferma in modo esplicito il documento sulla strategia verso la Cina (“US Strategic Approach to the People’s Republic of China”) trasmesso nel maggio scorso dalla Casa Bianca al Congresso, che “razionalizza” la svolta strategica americana, su cui esiste peraltro un consenso bipartisan. Il risultato non è solo la crisi dell’Organizzazione mondiale del Commercio (sottolineata dalle dimissioni del suo direttore generale, il brasiliano Roberto Azevedo) ma lo stallo più generale del sistema multilaterale. Siamo in un realtà in un mondo senza guida, il G0.

La tesi dominante, nelle analisi internazionali, è tuttavia piuttosto scettica sull’esito del confronto avviato dalla Casa Bianca: l’impatto di Covid-19 – si osserva – rafforzerà la Cina e indebolirà fatalmente l’America, producendo così una “transizione egemonica” fra la superpotenza occidentale e la superpotenza asiatica. Avremo dei vincitori e dei vinti, che poi si contenderanno l’Europa: teatro, assieme al Pacifico, dello scontro del secolo.

Aspenia non è convinta che le cose andranno effettivamente così. Per tre ragioni: perché la Cina è più debole di quanto si tenda a pensare, come argomenta uno dei nostri autori, Minxin Pei. Perché l’America, al di là degli errori compiuti nella gestione di Covid-19, resta comparativamente più forte; e perché l’Europa ha ancora delle carte da giocare. Vediamo con qualche dettaglio.

 

È vero che la Cina, l’Impero di Mezzo, ha un vantaggio iniziale, quale paese che è uscito per primo dal lockdown; ma è vero anche che la sua economia ha per la prima volta subito (dalla fine degli anni  Settanta in poi) una drastica contrazione (un declino di circa il 7% del PIL nel primo trimestre 2020). Non a caso, l’Assemblea nazionale del maggio scorso ha rinunciato a fissare un obiettivo di crescita per il 2020; mentre è stato adottato uno stimolo fiscale (attorno al 4% del PIL) equivalente a quello del 2008, giudicato insufficiente da molti osservatori di fronte al crollo congiunto della domanda interna e dell’export. L’entità del debito nazionale limita gli spazi di manovra di Pechino, che ufficialmente puntava a raddoppiare quest’anno il PIL del 2010. Le tensioni commerciali e la parziale “deglobalizzazione” in corso colpiscono in modo particolare un’economia ancora largamente dipendente dalle esportazioni (più del 20% del PIL).

Va aggiunto il rischio politico, legato a un punto essenziale: dalle riforme di Deng Xiaoping in poi, il regime confuciano/comunista ha fondato larga parte della sua legittimità, e quindi del compromesso sociale, sul rapido aumento dei tassi di crescita economica. Se il motore si incepperà, il potere accentrato di Xi Jinping tenderà a cercare una compensazione nel passaggio dal patriottismo assertivo al nazionalismo. Le tensioni con Hong Kong e Taiwan lo confermano, dimostrando che la priorità del partito resta il controllo politico, anche a costo di ledere centri finanziari decisivi per la Cina. Infine, ma certo non in ultimo, l’immagine internazionale di Pechino ha comunque subito un duro colpo con Covid-19: la Cina, al di là di quanto sia stata efficace la sua gestione del virus, è il paese che ha determinato il problema inziale ma lo ha a lungo nascosto, con un vizio di origine che ha poi tentato di bilanciare con la politica degli aiuti sanitari. Difficile, per il resto del mondo, potersi fidare del regime cinese: la richiesta diffusa di una indagine internazionale sull’innesco della pandemia lo dimostra. In breve, non esistono le condizioni per considerare la Cina uno dei grandi vincenti del mondo post Covid.

Anche gli Stati Uniti, naturalmente, hanno subito un drammatico colpo di immagine: fatte salve le prerogative degli Stati federali, resta che l’amministrazione Trump ha gestito in ritardo e male quella che era una tragedia annunciata. Il punto forte del primo mandato di Trump – la performance economica – ne esce profondamente ammaccato. La ripresa dei mercati non riesce a nascondere il brusco crollo congiunto dell’offerta e della domanda, indicato da un numero di disoccupati che non ricorda la Recessione dello scorso decennio ma la Depressione del secolo passato. I nuovi anni Venti, appunto. È un’America che tende all’isolazionismo e che ha per la prima volta rinunciato a esercitare la sua leadership di fronte a una grande emergenza globale. E all’interno resta profondamente divisa sia sul piano politico che sociale: l’unico tema che unisce è appunto il contenimento della Cina, su cui la Casa Bianca sta puntando le sue carte elettorali.

La tesi di Aspenia, tuttavia, è che gli Stati Uniti potranno emergere dalla crisi attuale in posizione di relativo vantaggio: la performance economica americana è meno dipendente dall’export dell’economia della Cina, può fare leva sulla forza del dollaro (e sulla mobilità della Fed) e ha dalla sua parte la grande vitalità del business. L’inefficienza del “big government”, in altri termini, tenderà a essere compensata dall’efficienza comparata del settore privato e della domanda interna.

Più che vincitori e vinti, abbiamo così di fronte due perdenti “relativi”, a breve termine; per ora è il virus ad avere prevalso. A medio termine, l’America ha più probabilità della Cina di vincere la (lunga) battaglia per la ripresa economica. Intanto il sistema internazionale si conferma privo di guida: è il mondo di nessuno, il G0.

Nel mondo di nessuno, il futuro dell’Europa è aperto. Se finirà per disgregarsi, nel dopo Brexit e nel dopo Covid, sarà anche più esposta ai tentativi di influenza delle potenze autoritarie: la Cina tenterà di salvare ciò che resta dei suoi progetti geopolitici (la Belt and Road Initiative) e degli investimenti rivolti al trasferimento di tecnologia (i suoi investimenti diretti in Europa sono diminuiti nettamente già nel 2019); la Russia userà una carta nazionalista per bilanciare la crisi innescata dalla doppia batosta di Covid e dalla caduta del prezzo del petrolio, con la perdita netta di consenso per Putin. In questo scenario reggerebbe come potenza europea solo la Germania, anche grazie alla capacità dimostrata di gestire la crisi sanitaria; ma sarebbe una Germania alquanto ridimensionata, priva dell’eurozona, e sovraesposta verso l’Eurasia.

Esiste tuttavia la possibilità opposta, e cioè che l’Unione Europea tenga e anzi dimostri la sua utilità, con l’ombrello aperto dalla Banca centrale europea e con il pacchetto di misure approvate per sostenere la ripresa delle economie nazionali. La chiave di un esito del genere è anzitutto nelle mani di Berlino e del nuovo “realismo” di Angela Merkel, analizzato nel Forum di Aspenia. La cancelliera tedesca ha preso atto che, in epoca di “deglobalizzazione”, la Germania ha un interesse vitale a salvaguardare il mercato interno, come leva della domanda continentale; ma sa anche che per poterlo fare deve concedere qualcosa, così da evitare che l’asimmetria crescente fra paesi forti e paesi deboli conduca alla spaccatura dell’eurozona. È questo il significato essenziale del documento franco-tedesco del maggio scorso, con cui Berlino ha per la prima volta accettato l’emissione di debito comune europeo come leva di uno strumento di “recovery” agganciato al bilancio dell’Unione.

Se la Germania, reduce dalla sentenza della Corte costituzionale contro l’operato della BCE, si schiera così per una soluzione europea, lo fa con l’autorevolezza del sistema che ha gestito meglio la pandemia; e potrà quindi guidare la ripresa economica. Gli euro-ottimisti parlano di momento “hamiltoniano” dell’Europa, per indicare il salto di qualità verso un bilancio federale: è una proiezione eccessiva, anche perché si tratta di un strumento temporaneo. I pessimisti sottolineano che la spaccatura fra le performance degli Stati nazionali continuerà, con il suo effetto disgregante. E qui c’è forse una forzatura in senso opposto, ma anche un punto vero: l’Unione terrà se i governi nazionali troveranno un vero accordo e poi riusciranno a gestire responsabilmente i fondi europei, terreno su cui l’Italia non eccelle di certo.

Soprattutto, un relativo rafforzamento dell’Unione Europea richiede che la gestione della crisi non si risolva in un moto di solidarietà estemporanea ma spinga l’eurozona a ripensare strutturalmente una parte del suo (cattivo) funzionamento, decidendo di rivedere sul serio e non solo di congelare regole che non funzionano più: tornare allo stato ante-Covid, in una situazione asimmetrica di alto indebitamento, sarebbe una fonte di perenne frizione.

A questa condizione, l’Unione Europea potrebbe dimostrarsi la sorpresa del mondo post Covid. Anche perché in uno scenario economico meno globale, il suo vantaggio comparato – l’integrazione regionale – conterà di più. Ma in certi limiti, che conviene avere subito ben chiari.

Anzitutto, la prospettiva di una “sovranità economica” europea, che costituisce lo sfondo concettuale del documento franco-tedesco, dovrà combinarsi al tentativo di ricostruire l’ormai difficile rapporto con gli Stati Uniti. Questo anche per la oggettiva difficoltà di una difesa autonoma, settore in cui la Germania resta un egemone riluttante (a differenza della Francia, che aspira al ruolo di potenza militare dominante dopo Brexit, ma che non è fino in fondo accettata in quanto tale dal resto dell’Europa). È probabile che la difesa europea sarà una delle vittime – anzitutto sul piano finanziario – di Covid-19. Va aggiunto che un accordo economico transatlantico – come parte di un sistema di scambi “rule-based” – rimane un interesse cruciale dell’UE.

Lo ha ricordato nel maggio scorso il commissario europeo al Commercio, Phil Hogan, proponendo la ripresa delle trattative commerciali con Washington e respingendo l’ipotesi di una sorta di autarchia europea: autonomia strategica dell’Europa non significa certo “autosufficienza”. Un accordo economico transatlantico darebbe naturalmente sia a Washington che a Bruxelles maggiore forza contrattuale nei confronti della Cina. Se le sfide di oggi sono la tenuta delle società democratiche (la loro resilienza) e la necessità di riscrivere le regole del gioco globali, Europa e America hanno interesse a muoversi insieme. Si vedrà se ciò diventerà possibile dopo le elezioni di novembre, chiunque le vinca.

Se rafforzare l’Atlantico è il primo punto di un’agenda geopolitica europea post Covid, il secondo punto riguarda la forte instabilità del Mediterraneo, con il suo retroterra africano. Alle prese con la nostra crisi interna, stiamo rimuovendo il problema: ma l’effetto Covid, combinato al declino del prezzo del petrolio, produrrà un forte aumento delle tensioni da sud, moltiplicando il numero dei “failed states” e peggiorando le condizioni di vita di centinaia di milioni di persone. Non è certo un caso se lo United Nations Development Program ha rilevato che gli standard di vita medi nel mondo stanno per declinare, come effetto dei lockdown, per la prima volta in trent’anni; mentre il World Food Program ha lanciato l’allarme su una possibile carestia in vari paesi africani. È quindi decisivo tornare a riflettere da ora sui flussi migratori dall’Africa e dal Mediterraneo: sono flussi che potrebbero non cambiare di molto in termini numerici ma porre una sfida politica, per la coesione europea, più grave di quella “pre Covid”.

Per essere costruita nei fatti (e non restare una dichiarazione di intenzioni) la sovranità economica su scala continentale dovrà avere chiare le leve (politica fiscale, investimenti, rilocalizzazioni parziali, autonomia delle filiere produttive in settori strategici chiave) dello sviluppo post Covid. Dovrà puntare su priorità chiare: transizione energetica, infrastrutture fisiche e nuove tecnologie. E dovrà porsi con molta più coerenza di quanto non sia avvenuto finora il problema della sostenibilità della crescita, ambientale e sociale. Ma questo progetto non funzionerà mai se privo di una visione geopolitica.

Tutto questo conduce a una conclusione generale: l’Europa ha il potenziale per evitare il ritorno della Storia e per non sprecare questa ultima crisi. Ma il secolo scorso ci insegna che le decisioni razionali non sono affatto scontate, tanto più quando si tratta di decisioni collettive: per entrare nei nuovi anni Venti, invece che tornare al passato, è indispensabile che i governi nazionali europei siano davvero disposti a un compromesso; e che fra opinione pubblica e istituzioni (nazionali e europee) si ristabilisca un rapporto di fiducia. Covid-19 ha riportato in auge l’expertise e premiato le capacità di leadership, dimostrando che l’efficienza è ciò che separa realmente i sistemi forti da quelli deboli e più vulnerabili. È pensabile una efficienza europea? O si finirà per tornare allo scontro fra vincitori e vinti dell’Europa post Covid? Un’Unione Europea che funzioni potrà fondarsi solo sul recupero di un certo grado di solidarietà; che tuttavia richiede, per essere esercitata, una forte responsabilità nazionale. Da parte di tutti.