international analysis and commentary

Editoriale Aspenia 1-2025

Questo articolo è l'editoriale del numero 2025/1 di Aspenia

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Ci troviamo – quasi senza averlo previsto (ma prevederlo era facile) – nel pieno di una nuova era nucleare: vale sia per l’energia a uso civile sia per le armi non convenzionali. La guerra in Ucraina ha acceso i riflettori su entrambe queste dimensioni, che riguardano da vicino la sicurezza europea. Per inquadrare questo passaggio, e per tracciarne la possibile evoluzione, è utile un po’ di background: in che senso possiamo parlare di una nuova era nucleare?

 

La questione energetica è, da sempre, strettamente connessa al modello industriale e di sviluppo delle economie, e in effetti allo stesso modello sociale, visto che influenza le abitudini quotidiane, l’accesso alle tecnologie, i costi relativi, i trasporti, le opportunità di lavoro. Negli ultimi anni sono state avviate imponenti transizioni energetiche e produttive in tutte le economie più avanzate, condizionando a cascata l’intero panorama globale, anche nei paesi a reddito medio o basso. Come è ben noto, lo stimolo principale ad avviare tali transizioni è stato l’imperativo di mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici, ossia l’impatto causato dai tradizionali sistemi di produzione e di consumo sull’ambiente – sia a livello planetario che locale. Nonostante il quadro normativo internazionale sia evoluto con accordi su impegni collettivi – in particolare gli Accordi di Parigi del 2015, da cui l’America è uscita una seconda volta con la rielezione di Donald Trump – va detto che la maggioranza degli attori economici non hanno effettivamente mutato in modo radicale il proprio modello di crescita. Lo hanno semmai gradualmente adattato, ciascuno tenendo in considerazione i propri vantaggi comparati, le priorità strategiche e di sicurezza, le caratteristiche peculiari dell’economia. Inevitabilmente, anche i sistemi politici, con i meccanismi del consenso e i processi decisionali, hanno condizionato le scelte di fondo.

È così che gli Stati Uniti hanno gestito con molta cautela lo spostamento del proprio baricentro energetico dal petrolio di origine “tradizionale” a un mix che ha sfruttato fino in fondo la disponibilità di “shale oil & gas”, anche per accrescere la loro influenza diretta sui mercati globali e dunque sui prezzi. Intanto, hanno approfittato della loro eredità nucleare, con centrali invecchiate e certo non all’avanguardia tecnologica, eppure tuttora utili per contenere i costi energetici. In sostanza, gli Stati Uniti (sotto amministrazioni con approcci assai diversi, come quelle di Obama, Biden e Trump) hanno comunque puntato sull’obiettivo strategico di diventare un grande produttore ed esportatore: la chiave è l’indipendenza energetica. Che permette, nella visione di Trump in modo particolare, di esercitare una vera e propria “energy dominance”.

Anche dalle amministrazioni democratiche, la politica climatica è stata inserita in tale contesto: l’America come il principale “swing producer” di energia. Sotto la presidenza Biden, il lancio del programma IRA (l’acronimo un po’ fuorviante dell’Inflation Reduction Act) è stato di fatto l’avvio di una politica industriale che considerava l’impegno per il clima come parte integrante di un rinnovamento produttivo e tecnologico. In tal senso, le novità introdotte dalla seconda amministrazione Trump non sembrano così radicali, anche se certamente è dichiarato il favore verso l’estrazione di riserve fossili, cui si aggiungono le riserve per le fonti rinnovabili e la disponibilità a rilanciare i programmi nucleari civili. Gli Stati Uniti restano oggi il maggiore produttore mondiale di energia nucleare.

In ogni caso, l’apparato industriale americano ha capacità adeguate e interesse per l’intero spettro della produzione energetica: le decisioni politiche sono fondamentali nel condizionare le scelte di investimento a breve termine, ma nel medio e lungo termine sembra certo che si continuerà sulla strada di un mix ampio e diversificato.

La Cina ha investito negli ultimi anni massicce risorse finanziarie in praticamente tutti i settori energetici, dal carbone al fotovoltaico, con un grande sforzo anche nel settore nucleare – pur producendo oggi poco più della metà dell’energia nucleare degli USA. Se è vero che Pechino ha acquisito una posizione chiave nella filiera internazionale delle maggiori rinnovabili, è altrettanto vero che il paese è complessivamente energivoro ed è ancora alla ricerca di un modello di crescita meno dipendente dall’industria pesante. Ciò detto, i tassi cinesi di crescita degli impianti nucleari sono di gran lunga i più alti al mondo, e questo trend è destinato a continuare.

Il Giappone fa caso a sé, in ragione della sua terribile esperienza del 2011 con le conseguenze di un evento naturale che lo hanno spinto a mettere in dubbio il ruolo del nucleare civile. Va però ricordato che le centrali nipponiche sono tornate in funzione, senza troppo clamore, già dieci anni fa: di fatto, il problema è stato affrontato in modo assai pragmatico come una questione di meccanismi di sicurezza e salvaguardia, di tecnologia e di procedure.

Dal canto suo, l’Unione Europea ha compiuto una scelta quasi radicale in senso esattamente inverso rispetto a USA e Cina, concentrando gli sforzi su pochissimi settori (rinnovabili con forte spinta all’elettrificazione, import di GNL) a discapito di tutti gli altri (carbone, petrolio, ma anche nucleare, soprattutto con la scelta tedesca a seguito dell’incidente di Fukushima, avvenuto dall’altra parte del mondo). Il presidente francese Emmanuel Macron – che peraltro rappresenta il paese con la più alta percentuale di energia elettrica di fonte nucleare in assoluto – ha recentemente replicato allo slogan del presidente Trump “drill, baby, drill” con il suo “plug, baby, plug”; questa battaglia degli slogan, nella sua estrema semplificazione, non sembra particolarmente appassionante né funzionale, ma è comunque sintomatica di una persistente divergenza transatlantica.

La contraddizione è che l’Europa è rimasta pur sempre una sorta di grande potenza nel nucleare civile, in termini di capacità produttive ed expertise, ma con leadership politiche e opinioni pubbliche fortemente scettiche sul futuro di questa fonte energetica.

In ogni caso, nessuno può ormai sfuggire alla conclusione che il mix energetico debba essere non soltanto diversificato (per ragioni di sicurezza delle forniture e contenimento del rischio politico) ma anche economicamente sostenibile (per non creare un effetto negativo sulla competitività del sistema produttivo e un danno ai consumatori). A sua volta, questa doppia esigenza implica che l’energia nucleare sia quantomeno un’opzione attraente come parte del mix, soprattutto per la sua caratteristica fondamentale di fonte “baseload”: una fonte, cioè, che garantisce la continuità delle forniture elettriche per compensare le inevitabili intermittenze della generazione fotovoltaica ed eolica. Le capacità garantite servono ovviamente anche a stabilizzare i prezzi, che sono sensibili alle varie fluttuazioni sulle reti nazionali e sui mercati internazionali (si pensi ai prezzi volatili dello stesso gas naturale). I sostenitori di forti nuovi investimenti nel nucleare (come risulta dall’articolo di Stefano Monti e Marco Ricotti) ricordano inoltre che le tecnologie continuano a evolvere, soprattutto nel campo degli “small modular reactors”, con vantaggi economici, operativi e di sicurezza rispetto ai grandi impianti progettati a metà del secolo scorso.

Tutti questi motivi di apertura a una “nuova” opzione nucleare si inseriscono nel contesto dinamico delle politiche energetiche e climatiche dell’UE: la seconda Commissione von der Leyen ha recepito le molte sollecitazioni provenienti dal business e dagli stessi governi nazionali, spostando l’enfasi dalla sostenibilità ambientale (come bussola e parametro) ai concetti di resilienza e “affordable energy” – assai più orientati alla competitività. E dal “green deal” al “clean deal”, con un accento quindi sulla neutralità delle fonti. Il nuovo Affordable Energy Action Plan della Commissione è stato presentato il 26 febbraio 2025.

Rispetto al nucleare civile rimangono comunque, come si diceva, forti resistenze (in Europa e in particolare in Italia) nell’opinione pubblica, che però – come mostra il sondaggio che pubblichiamo nel “Nuclear Watch” – sono più sfumate e ragionate di quanto si pensi. L’effetto NIMBY entra certamente in azione quando si tratta di identificare i luoghi di costruzione di centrali nucleari, ma è anche vero che il problema va gestito politicamente in modo intelligente, visto che emerge sempre e comunque a fronte di opere pubbliche con un qualche impatto locale, dagli inceneritori ai rigassificatori, fino alle pale eoliche e ai pannelli solari. Insomma, non è il nucleare di per sé a essere motivo di dissenso e contestazioni, ma incide il rapporto tra politiche pubbliche e interessi locali, tra vertici decisionali e singoli cittadini. È una questione che va quindi ben al di là degli impianti nucleari.

 

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Un dibattito pubblico maturo deve però partire dai dati di fondo: l’Italia (come alcuni dei suoi partner europei) dipende tuttora molto, anzi troppo, da forniture energetiche che sembrano un monumento al “rischio geopolitico”. Nord Africa e Golfo presentano altissimi profili di rischio anche quando queste regioni attraversano fasi di apparente quiete, mentre il gas naturale liquefatto di provenienza statunitense ci espone alla diplomazia “transattiva” di Trump. Avrebbe allora senso un programma di maggiore autonomia energetica, che non può prescindere dal nucleare. La diversificazione è indubbiamente una buona soluzione, ma non è sufficiente se si rimane comunque legati a paesi che, per una ragione o per l’altra, possono interrompere le forniture, manipolare i prezzi, ricattarci – o perfino tutte queste cose assieme.

Se il settore dell’energia nucleare civile è – come si vede – controverso e complesso, quello delle armi nucleari sembrava addirittura consegnato alla storia del XX secolo: crederlo è stato però un notevole errore di prospettiva. Non soltanto l’eredità pesante degli arsenali nucleari americani ed ex sovietici si è dimostrata difficile da superare perfino nella fase di maggiore ottimismo per gli accordi bilaterali post guerra fredda tra Washington e Mosca, ma l’importanza dello status nucleare è un dato permanente. Basti pensare alla continua rincorsa da parte di Corea del Nord e Iran, con i loro programmi clandestini ma ben noti.

I timori di una diffusione delle armi nucleari riguardano quindi sia l’Asia (si legga l’articolo di questo numero sulla Corea del Sud, a cui si aggiunge un dibattito simile a Taiwan) che, alle porte dell’Unione Europea, l’intero Medio Oriente: oltre all’Iran, Arabia Saudita e Turchia, in ragione soprattutto della conflittualità tra Iran e Israele, con le sue conseguenze regionali, ma anche delle ambizioni incrociate delle medie potenze regionali.

Se si guarda al vertice della “catena nucleare” nell’ecosistema globale di (in)sicurezza, l’attuazione del New START del 2010 – l’ultimo grande accordo nel suo genere – è stata sospesa da Putin nel 2023. I regimi di controllo degli armamenti di questo tipo sono in un vero limbo, e non è chiaro se la ripresa del dialogo fra Washington e Mosca potrà davvero interessare il controllo delle armi nucleari strategiche. Intanto, la non proliferazione nucleare a livello multilaterale (centrata sul Trattato entrato in vigore nel 1970) è in una fase che potremmo definire di pericoloso indebolimento, con alcuni paesi firmatari ma ormai “di soglia”.

La Review Conference del TNP, tenutasi nell’agosto 2022, ha emesso un documento di dura condanna delle dichiarazioni russe sul potenziale impiego del nucleare nel contesto dell’invasione ucraina, firmato da una cinquantina di governi. Ma il TNP sta perdendo efficacia come strumento di controllo, mentre è probabile che le potenze con capacità nucleari aumenteranno nei prossimi decenni: una proliferazione parziale avverrà.

Si aggiunge il problema della capacità di difesa europea, in una fase in cui l’Unione Europea parla di “autonomia strategica” ma in effetti dipende da una protezione americana che appare assai meno scontata con la seconda presidenza Trump. Dopo tutto, il funzionamento della NATO, e in particolare la credibilità dell’articolo 5, si basano sulla fiducia; e la fiducia fra alleati transatlantici è in rapida diminuzione. È ovvio che non ci potrà essere nessuna “autonomia” – o una progressiva indipendenza, per usare le parole di Friedrich Merz, cancelliere tedesco in pectore – senza che l’Europa disponga dell’intero spettro di capacità militari, incluse quelle nucleari. Ciò è tanto più vero in una fase di crescente ricorso alla politica di potenza, se si pensa al fronte orientale dell’Europa, alla Cina in Asia, ma anche ai molti conflitti mediorientali.

Qualsiasi risposta o intervento preventivo graduato che abbia una componente militare deve potere contare su tangibili capacità di deterrenza, e dunque di escalation controllata. Non si sfugge a questo imperativo generale.

 

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La pressione sugli europei, naturalmente, è nettamente aumentata dal febbraio 2022 con la seconda invasione russa dell’Ucraina, che ha di fatto segnato un parziale fallimento della dissuasione collettiva esercitata dalla NATO. L’Ucraina non era garantita dall’art. 5 del Trattato nordatlantico, ma aveva comunque ricevuto diverse forme indirette di rassicurazione da vari governi nazionali che sono membri della stessa NATO, e dall’Unione Europea.

La questione del deterrente nucleare è tornata in primo piano anche perché è stata apertamente sollevata da Vladimir Putin – che ha più volte ricordato a tutti lo status nucleare della Russia e non ha mai escluso l’impiego di armi non convenzionali a fronte di una minaccia esistenziale – e perché proprio l’Ucraina è uno dei rarissimi casi al mondo di rinuncia volontaria a quello status. Kyiv, come si ricorderà, trasferì alla Federazione Russa gli assetti nucleari rimasti sul suo territorio dopo la dissoluzione dell’URSS in cambio di garanzie di sicurezza (il famoso protocollo di Budapest del 1994) poi disattese.

Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha fatto “precipitare” questo dibattito, generando dubbi sull’affidabilità della garanzia americana a vantaggio dei membri europei della NATO.

Il paradosso è che la tipologia di armi che sarebbero decisive per gli europei, e di cui essi non dispongono, è proprio quella che era vista quasi come un tabù perfino da molti analisti della difesa negli anni della guerra fredda: le armi nucleari “tattiche” – cioè, con una gittata molto inferiore a quelle “strategiche”, con una minore capacità esplosiva e dunque con una possibilità (teorica) di impiego sul campo di battaglia. Si parla comunque, per dare un ordine di grandezza, di una potenza generalmente compresa tra 1 e 50 chilotoni, contro i circa 15-20 chilotoni delle bombe di Hiroshima e Nagasaki. Erano esattamente gli europei, a cominciare dai tedeschi, a guardare con orrore alle possibili conseguenze di una escalation convenzionale-nucleare che portasse all’uso delle armi tattiche, perché lo scontro si sarebbe verificato letteralmente in casa loro. D’altra parte, l’esistenza di bombe atomiche tattiche americane in Europa è sempre stata vista anche come una rassicurazione politica: ossia come garanzia di un coinvolgimento effettivo degli Stati Uniti in caso di attacco russo in Europa.

Ragionando sulla possibile utilità pratica delle armi nucleari tattiche, si è sempre entrati nel campo di disquisizioni molto tecniche e perfino arcane, che ad esempio resero famoso nei circoli degli specialisti un giovane accademico di nome Henry Kissinger alla fine degli anni Cinquanta, aprendogli la strada alla brillante carriera successiva. Il contesto internazionale è profondamente cambiato da allora, ma la brutale logica strategica degli armamenti non convenzionali, della loro capacità distruttiva e del loro potere di terrorizzare, resta la stessa. E resta dunque rilevante il fatto che, a oggi, soltanto tre paesi dispongano di armi nucleari tattiche: gli Stati Uniti (con le loro testate tattiche dispiegate in sei paesi europei), la Russia e la Cina. L’Europa ne è priva. Ma se volesse impostare la propria strategia di difesa su una deterrenza “a tutto tondo”, è probabile che non potrebbe prescindere da una dottrina militare che collochi anche gli armamenti nucleari lungo un continuum di strumenti; oggi, le centinaia di missili e testate detenute da Francia e Gran Bretagna sono le meno adatte a essere integrate lungo questo continuum, visto che si tratta esclusivamente di armi nucleari strategiche. Nel caso della Gran Bretagna, il deterrente nucleare è integrato nella pianificazione della NATO; in quello della Francia, risponde a obiettivi nazionali, sebbene con una definizione degli interessi vitali che tradizionalmente comprende i paesi vicini.

Si può argomentare che non ha neppure senso immaginare – e dunque razionalizzare – l’uso effettivo di armamenti non convenzionali: è una posizione moralmente e politicamente legittima, ma che lascia senza risposta il quesito drammatico di “cosa fare” a fronte di un paese vicino, come la Russia di questi ultimi anni, che minaccia espressamente l’utilizzo eventuale delle proprie capacità nucleari mentre dimostra ogni giorno di sapere usare quelle convenzionali in modo distruttivo. Anche in una funzione di dissuasione pura, insomma, la deterrenza nucleare deve essere credibile.

Intanto, va registrata la volontà delle due uniche potenze nucleari militari europee – Francia e Gran Bretagna – di modernizzare i rispettivi arsenali, pur senza programmarne una netta crescita quantitativa. Si aggiunge il rilancio del dibattito, finora rimasto sottotraccia e alquanto ambiguo, su un possibile deterrente europeo “condiviso”. Ne ha parlato il presidente francese Macron a più riprese e in particolare nel 2020 (alludendo a una “deterrenza estesa”, come spiega l’articolo di Jean-Pierre Darnis), senza peraltro ricevere allora reazioni chiare ma stimolando quantomeno una discussione più ampia sul futuro della difesa europea e sugli accordi possibili con Londra. Stiamo ora assistendo a un’importante accelerazione del dibattito, con le prime dichiarazioni del vincitore delle elezioni tedesche Merz, che ha espresso un reale interesse.

È chiaro che, assieme all’aumento delle spese militari e allo sviluppo di una base industriale della difesa europea, andrebbe elaborata una concezione strategica che vada al di là della visione transatlantica tradizionale. Il ruolo delle armi nucleari ne fa parte. Restano da definire molti punti delicati, su cui c’è stata finora una duplice ambiguità, sia francese sia degli altri paesi UE; e la situazione non è facilitata dall’autoesclusione di Parigi dalla pianificazione nucleare della NATO (una lontana eredità gollista) che impedisce al momento una vera integrazione operativa. E che impedisce una più chiara divisione dei compiti fra la NATO “minima” a cui sembra pensare Trump e l’Europa “potenza” a cui sembra guardare di nuovo la Francia. Il ruolo degli europei nelle future garanzie di sicurezza all’Ucraina, a valle di un eventuale cessate-il-fuoco, sarà uno dei banchi di prova della serietà con cui gli europei si muoveranno nel settore della difesa; e dei rapporti fra Stati Uniti e paesi europei in una NATO destinata a cambiare notevolmente rispetto al passato. I nodi da sciogliere sono ben conosciuti; ma il tempo per farlo è abbondantemente
scaduto.

 

 


Questo articolo è l’editoriale del numero 2025/1 di Aspenia