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Le sanzioni contro l’Impero dei Pasdaran

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Gli Stati Uniti stanno preparando le nuove sanzioni all’Iran al fine di ottenere il blocco del programma nucleare, di cui si sospetta la natura militare. I binari di azione intrapresi da Washington sono tre: Camera e Senato hanno votato delle risoluzioni che mettono il presidente Obama in condizione di decretare sanzioni bilaterali più rigide di quelle attuali; la Casa Bianca lavora alle preparazione di una bozza di risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu per colpire in particolare l’impero militare ed economico dei Guardiani della Rivoluzione; il Dipartimento di Stato sta conducendo colloqui informali con Paesi partner e alleati per varare sanzioni comuni nel caso in cui la resistenza della Cina, o un cambio di orientamento di Mosca, dovessero impedire al Consiglio di Sicurezza di decidere.

Il Congresso mira alla benzina. A metà dicembre la Camera dei Rappresentanti ha approvato con 412 voti a favore e 12 contrari l’ “Iran Refined Petroleum Sanctions Act of 2009″ presentato da Howard Berman, capo della commissione Esteri, ed a metà gennaio il Senato ha varato per acclamazione la propria versione del testo, denominata “Comprehensive Iran Sanctions, Accountability, and Divestment Act of 2009” su proposta del capo della commissione Finanze, Christopher Dodd. Entrambi i testi, sostenuti dai leader democratici e repubblicani in una rara dimostrazione di convergenza bipartisan, sono confezionati come un’assegnazione di poteri al presidente Barack Obama al fine di avere più strumenti per colpire l’industria energetica della Repubblica islamica, che costituisce il 70 per cento delle entrate nel bilancio di Teheran. In particolare Obama, grazie a queste due leggi, può compiere tre passi. Primo: imporre sanzioni a qualsiasi persona fisica o azienda che investa oltre 20 milioni di dollari per aiutare Teheran a sviluppare le sue risorse energetiche. Secondo:  imporre sanzioni a chiunque aiuta l’Iran a raffinare benzina sul suo territorio o a importare carburanti raffinati dall’estero. Terzo: decretare “sanzioni addizionali” a quelle già vigenti contro il sistema bancario e finanziario iraniano, incluse le “transazioni di proprietà”. Se il Congresso procede in tale direzione è perché identifica nella benzina il tallone d’Achille dell’economia di Teheran: pur essendo un grande produttore di greggio, l’Iran dipende dalle importazioni di benzina e dunque il suo intero sistema di trasporti interni potrebbe collassare in assenza di forniture. A vendere benzina a Teheran sono soprattutto sei grandi gruppi industriali: Vidol (Svizzera), Trafigura (Svizzera-Olanda), Total (Francia), Glancore (Svizzera), Reliance (India) e British Petroleum (Gran Bretagna). Inoltre Teheran sta cercando di finanziare la costruzione di raffinerie con compagnie energetiche in Cina, Venezuela e Emirati. Se Obama decidesse di avvalersi di questi poteri sarebbero tali aziende e Paesi ad essere investiti da sanzioni finanziarie che impedirebbero qualsiasi tipo di transazione attraverso gli Stati Uniti.

La Casa Bianca contro i Pasdaran. Nella West Wing si lavora invece alla bozza di risoluzione Onu da sottoporre al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, forse entro febbraio. L’intento in questo caso è di colpire le Guardie della Rivoluzione islamica ovvero la milizia dei Pasdaran creata da Khomeini, che oggi conta circa 130 mila effettivi ed è stata strasformata da Ali Khamenei nello strumento con cui protegge il programma nuclare, reprime il dissenso, promuove atti di terrorismo all’estero sostenendo gruppi come Hezbollah e Hamas, ed accresce il controllo sullo Stato. Washington ritiene che i Pasdaran costituiscano oramai una sorta di Stato nelle Stato, controllino una rete di aziende e fondazioni con entrare annuali stimate in 12 miliardi di dollari, e gestiscano l’apparato militare e d’intelligence che sostiene la teocrazia. Le sanzioni in preparazione – in stretto raccordo con Londra, Parigi, Berlino ed anche Mosca – puntano dunque a “separare i Pasdaran dall’Iran” al fine di indebolire le fondamenta stesse del programma nucleare.

Il Dipartimento di Stato prepara il piano B. Se qualcosa dovesse andare storto al Consiglio di Sicurezza – per l’opposizione della Cina, un ripensamento della Russia o a causa degli attriti con nazioni alleate come Brasile e Turchia – Hillary Clinton sta preparando per conto di Obama un piano alternativo ovvero la creazione di una coalizione di Paesi determinati a unirsi a Usa, Francia, Gran Bretagna e Germania nell’adottare il piano di sanzioni per colpire i Pasdaran e le importazioni di benzina. Hillary conta di ottenere il sostegno dell’Unione Europea, del Giappone e della Lega Araba per poi iniziare le trattative più difficili con le economie emergenti come India, Brasile, Indonesia, Nigeria e repubbliche dell’Asia Centrale. Ciò che spiega il cauto ottimismo di Washington sulla possibilità di varare le sanzioni in tempi brevi, dentro o fuori l’Onu, è il consenso cementato con la Russia di Dmitry Medvedev, che ha già incassato da Washington la revisione del sistema antimissile del Pentagono. Le feluche di Foggy Bottom ritengono infatti che “se Pechino restera’ isolata evitera’ di porre il veto”. Per far emergere tale pragmatismo cinese, Hillary e’ in visita in Arabia Saudita al fine di spingere Riad ad offrire a Pechino le forniture energetiche che gli potrebbero venire a mancare in caso di sanzioni all’Iran.

Lo scenario militare. Sebbene rimanga sullo sfondo, qualcosa si sta muovendo. Il ministro della Difesa Robert Gates, alleato di Hillary nel promuovere la linea dura con l’Iran, ha deciso di fornire batterie antimissile agli Emirati, di portare a 30 mila unità il personale militare in Arabia Saudita e di posizionare nel Golfo Persico un numero imprecisato di navi Aegis, con a bordo gli intercettori SM-3 che già proteggono Giappone e Corea del Sud dal rischio di attacchi balistici improvvisi della Corea del Nord. Si tratta di difese passive, ma svelano il timore del Pentagono che l’Iran possa rispondere militarmente al varo di drastiche sanzioni internazionali. A tale strategia preventiva appartiene anche l’apertura negoziale di Israele alla Siria di Bashar Assad, nel tentativo di scongiurare il rischio di una guerra regionale se Teheran dovesse spigere Damasco a intervenire. E’ infine interessante notare che nel preambolo della legge sulle sanzioni approvata dal Senato vi sia una lungo riferimento all’opzione militare americana, sottolineando come sia nell’interesse nazionale di tenerla sul tavolo. Non è un mistero che fra i militari sono in molti a ritenere che, se la crisi dovesse precipitare, anziché lasciare a Israele la responsabilità dell’attacco sarebbe preferibile affidarlo alle forze americane.