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Perché l’intervento contro ISIS non sarà sufficiente

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C’è francamente da rimanere perplessi osservando la strategia militare posta in essere dagli USA contro l’ISIS, con la costituzione di una coalizione eterogenea e apparentemente poco entusiasta, e una strategia assai poco chiara. L’unico punto chiaro sembra il suo presunto scopo, quello di rendere inoffensiva la spinta integralista di chi si richiama a una pretesa purezza islamica; scopo dichiarato, ma nei fatti non perseguito. Operazioni aeree come quelle in atto si possono paragonare all’uso della radioterapia contro una metastasi diffusa: potranno annientare qualche cellula maligna, ma non fermeranno il progredire della malattia.

Con ciò non voglio dire che in un caso come questo il potere aereo, il dominio dell’aria, sia inutile; al contrario, esso rimane elemento imprescindibile per una strategia di successo, nel senso che solo potendo disporre di una copertura aerea totale, che garantisca una situational awareness in tempo reale e che permetta di colpire con tempestività e precisione assoluta gli elementi di potenza dell’avversario, anche forze di superficie che non siano preponderanti possono avere la meglio. Proprio così fu dispiegato il potere aereo durante la fase iniziale delle operazioni in Afghanistan, nel tardo autunno del 2001, quando l’Alleanza del Nord, pesantemente supportata dalle forze aeree USA (utile rammentare che vennero impiegati anche i bombardieri pesanti B52), in poche settimane fece crollare le resistenze talebane. Ma in quel caso a terra non c’erano milizie modestamente equipaggiate, bensì unità bene addestrate e pesantemente armate, mentre appunto il volume di fuoco assicurato dall’alto era massiccio e continuo.

Oggi in Iraq e in Siria non sussistono le condizioni per una replica, sia per la qualità delle forze sul terreno (il loro addestramento e il tipo di armamento disponibile) sia per l’esiguità delle forze aeree in azione: si era iniziato con i 54 Super Hornet e Hornet della portaerei George W Bush, e la coalizione si è via via arricchita con il contributo (politicamente fondamentale, ma quantitativamente poco più che simbolico) di alcuni paesi arabi, dell’Australia e di qualche alleato europeo. Si giunge così a poco più di un centinaio di velivoli, per un teatro operativo vasto come la Germania e l’Italia messe insieme, quando per la campagna aerea del 1999 contro la Serbia (e gli obiettivi si trovavano in un’area non superiore a 30.000 kmq, cioè non molto più estesa della Sicilia) solo nelle basi italiane erano schierati più di 400 velivoli da combattimento.

In estrema sintesi le operazioni aeree avviate dalla coalizione dei (poco) volenterosi rischia si riuscire solo a rallentare la progressione dell’ISIS, come stiamo osservando in questi giorni, e sembrano rispondere a una simbolica reazione che permetta di evitare l’accusa di un’assoluta inerzia. Il tutto con considerevoli costi finanziari (un’ora di volo di un velivolo da combattimento non costa meno di 30.000 euro, senza contare l’armamento impiegato) ed esponendo i paesi partecipanti al ricatto terroristico, sia verso i connazionali in teatro, sia per possibili attacchi portati sul proprio territorio. Tutto ciò ben l’ha compreso il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan che, pur con i dubbi derivanti dai crescenti rischi politici e strategici per la Turchia, visto l’avvicinarsi alle proprie frontiere della minaccia dell’ISIS, non ha esitato a predisporre il proprio esercito per un intervento.

È da sottolineare che le milizie islamiche – e sono i generali americani a dirlo – si sono rapidamente adattate alla minaccia portata dall’aria e non operano più in massicce formazioni altamente vulnerabili:  hanno imparato a mimetizzarsi nei contesti urbani e rurali, sfruttando cinicamente i civili come scudi umani e con ciò rendendo, da parte della coalizione, ancora più difficile identificare obiettivi paganti.

Così continuando si rischia di incancrenire la situazione sul terreno, con un progressivo logoramento della volontà di combattere degli USA e dei loro alleati, con lo sfilacciamento di una solidarietà che non riesce a nascondere la difformità delle agende dei vari attori – spesso addirittura in contrasto tra loro. Si sta in buona sostanza alimentando una sorta di instabilità permanente, che forse gioca agli interessi di alcuni dei paesi arabi coinvolti (ricordate la guerra permanente di “1984” di Orwell?), ma che certamente l’Occidente in generale non si può permettere.

Serve quindi un atteggiamento diverso, forse non tanto dal punto di vista “muscolare”, ma da quello di un più stretto coordinamento con chi questa guerra la sta combattendo sul terreno, con un’intelligence penetrante che davvero consenta di individuare in tempo reale gli obiettivi paganti per una tempestiva neutralizzazione. Serve soprattutto un diverso rapporto con le popolazioni coinvolte, in modo da prosciugare lo stagno in cui nuotano agevolmente l’ISIS e i suoi alleati. Non è impossibile: in diverse, ma per certi versi analoghe, circostanze ci riuscì il generale David Petraeus, quando assunse il comando delle operazioni in Iraq nel febbraio 2007. Forse sarebbe oggi il caso di chiedergli un consiglio.