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Il dossier-Tibet: specchio della Cina che deve cambiare

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I rapporti tra Stati uniti e Cina attraversano una fase di seria difficoltà. La crisi economico-finanziaria sembra aver acuito gli elementi di competizione economica tra i due giganti, dalla mancata rivalutazione dello yuan ai dazi sull’acciaio cinese; poi c’è stato il caso-Google e la nuova vendita di armi americane a Taiwan. In questo clima si inserisce l’incontro fra il Dalai Lama e il presidente Obama, del 18 febbraio. Per comprendere le dinamiche profonde in atto si deve guardare all’evoluzione della Cina come struttura statuale.

Siamo di fronte ad una certezza e un fattore di grande incertezza. La certezza sta nel constatare che il comportamento repressivo e liberticida della Cina nei confronti dei Tibetani non può passare inosservato. In realtà, le pressioni dalla comunità internazionale, fin dalla metà degli anni Ottanta, hanno avuto la tendenza a rafforzare l’intransigenza cinese, rendendo più profondi i timori di Pechino di una perdita della propria sovranità. Anche la proposta tibetana di un’autonomia regionale moderata e rispettosa dell’ordinamento costituzionale, che quindi non intacchi l’integrità territoriale cinese,  non è stata presa in considerazione, e per l’ennesima volta gli incontri ufficiali della settimana scorsa tra rappresentanti del Dalai Lama e governo cinese sono rimasti senza esito. La Cina continua a trattare la politica verso le proprie minoranze etniche esclusivamente come affare interno.

E’ chiaro che i diritti delle minoranze non saranno riconosciuti, e verranno anzi apertamente violati, in un contesto di scarsa tutela dei diritti più generali. E questo è, a tutt’oggi, il caso della Cina. Ciò significa anche che la soluzione di questi problemi dipenderà più dall’evoluzione dei conflitti interni alla società cinese che dall’intervento diretto dell’Occidente, anche se una certa pressione esterna rafforza quanti nel paese chiedono maggiori libertà civili, politiche ed economiche. Non si vedono comunque, a breve termine, prospettive di un vero cambiamento di rotta da parte di Pechino.

Quello che resta invece molto incerto è il complesso rapporto tra liberalizzazione economica e democratizzazione sul piano politico.

La Cina ha stupito per la capacità di guidare una liberalizzazione economica, senza coniugarvi uno sviluppo delle libertà civili e politiche, contraddicendo finora una delle regole auree del costituzionalismo liberale: quella per cui ai diritti di libertà economica corrispondono gli altri diritti fondamentali (come la libertà di associazione e di libera manifestazione del pensiero). Ora, gli eventi recenti hanno convinto Pechino che il proprio sistema politico autoritario consente di meglio fronteggiare la crisi economica globale dei sistemi democratici occidentali. In effetti, ciò è vero solo entro certi limiti: l’integrazione della Cina nel mercato globale è stata indispensabile per la crescita economica, ed è quindi diventata essa stessa una fonte essenziale di legittimità interna per il regime. Ma l’integrazione internazionale, a sua volta, obbliga il governo a un processo di decentramento e razionalizzazione, come anche ad una progressiva costituzionalizzazione della vita politica in Cina. Dunque, si sta  gradualmente sviluppando una forma di rule of law al fianco, se non ancora in sostituzione, dell’attuale prassi di rule by law.

Questa evoluzione si accompagna al regionalismo economico, promosso fin dall’avvio della modernizzazione di Deng Xiaping nel 1979. La creazione delle “zone economiche speciali” – le province di Guandong e Fujian (istitutite nel 1981), la provincia di Hainan (1988), le città di Shenzen (1992), Xiamen (1994) e Zhuahai (1996) – contiene in nuce la possibilità di un “regionalismo asimmetrico”, cioè la formula che meglio si adatta ad un paese immenso e diversificato come la Cina.

Le zone economiche speciali si aggiungono infatti al sistema di governo locale fondato su diverse aree amministrative che è previsto dalla Costituzione del 1982. In Cina vige oggi una pluralità di regimi speciali che hanno assecondato e sostenuto lo sviluppo dell’economia negli ultimi decenni.

Non si può pretendere che il paese più popoloso del mondo abbia vari livelli territoriali gestiti dalle stesse norme. Una dose di autonomia provinciale è necessaria. Alcuni osservatori hanno interpretato la scelta delle “zone economiche speciali” in una logica competitiva e anti-burocratica, e dunque come un modello di “federalismo a tutela del mercato”. Chiaramente, ogni modello di decentramento viene invece presentato da Pechino in termini di rafforzamento della stato-nazione unitario, ma sotto la superficie l’ossatura dello Stato risponde ormai alle dinamiche del mercato internazionale. La tensione esistente tra le due logiche – quella della dispersione del potere (in termini sociali e geografici) ad opera del mercato, e quella del decentramento politicamente controllato di alcune competenze amministrative, è lo spartito fondamentale alla base dello sviluppo istituzionale della Cina contemporanea.

Nell’ambito di questi processi diventa allora decisivo per il futuro del paese che le aree abitate da minoranze nazionali (Tibet, Xinjiang, Mongolia interna, Guangxi, Ningxia) abbiano statuti di vera autonomia, simili ad esempio a quelli di Hong Kong e Macao – cioè bel oltre l’autonomia solo apparente concessa loro dagli attuali ordinamenti regionali.

La Cina si trova ormai a dover gestire differenti situazioni economiche con appropriate politiche regionali proprio per evitare la disintegrazione politica del paese, o quanto meno non andare incontro a intense e ricorrenti crisi locali.  Altrimenti, frammentazione economica e autoritarismo politico potrebbero intrecciarsi in modo perverso e distruttivo.

In questo quadro si inserisce la visita del Dalai Lama negli Stati Uniti e l’incontro con il Presidente Obama. Al di là di ogni possibile cautela diplomatica, quell’incontro segnerà un ulteriore passaggio cruciale nella rappresentazione della questione tibetana. Nel complesso, le molte interdipendenze di un mondo globalizzato, e la conseguente necessità di una stabilizzazione dei rapporti internazionali, potrebbero comunque avere la meglio sulle ragioni di incomprensione o di scontro.