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Un nuovo governo afgano, il fattore USA, e il contesto regionale

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Stallo, impasse, stand-off, o “telenovela afgana” (come un irriverente diplomatico di Kabul l’ha definita): la vicenda che per tre mesi ha opposto Ashraf Ghani ad Abdullah Abdullah è sembrata non avere via d’uscita. Eppure si è conclusa con un accordo, benedetto dal Segretario di Stato americano John Kerry, che ha almeno nel breve periodo risolto il contenzioso elettorale – funestato sin dagli esordi del ballottaggio (14 giugno) da pesanti accuse di brogli.

L’accordo stabilisce una nuova figura istituzionale che consegna ad Abdullah, eterno secondo (fu sconfitto nel 2009 anche da Karzai) il ruolo di capo dell’esecutivo (Executive Chief): è una formula ambigua che lo equipara a un premier ma senza chiamarlo primo ministro, figura non prevista dall’ordinamento di una Repubblica presidenziale quale l’Afghanistan è. Ad Ashraf Ghani, il colto tecnocrate formatosi negli Stati Uniti e già ministro di Karzai, è stata consegnata il 30 settembre scorso la presidenza e, teoricamente, i pieni poteri; ma ad Abdullah viene concessa un’ampia capacità di manovra che il nuovo assetto istituzionale non ha ancora ben definito. Per ora, dicono le voci di corridoio, i due hanno concordato anche la scelta dei ministri, onorando un “manuale Cencelli” (formula che regolava in Italia la spartizione delle cariche pubbliche in base al peso elettorale dei singoli partiti e attribuita al democristiano Massimiliano Cencelli) che ha un precedente afgano di tipo etnico-tribale. Oggi, quel metodo sancisce però – per così dire – un ingresso nella “modernità” delle alchimie politiche di spartizione del potere.

Difficile dire quanto il cittadino comune abbia digerito una formula che, nelle parole di molti analisti e politologi afgani, ha il sapore di una sconfitta del processo elettorale e dunque della democrazia afgana. Per dirla con la storica Helena Malikyar: “Un giorno dolce amaro per gli afgani. L’economia arranca – ha detto all’emittente del Qatar Al Jazeera nel giorno della proclamazione di Ghani a presidente – gli aiuti internazionali sono congelati, lo sviluppo si è fermato e la criminalità ha fatto passi da gigante”. Effetto appunto dell’impasse che ho dominato fino ad oggi; e si spiega così la definizione solo in apparenza contraddittoria proposta dal politologo e ricercatore Nader Nadery: un buon giorno per gli afgani ma una pessima notizia per la democrazia afgana. Conviene in effetti ascoltare le voci afgane più che quelle (poche) dei commentatori occidentali che tendono a vedere il bicchiere mezzo pieno. Gli afgani al contrario, anche perché vittime di una crisi politica con effetti perversi sull’economia reale (i prezzi di terra e immobili ad esempio sono crollati durante il trimestre di stallo), vedono il bicchiere mezzo vuoto. L’imminenza della dipartita a fine anno della stragrande maggioranza delle truppe NATO già ha fatto sentire i suoi effetti nella riduzione delle commesse e dei servizi, che hanno visto un tracollo generale da quando è iniziato in maniera consistente il ritorno a casa scaglionato degli oltre 100mila soldati dell’Alleanza. Si trattava infatti dei clienti di un indotto che ha fatto della guerra anche un grosso affare per molte società nazionali (ben 41mila, al 3 settembre 2014).

L’accordo con gli USA e le esigenze economiche
La sensazione è dunque che le cose si siano aggiustate “all’afgana”, che il governo ci sia ma soffra di un’intrinseca fragilità, che si sia comunque perso tempo prezioso. Il governo Ghani, in queste ore impegnato a definire il suo profilo, ha comunque per prima cosa siglato l’accordo di partenariato strategico con gli Stati Uniti (BSA, Bilateral Security Agreement) che di fatto garantisce a Washington il controllo di una decina di basi militari e che permetterà al Pentagono la dislocazione di almeno 10mila soldati – in grado di intervenire e non solo di fare formazione e addestramento, come invece dovrebbe prevedere il prossimo nuovo accordo con l’Alleanza atlantica.

L’accordo, soprattutto, garantisce lo sblocco dei finanziamenti finora congelati e dunque la possibilità, nei prossimi mesi, di pagare gli stipendi a funzionari pubblici e soldati, condizione sine qua non per garantire governance e sicurezza. Se infatti il flusso di denaro promesso alle conferenze di Bonn (2011) e Tokio (2012) continuerà a fluire nelle casse del governo afgano (che per il 90% del PIL dipende dall’aiuto esterno), la nuova macchina statale potrà andare a regime, ed esercito e polizia nazionali (una forza complessiva di oltre 300mila uomini) potranno tenere a bada i talebani. Quest’ultimo è ovviamente un requisito vitale, come la lezione della Storia dovrebbe insegnare: nel 1989 l’URSS lasciò l’Afghanistan nelle mani del governo Najibullah, che tenne testa ai mujaheddin per tre anni, ma quando Mosca tagliò i fondi, l’esercito nazionale senza stipendio si sciolse come neve al sole e la guerriglia conquistò Kabul.

Il futuro dunque è piuttosto incerto a cominciare dai dati dell’economia. Il primo atto ufficiale del nuovo presidente è stato infatti la nomina come consigliere economico speciale dell’ex Ministro delle Finanze Hazrat Omar, che rimarrà in carica con un interim al dicastero da cui proviene proprio per evitare un pericoloso vuoto di potere. L’economia è comunque materia ben nota anche allo stesso Ghani, dati i suoi trascorsi alla Banca Mondiale. Inoltre, per quanto ridotto, l’apporto finanziario della comunità internazionale dovrebbe essere abbastanza garantito nel breve periodo dagli impegni presi nelle ultime grandi conferenze sull’Afghanistan.

Il processo di pace con i talebani, e i rapporti con i vicini
Il secondo problema non meno importante è la sicurezza, motivo per cui Ghani ha affidato all’ex Ministro dell’Interno Mohammad Hanif Atmar il ruolo di consigliere speciale al posto di Daftar Spanta (è stato proprio Atmar a firmare martedì scorso 30 settembre, appena un giorno dopo l’insediamento di Ghani, il BSA con gli USA). Sicurezza significa anzitutto piano di pace coi talebani e garanzie dagli Stati confinanti, non estranei alla vitalità della guerriglia.

La guerriglia in turbante per adesso ha chiuso tutte le porte al dialogo. Sul sito ufficiale dell’emirato islamico sono uscite due note politiche molto dure contro l’elezione di Ghani e la nomina di Abdullah, definiti due “impiegati” degli Stati Uniti. Il giorno della firma del BSA, con una celerità rara per gli standard mediatici della cupola di Quetta, i comunicatori di mullah Omar hanno bollato la firma dell’accordo come un atto di servilismo e una svendita della sovranità nazionale. A complicare le cose, Abdullah Abdullah (era il medico personale di Shah Massud, ucciso alla vigilia dell’attacco alle Torri gemelle nel 2001) è un nemico giurato dei Talebani, e rappresenta gli interessi della minoranza tagica. Non è escluso che Ghani, un pashtu della tribù Ahmadzai (come Najibullah, per tornare alla memoria degli anni Ottanta-Novanta), possa ricorrere per far partire una forma di dialogo all’esperienza di Karzai, uscito di scena dalla porta principale ma pronto a rientrare dalla finestra.

Per ora restano solo ipotesi: la firma del BSA ha intanto sollevato le ire di pachistani e iraniani. Il vice ministro persiano Ebrahim Rahimpour l’ha bollata come un danno al governo afgano e alla sua sovranità. L’ex ambasciatore di Islamabad a Kabul, Rustam Shah Mumand, ha invece detto che fino a quando le truppe straniere resteranno nel Paese, i rapporti tra l’Afghanistan e il Pakistan non miglioreranno. Reazioni abbastanza scontate ma che danno conto di un clima assai poco disteso con i due Paesi chiave che circondano Kabul. Il nuovo governo potrà contare sull’appoggio di India e Turchia, su quello indiretto di Mosca e sull’interesse della Cina, ma non potrà non tener conto di quanto accade a Islamabad e a Teheran: il Pakistan è in grado (più o meno) di controllare i santuari oltre confine dei talebani; l’Iran ha scelto di appoggiare una parte del movimento guerrigliero (e sfrutta l’Afghanistan come possibile pedina da giocare in chiave anti-americana).

Su questo sfondo, le premesse per un mandato davvero difficile sono l’unica certezza che Ashraf Ghani ha tra le mani.