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Le nuove proteste in Egitto, due anni dopo Mubarak

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Esattamente due anni dopo lo scoppio della rivoluzione che ha portato alla caduta di Hosni Mubarak, una nuova fiammata di violenza sta travolgendo l’Egitto. Questa volta, gli scontri più sanguinosi si sono registrati a Suez e a Port Said dove, il 25 e il 26 gennaio, sono morte rispettivamente 10 e 26 persone. Tensione alta anche al Cairo, dove l’opposizione ha organizzato una serie di proteste di strada contro il governo e la presidenza islamista di Mohamed Morsi. La piazza simbolo della rivoluzione, Tahrir, è stata lasciata in mano a un’opposizione che ha mostrato la sua forza. Mentre i manifestanti hanno scandito gli stessi slogan che ripetono da 24 mesi chiedendo “pane, libertà e giustizia sociale” e accusando la Fratellanza musulmana di aver rubato la rivoluzione ai suoi veri protagonisti, Morsi ha parlato di controrivoluzione, descrivendo gli organizzatori delle marce come sabotatori e alleati del vecchio regime.

A esasperare una situazione già tesa è stato, negli ultimi giorni, il verdetto pronunciato il 26 gennaio da una corte del Cairo, con il quale sono stati condannati a morte 21 imputati per la morte (avvenuta il 2 febbraio 2012 a Port Said) di 72 ùltras della squadra di calcio cairota Al-Alhly, aggrediti nello stadio dalla tifoseria locale di Al-Masry. Anche se le dinamiche dell’evento non sono tuttora certe, la strage di Port Said sembrò una trappola perfettamente organizzata da chi aveva interessi a fermare gli Ahlwy, gli ùltras della squadra che, assieme ai fan dell’altra squadra della capitale, Zamalek, avevano giocato un ruolo chiave nelle manifestazioni contro Hosni Mubarak. Il 26 gennaio la notizia della sentenza (seppur non definitiva) del tribunale del Cairo è bastata per fare gioire le famiglie delle vittime e scatenare così la rabbia degli abitanti di Port Said, che hanno preso d’assalto il carcere locale per liberare i detenuti. A quel punto, gli scontri con le forze dell’ordine hanno causato i 26 morti.

Dopo aver rivolto le condoglianze alle famiglie delle vittime attraverso i social network, in un discorso trasmesso dalla televisione di Stato il giorno successivo agli scontri, Morsi ha dichiarato lo stato d’emergenza e ha imposto il coprifuoco per 30 giorni nelle città di Port Said, Suez e Ismailia. Il presidente ha poi invitato tutti i leader politici al dialogo. A rispondere positivamente a questo appello sono stati non solo il partito della Fratellanza musulmana, ma anche i salafiti di Al-Nour – cioè gli islamisti su posizioni più radicali rappresentati dal giovane Nader Bakkar – e il braccio politico di Al-Gamaa Al-Islamiya.

Diversa la risposta dell’opposizione su posizioni laiche, che ha posto tre condizioni al dialogo. A parlare a nome del Fronte Nazionale di Salvezza (FNS), il cartello di partiti su posizioni più laiche nato durante la stesura della nuova Costituzione, è stato Mohammed El Baradei, ex segretario generale dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica e membro dell’opposizione sin dai tempi di Mubarak: “Il presidente si assuma le responsabilità dei sanguinosi incidenti, si impegni a formare un governo di unità nazionale e un comitato equilibrato per la prevista modifica della Costituzione. Altrimenti il dialogo sarà tempo perso”. La sera del 26 gennaio il FNS, che ha tra i suoi membri anche Amr Moussa – ex segretario generale della Lega Araba – e Hamdin Sabbahi – vera sorpresa delle scorse presidenziali – aveva già presentato a Morsi una lista di cinque richieste per contenere le proteste. Al di là dei punti menzionati da El Baradei vi è l’invito a rispettare maggiormente la legge, facendola diventare un reale strumento di controllo di potere. Oltre a ignorare queste richieste, il 28 gennaio il presidente Morsi ha portato davanti alla Camera Alta del Parlamento la proposta, poi approvata, di dare all’esercito il potere di arrestare i civili in caso di minacce all’ordine pubblico.

Il movimento guidato da El Baradei ha quindi rinunciato a ogni negoziato diretto. Non tutta l’opposizione ha però optato per il boicottaggio. Il “terzo fronte”, composto da islamisti più moderati separatisi dalla Fratellanza (tra cui spicca il partito di Abdel Moneim Aboul Fothou) ha in effetti partecipato a un incontro con il governo.

Anche se la Casa Bianca ha parlato di una crisi “facilmente contenibile”, le proteste continuano a fare aumentare il numero dei morti (salito a 55 il 28 gennaio). A condannare l’eccessivo ricorso alla “violenza letale” di cui si sta servendo il governo egiziano è, tra gli altri, Amnesty International che ha parlato di un “uso arbitrario ed eccessivo della forza” da parte della polizia. Le prime ad essere preoccupate da questi ultimi eventi sono le donne, vittime di nuovi atti di violenza sessuale compiuti attorno a Piazza Tahrir.

“La variabile che ha cambiato i giochi e che ha reso possibile quella che il mondo ha chiamato primavera araba è stata la speranza”, ha scritto il 25 gennaio sul quotidiano libanese Al-Akbar Sarah El Sirgany, giornalista e attivista egiziana. La speranza che aveva portato milioni di persone a credere in un Egitto nuovo è stata affievolita da una politica “di cambiamenti superficiali che non hanno trasformato un sistema corrotto”, ha concluso El-Sirgany, invitando il suo popolo a non perdere la speranza e a continuare la loro lotta.

La prossima tappa politica di questa battaglia è alle porte. Ad aprile dovrebbero tenersi le votazioni parlamentari. Già il 12 gennaio scorso il FNS ha presentato una lista di 11 richieste da soddisfare per garantire elezioni trasparenti. Qualora queste non venissero rispettate, il movimento guidato da El Baradei è pronto a boicottare le urne. Un parziale segnale positivo è arrivato con l’annuncio di Morsi che sarà effettivamente creata una commissione che lavorerà per emendare alcuni articoli della costituzione: il braccio di ferro continua.