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L’intervento francese in Mali: il calcolo strategico e le incognite

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Dopo un decennio dalla “operazione Licorne” in Costa d’Avorio, la Francia torna a intervenire militarmente in una crisi interna a uno stato africano. Il presidente François Hollande ha accolto la richiesta di aiuto giunta dalle alte autorità del Mali: le forze ribelli attive da tempo nel nord del paese e in buona parte aderenti al gruppo di Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI) minacciano ormai da vicino la capitale Bamako; l’esercito nazionale è in rotta. L’operazione francese si svolge sotto la copertura legale di una recente risoluzione ONU; in Francia, il consenso è vasto tra le forze politiche.

La storia moderna del Mali (entità politica costituita sul territorio di antichi e leggendari imperi) conta più anni trascorsi sotto l’ordinamento coloniale francese (1883-1960) che in regime di indipendenza politica. Ma neanche nel periodo successivo alla decolonizzazione Bamako si è allontanata da Parigi: grazie a un colonialismo particolarmente penetrante, la Francia aveva allacciato durevoli legami con le élite politiche e con il tessuto economico locale. Le relazioni con tutta l’Africa francofona sono del resto rimaste molto strette: gestite dalla presidenza della Repubblica piuttosto che dal ministero degli Esteri, sono basate sulla costruzione di reti di rapporti personali più che sull’esistenza di una vera diplomazia. Non è strano quindi che l’appello del presidente ad interim Dioncunda Traoré sia stato rivolto alla Francia prima ancora che alla comunità internazionale.

Traoré regge la presidenza in seguito al colpo di stato militare del marzo del 2012, conseguenza dell’insurrezione scoppiata poco tempo prima nel nord del paese: gli ideatori del golpe hanno così evitato sia che si tenessero le previste elezioni presidenziali, sia che la rivolta ne influenzasse il risultato. L’esercito del Mali ha però dimostrato la sua inconsistenza di fronte all’avanzata degli insorti: stimati in qualche migliaia, sono equipaggiati con armi leggere, dotati di moto e pick up che gli permettono di muoversi facilmente sulle strade della regione sub-sahariana, e vengono riforniti di benzina dall’Algeria. Molti dei combattenti facevano parte delle milizie mercenarie al servizio di Gheddafi: caduto il dittatore libico, loro e le loro armi sono tornati in Mali. Le forze ribelli sono composte principalmente dal Movimento tuareg per la liberazione dell’Azawad (è il nome della parte settentrionale del paese, che ha unilateralmente dichiarato la propria indipendenza in aprile), e dal gruppo Ansar Dine – affiliato a AQMI. Una volta stabilizzato il controllo sul nord, da dove l’armata nazionale è stata cacciata definitivamente in giugno, la componente tuareg è stata emarginata dai gruppi islamisti: Ansar Dine e il MUJAO (Movimento per l’unità e la jihad in Africa occidentale) hanno preso il comando delle operazioni militari e deciso di puntare sulla capitale per imporsi su tutto il paese.

È stata la presa di Konna, nodo strategico sulla via di Bamako, a convincere Parigi  per l’intervento diretto contro “i terroristi” – così definiti da Hollande e dall’ambasciatore francese in Mali. Il contingente transalpino (forze speciali e mezzi aerei: caccia, cargo, elicotteri, ricognitori) sarà affiancato da ciò che resta dell’esercito del Mali, ma anche da forze dell’armata senegalese e nigeriana, e appoggiato da soldati provenienti da altri stati dell’area. Dato che i paesi coinvolti appartengono tutti alla Comunità economica degli stati dell’Africa Occidentale (CEDEAO), l’operazione militare assume i contorni di un intervento su scala regionale di forze alleate in sostegno di un paese-fratello, sotto il patrocinio francese.

Naturalmente, la regia dell’operazione è però tutta europea. Proprio come in Libia, il consenso preliminare degli Stati Uniti, necessario a un intervento su scala significativa, c’è; diversamente da quanto accaduto sullo scenario mediterraneo però, considerando l’appartenenza del Mali alla sfera di influenza francese in Africa, stavolta il Regno Unito si limiterà a fornire assistenza logistica al trasporto di truppe dai paesi vicini – Londra intrattiene infatti rapporti diplomatici ed economici molto amichevoli con alcuni membri della CEDEAO, che fanno parte anche del Commonwealth. Le truppe occidentali dispiegate in Mali saranno dunque esclusivamente francesi.

L’operazione, già immaginata da tempo – se ne parlò anche durante la campagna elettorale per la Casa Bianca – è stata autorizzata dalla risoluzione 2085 adottata all’unanimità, in dicembre, dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Parigi prepara infatti il quadro legale e logistico di un’eventuale intervento almeno da settembre; d’altronde, la prospettiva della penetrazione di gruppi armati affiliati ad al Qaeda in un paese non arabo come il Mali – che inoltre si trova in una posizione geografica chiave per gli equilibri dell’area – preoccupa seriamente anche la NATO e gli altri paesi dell’Africa Occidentale. La visione propugnata degli insorti non è estranea all’evoluzione della società locale, sempre più favorevole all’islamizzazione delle leggi dello stato – in risposta alla corruzione endemica di cui è accusata la classe politica locale: si teme quindi che a Bamako in pochi si opporrebbero alla presa del potere da parte dei rivoltosi.

L’atteggiamento di Hollande, che si è mostrato pronto ad accogliere la richiesta di aiuto proveniente dalla capitale minacciata, è dunque più calcolato di quanto potrebbe sembrare; tuttavia, il piano che prevedeva una graduale operazione civile-militare internazionale – i primi 400 formatori europei destinati a riorganizzare l’esercito del Mali dovevano arrivare l’11 gennaio – è stato superato dagli eventi e reso inutile dalla forza imprevista dell’offensiva degli insorti.

Il presidente francese gode di un consenso interno abbastanza esteso su questa scelta, avvenuta d’altro canto senza un pronunciamento del governo e del parlamento: solo i massimi dirigenti del partito socialista ne erano stati informati. I rappresentanti del centro e della destra moderata hanno ovviamente espresso il loro sostegno all’intervento deciso dal Capo dello stato, considerato “legittimo” anche da Marine Le Pen; a sinistra, pur in presenza di alcune critiche alla mancata “parlamentarizzazione” della crisi, è stato il solo Jean-Luc Mélenchon, capo del Front de Gauche, a dichiarare “discutibile, e degno del vecchio inquilino dell’Eliseo” l’uso della forza in Mali.

Lo scenario di guerra non si annuncia affatto semplice, né breve la durata delle operazioni. La contro-offensiva diretta da Parigi ha intanto arrestato l’avanzata degli insorti verso sud, ma esclude comunque, per il momento, un qualsiasi impegno nella riconquista del nord. Hollande sa bene che per controllare quel territorio immenso e desertico servirebbero ben altri mezzi e risorse: ma Washington, attualmente, non ha alcuna voglia di impiegare i suoi droni in Africa Occidentale. Inoltre, l’opinione pubblica francese non sarebbe così disponibile ad accettare una guerra che da difensiva si trasformerebbe in offensiva.

Non è chiaro, perciò, quale sia l’obiettivo a lungo termine dell’intervento francese: annientare al Qaeda nel paese? Ricostruire l’unità del Mali? Né si può scommettere, anche nel caso di un andamento positivo della guerra, sulla contemporanea tenuta del governo di Bamako: il presidente ad interim Traoré è privo di legittimazione popolare, mentre il protagonista del colpo di stato militare, il capitano Amadù Haya Sanogo, è attualmente impegnato in prima linea nei combattimenti contro gli insorti.

Per il momento, dunque, le truppe francesi si limiteranno a proteggere la parte meridionale del Mali; probabilmente, Parigi rilancerà i suoi progetti di cooperazione internazionale allargata quando sarà il momento di rafforzare le strutture politiche locali e di trattare con gli islamisti e i tuareg del nord.