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I dilemmi di Teheran tra elezioni presidenziali e nucleare

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A cinque mesi dalle prossime presidenziali iraniane, le prime dopo le controverse elezioni del 2009 che segnarono l’origine del Movimento Verde e dellecontestazioni contro il regime, l’atmosfera politica è già surriscaldata. Sebbene sia ancora prematuro cercare di individuare i possibili candidati alla presidenza, poiché un vaglio delle candidature da parte del Consiglio dei Guardiani avverrà in aprile, le divisioni interne al regime si stanno accentuando. Nuove alleanze e schieramenti si stanno delineando in vista delle elezioni che segneranno la fine dell’era Ahmadinejad. La polemica dei giorni scorsi tra il parlamento (Majlis) ed il governatore della Banca Centrale iraniana, Mahmoud Bahmani, sulle scelte di politica monetaria della Banca, rientra in questo clima acceso di confronto anche esplicito tra le istituzioni del paese. L’accusa rivolta a Bahmani di aver mal gestito la crisi valutaria, iniziata nel settembre scorso, rappresenta un attacco indiretto nei confronti di Ahmadinejad e della sua politica economica, visto che era stato proprio l’attuale presidente iraniano a nominare il governatore della Banca Centrale nel 2008.

Ahmadinejad, che fino al 2011 era stato il protegé del Leader supremo, Ali Khamenei, rappresenta oggi agli occhi del regime parte integrante del gruppo “sedizionista”, termine usato fin dall’estate del 2009 proprio per definire il Movimento Verde. Allora, criticando la correttezza delle votazioni e degli scrutini, quel movimento mise in discussione la legittimità della leadership – a cominciare dal presidente tuttora in carica.

Nelle scorse settimane, vari esponenti politici riformisti e moderati, tra cui l’ex presidente Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, hanno sottolineato la necessità di elezioni libere, trasparenti e corrette, affinché il governo sia legittimo e il paese riesca a realizzare riforme sostanziali. A quasi due anni dall’arresto domiciliare dei riformisti Mir-Hossein Mousavi e Mehdi Karoubi, il gruppo dell’opposizione moderata non è però riuscito a ricompattarsi e adottare una strategia politica vincente. I riformisti sembrano essere al momento divisi in due sottogruppi: uno comprende figure di spicco, tra cui l’ex presidente Mohammad Khatami, Seyyed Hasan Khomeini (nipote dell’Ayatollah Khomeini), e l’ex capo negoziatore nucleare Hasan Rowhani; dell’altro fanno invece parte figure minori, tra cui il segretario del partito Mardom Salari, Mostafa Kavakebian, e il vice presidente nel governo Khatami, Mohammad Reza Aref. Le chances che i riformisti riescano a presentare candidati in grado di superare il veto del Consiglio dei Guardiani sono scarse.

Tale divisione alimenta i dubbi dell’opposizione sull’opportunità di partecipare o meno alle elezioni di giugno, valutando di invitare al boicottaggio per screditare la legittimità delle elezioni. Il timore che i candidati non allineati al Leader supremo vengano esclusi dalla corsa elettorale, rafforzato dall’ondata di repressione che negli ultimi giorni ha colpito i giornalisti di quotidiani riformisti (tra cui Etemaad e Shargh), ha portato tuttavia i riformisti ad appellarsi al Consiglio dei Guardiani affinché si faccia garante di un voto libero.

Khamenei, insieme al presidente del Consiglio dei Guardiani Ahmad Jannati e altri esponenti conservatori, hanno ammonito coloro che invocano “elezioni libere” a non alimentare disordine nel paese o aumentare il grado di faziosità – definendo appunto “libere” tutte le elezioni tenutesi sin dal 1979.

Nonostante la reazione del regime, le autorità iraniane si trovano di fronte ad un dilemma strutturale nella gestione delle elezioni presidenziali. Da una parte, infatti, è chiara la volontà di prevenire dimostrazioni di massa e contestazioni popolari come quelle verificatesi quattro anni fa. Dall’altra, il regime avrà bisogno di un’alta partecipazione elettorale, per dimostrare sia internamente che sul piano internazionale la propria legittimità – ma ciò che potrà verificarsi solo se la rosa di candidati includerà figure provenienti da un variegato spettro politico. La difficile coesistenza delle due esigenze è trapelata la settimana scorsa nell’appello del vice ministro della Difesa, Naser Dehghan, il quale invocava un’atmosfera politica calma ed un’alta partecipazione elettorale. Ancor più significativo in questo senso è l’invito del portavoce del Majlis Ali Larijani nei confronti dei leader riformisti Karrubi e Mousavi, sollecitati a riconoscere i propri errori per poter tornare in politica.

Le elezioni di giugno sembrano dunque destare forti timori nell’élite iraniana. Ciò potrebbe di fatto diminuire le probabilità di un imminente accordo sulla questione nucleare, confermando tutte la riluttanza a tornare al tavolo negoziale con il P5+1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – USA, Russia, Francia, Inghilterra e Cina – più la Germania), a quasi sette mesi dall’ultimo incontro. Teheran, che subito dopo la rielezione di Obama nel novembre scorso sembrava incline alla ripresa immediata dei negoziati, sembra ora esitare: la data del 28-29 gennaio proposta dai P5+1 non è stata approvata dalla Repubblica Islamica che ha invece presentato nuove precondizioni sulle modalità e la sostanza dei colloqui.

Se fino al 22 gennaio si poteva pensare che l’attendismo iraniano fosse almeno in parte motivato dalle elezioni in Israele, la scarsa attenzione rivolta al loro esito (in forte contrasto con quanto avvenuto per le elezioni americane) sembra smentire questa ipotesi. Come riassunto dal quotidiano Hamshari nei giorni precedenti alle elezioni, per la leadership iraniana Netanyahu è riuscito ad allineare la visione di tutti i partiti alla propria convinzione che l’Iran rappresenta una minaccia per Israele, di fatto rendendo irrilevante l’impatto della nuova coalizione di governo da costituire a Gerusalemme sulla strategia adottata nei confronti di Teheran.

Rimane comunque centrale per il governo iraniano un obiettivo ormai consolidato da tempo: presentarsi al tavolo negoziale solo a fronte di nuovi incentivi da parte occidentale, in particolare la sospensione di alcune delle sanzioni in cambio di concessioni iraniane. Per ora, invece, il gruppo P5+1 non sembra intenzionato a rivedere le sanzioni più dure, cioè quelle inerenti ai settori energetico e finanziario.

L’improbabilità che l’Iran accetti tale pacchetto, che non offre risposte allequestioni di maggiore preoccupazione strategica ed economica per il paese, spiega il dilemma iraniano sulla strategia da intraprendere nel quadro delle negoziazioni sul nucleare. La leadership iraniana vuole evitare di essere considerata responsabile di un ulteriore fallimento dei negoziati, ma allo stesso tempo non vuole dare credito alla retorica americana che giustifica la validità della strategia delle sanzioni. Nonostante l’evidente impatto che le sanzioni stanno avendo sull’economia iraniana, Teheran preferisce rimandare un nuovo summit con il gruppo P5+1 pur di evitare che Washington arrivi al tavolo negoziale con la percezione di una posizione di forza.

La sensazione all’indomani delle elezioni americane era che una finestra di opportunità si fosse aperta sulle prospettive di far ripartire i negoziati e raggiungere un – seppur parziale – accordo tra le parti; ma l’avvicinarsi delle elezioni iraniane e la conseguente decisione del regime di dare priorità alla stabilità interna sembra chiudere questa possibilità.