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I raid aerei contro ISIS: il volto soft dell’hard power

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Le operazioni aeree in corso, a guida americana, contro obiettivi del sedicente Stato Islamico (o ISIS) in Iraq e Siria hanno già sortito alcuni effetti tattici. La scelta più ardua per Washington è stata quella iniziale di annunciare e lanciare i raid; ora si tratta di valutare le conseguenze e trarne dei vantaggi non solo tattici.

La peculiarità della situazione – un presidente americano che alza nettamente il livello dell’impegno americano dopo essere stato contrario a farlo per anni – sta nel fatto che proprio i trascorsi di Obama rassicurano in realtà gli europei, nel senso che un rapido ampliamento del conflitto è visto come improbabile. Al tempo stesso, quei trascorsi, e la propensione di Obama a diffidare della dinamica di un’escalation militare quasi automatica (e ancor più a mobilitare forze di terra americane in funzione di combattimento) rassicurano anche lo Stato Islamico e le altre forze sul campo: gli Stati Uniti possono colpire quasi ovunque e in teoria senza preavviso, ma l’intervento lascerà comunque agli attori locali la capacità di definire gli equilibri di forza.

Le operazioni, ad oggi, sono condotte con una sorta di auto-limitatore, che ne condiziona sia l’efficacia immediata sia soprattutto gli effetti nel medio periodo. In sostanza, annunciare quali strumenti militari saranno adottati e farne una linea politica ufficiale significa, per Washington, segnalare chiaramente ai propri avversari i limiti del proprio impegno. Un tipo di rischio opposto rispetto all’eccesso di zelo del “grilletto facile”, ma comunque un rischio – che potrebbe richiedere in futuro nuovi interventi militari, in una specie di costante sfoltitura di erbacce che non vengono sradicate.

La più logica soluzione al problema sta naturalmente nel sostituire l’autoproclamato “Stato Islamico” con uno Stato realmente in grado di controllare e amministrare il territorio – o semmai di più Stati, visto che non si può davvero escludere del tutto la nascita di un vero Stato curdo. È cioè necessario che si affermino strutture locali in grado di esercitare una piena ed efficace sovranità responsabile e finalmente rispettosa dei diritti delle (molte) minoranze. Non è affatto una ricetta originale, ed è anzi l’imperativo che segue tutte le operazioni di “cambio di regime”, siano esse endogene o istigate dall’esterno. È però diventato un imperativo assai più complicato da realizzare a cavallo tra Iraq e Siria (sempre che Assad possa essere rimosso, visto che non uscirà di scena con eleganza), ora che i pezzi del mosaico si sono violentemente rimescolati.

In effetti, allo stadio attuale, anche gli obiettivi politici delle operazioni aeree (non solo quelli militari) sembrano decisamente limitati: un conto è infatti colpire (degrade and destroy) singoli gruppi di guerriglieri per prevenire che possano minacciare direttamente interessi americani, ma tutto un altro conto è tentare un riassetto durevole dei due paesi mediorientali.

Peraltro, nel primo caso l’amministrazione Obama gode di un buon sostegno interno, mentre nel secondo assolutamente no. Il Presidente ha però il dovere di spiegare alla sua opinione pubblica che, a differenza della sfida posta un decennio fa da Al-Qaeda, ISIS ha l’immediata ambizione e la capacità di prendere il controllo (almeno temporaneo) di porzioni di territorio; il che costringe ad adattare gli strumenti per combattere questa organizzazione sia in chiave militare e di intelligence che politico-diplomatica. In estrema sintesi, “degradare” il potenziale operativo dei gruppi armati potrebbe non bastare, e diventare così un processo ciclico e reiterativo se i flussi di risorse e armi non verranno bloccati.

A merito di Obama si può notare che la ristretta coalizione che finora Washington ha saputo assemblare deve considerarsi un parziale successo diplomatico, soprattutto perché include i sauditi e i qatarini (un fatto, questo, diplomaticamente importante), ma mancano molti tasselli per renderla una solida base politica che aiuti davvero a gestire la regione in tumulto: il ruolo della Turchia resta ambiguo (ma i prossimi giorni potrebbero essere decisivi), l’Iran sembra continuare a fare da free rider assai spregiudicato, e gli stessi europei scontano tuttora il prezzo della sfiducia verso gli interventi ad ampio spettro – perfino il governo Cameron ha dovuto assicurarsi un pieno sostengo parlamentare prima di partecipare. I prossimi mesi porranno dunque a Obama una sfida anzitutto politico-diplomatica, in cui dovrà alzare il livello della sua politica estera più ancora che sfruttare l’indiscussa superiorità aeronavale americana.

Alla luce di queste pressioni si spiegano anche le divergenze, venute chiaramente alla superficie nelle ultime settimane, tra la Casa Bianca e i vertici militari: a preoccupare il Pentagono è proprio la caratteristica specifica della missione contro ISIS, cioè il mix di obiettivi strategici poco definiti e strumenti severamente limitati. Non verranno forse commessi gli stessi errori di alcune missioni del passato, come il micro-management civile delle operazioni militari, ma certo gli Stati Uniti si sono imbarcati in un tipo di intervento che richiede un preciso dosaggio di potere hard e soft. È come ricercare il volto soft del potere hard.