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La proliferazione nucleare in Medio Oriente: verso un nuovo quadro strategico?

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L’attenzione mediatica occidentale è concentrata sul programma nucleare iraniano, ma sono in effetti le dinamiche di proliferazione non-convenzionale nell’intera regione che determineranno i futuri equilibri geopolitici mediorientali.

Il modesto interesse che suscita la dimensione regionale rispetto alle politiche di proliferazione è  legato da un lato alla rinuncia da parte della Libia al programma non-convenzionale nel 2003, dall’altro alla continua presenza americana nella gestione della sicurezza di Baghdad sempre a partire dal 2003. Per decenni, a Washington si è guardato appunto a Tripoli e Baghdad come fattori di instabilità regionale, ma oggi il problema si ripropone in termini diversi.

I programmi nucleari in Medio Oriente poggiano oggi su due motivazioni: la deterrenza, e la produzione di energia per scopi civili (che risponderebbe a una necessità di diversi paesi dell’area e del Maghreb).

In Israele, il dibattito sull’effettiva capacità di deterrenza del nucleare ha assunto grande visibilità pubblica in corrispondenza dei negoziati con l’Iran, ma era già in corso da anni all’interno delle forze armate (IDF). Alcune voci autorevoli – come il presidente israeliano Shimon Peres, Shai Feldman, (ex consigliere del segretario generale ONU sul disarmo, Zaki Shalom (esperto dell’Istituto Nazionale di Studi Strategici israeliano) – pensano che il possesso dell’atomica conferisca a Israele una superiorità strategica indiscussa e garantisca al paese immediata capacità di rappresaglia. Ciò avrebbe un ruolo cruciale non soltanto nella sicurezza del paese ma contribuirebbe positivamente alla stabilità della regione. Altri – come Ehud Ya’ari (noto corrispondente per vari quotidiani internazionali), Amir Oren, (esperto di affari militari del quotidiano Ha’aretz) e Ze’ev Maoz (Herzliya Interdisciplinary Centre) – ritengono che la capacità di rappresaglia non conti nulla per un paese geograficamente piccolo come Israele, che verrebbe completamente distrutto in caso di un attacco nucleare. Inoltre, secondo questa visione è inevitabile nel lungo periodo che altri stati della regione acquisiscano armi nucleari, annullando il vantaggio strategico di Israele e aumentando le probabilità di una corsa agli armamenti generalizzata. 

Il nucleare è un vecchio sogno per le grandi e medie potenze regionali del Medio Oriente. Già negli anni Sessanta alcuni paesi dell’area esplorarono le possibilità loro aperte in questo senso: ai programmi di arricchimento dell’uranio vennero destinate grandi risorse da Egitto, Iraq, Libia e Iran (ai tempi dello Shah). Questi programmi ebbero inizio nonostante molti di questi paesi fossero produttori di petrolio e non ne avessero certo immediata necessità di perseguire il nucleare dal punto di vista energetico. Sia nel caso dell’Iran che di Israele, le ragioni stavano soprattutto nella ricerca di una risposta alla percezione di una forte instabilità regionale, mentre sembrano essere stati secondari gli obiettivi di sviluppo tecnologico. Nel caso specifico di Israele, la decisione di dotarsi dell’atomica fu dettata anche dall’impossibilità di ottenere una garanzia internazionale della propria sicurezza “esistenziale” o di stringere un patto di difesa militare con qualsiasi altro paese, inclusi gli Stati Uniti.

Dal 1965 – data del completamento del rettore nucleare a Dimona, nel deserto del Negev – Israele è il l’unico stato nucleare della regione, sebbene i suoi governi abbiano sempre sostenuto ufficialmente di avere il know-how, ma non (necessariamente) la bomba. La principale preoccupazione israeliana che altri attori dell’area potessero emulare quell’esempio è stata rappresentata dall’Iraq – il cui reattore di Osirak fu bombardato proprio dagli israeliani nel 1981 – poi dalla Libia e, infine, dall’Iran. Tel Aviv ha usato una forma di “diplomazia coercitiva” per spingere Teheran ad abbandonare il programma nucleare, ma anche assassinii mirati di scienziati iraniani e attacchi cibernetici ai sistemi informatici del paese. Ad oggi, né il governo né il comando militare israeliano escludono opzioni più drastiche, come raid militari sui reattori per posticipare il conseguimento dell’atomica da parte di Tehran anche solo di qualche anno.

La questione iraniana ha però anche altre ricadute strategiche: essa preoccupa infatti l’Arabia Saudita e i paesi del Golfo tanto quanto Israele. Si iscrive in questa logica l’annuncio del governo saudita della volontà di avviare un proprio programma nucleare in collaborazione, almeno parziale, con l’AIEA. Il programma dovrebbe avere un carattere nazionale in una prima fase e poi trasformarsi in chiave confederale, qualora l’unione che è stata proposta con gli Emirati arabi del Golfo, il Qatar e il Bahrein vedesse la luce. A questo proposito, il principe saudita Turki al-Faisal ha ribadito la sua determinazione nell’avviare un programma di riarmo nucleare – con l’aiuto del Pakistan – non appena l’Iran dovesse oltrepassare la soglia nucleare. L’obiettivo saudita sarebbe quello di rafforzare il “polo sannita” del Golfo, in competizione con Teheran, e questo è uno sviluppo di cui potrebbe beneficiare anche Israele. Le relazioni tra Tel Aviv e Riyād, infatti, nonostante l’assenza di canali diplomatici ufficiali, sono ufficiosamente attive, tanto che il ministro della Difesa Ehud Barak (almeno secondo il quotidiano Ha’aretz) avrebbe incontrato esponenti del governo saudita per discutere la questione iraniana già dal 2010.

L’Arabia Saudita giustifica ufficialmente la logica di un eventuale programma nucleare adducendo motivi energetici: la domanda energetica continua ad aumentare e il consumo domestico di gas e petrolio (tre milioni di barili al giorno, un quarto della sua produzione totale) nel lungo termine potrebbe intaccare buona parte delle sue riserve. I negoziati sulla vendita di tecnologia nucleare tra Islamabad e Riyād sono in corso, e nel 2020 potrebbe essere aperto il primo impianto saudita.

Nonostante l’Arabia saudita abbia annunciato intenzioni molto simili a quelle del vicino Iran, la notizia non è stata accolta con la stessa preoccupazione. Resta  da vedere se gli Stati Uniti aiuteranno o meno il programma nucleare saudita a decollare: mentre l’atteggiamento di Washington è chiaramente diverso rispetto alle ambizioni nucleari iraniane, esiste comunque una concreta preoccupazione per la proliferazione regionale e l’utilizzo degli impianti civili a scopi dual use.

Si apre a questo proposito la questione del carattere permanente del Trattato di non-Proliferazione, rinnovato ed esteso nel 1995, che si pone tra l’altro l’obiettivo di un “Medio Oriente libero dalle armi di distruzione di massa”. Una conferenza regionale su questo ambizioso traguardo dovrebbe tenersi il prossimo dicembre, ma per ottenere qualche risultato sostanziale sarebbe decisiva la partecipazione sia di Israele che dell’Iran.

Nel frattempo, vari paesi si stanno affrettando ad offrire all’Arabia Saudita i loro servizi, siglando con Riyād accordi di cooperazione nucleare: tra questi la Francia, la Cina e la Federazione Russa, ma anche la Corea del Sud e l’Argentina. In cambio del trasferimento tecnologico nucleare, questi i paesi puntano ad ottenere rifornimenti petroliferi a prezzi agevolati. Per gli Stati Uniti, tuttora il maggiore garante della stabilità dalla regione, si intrecciano dunque sfide economiche e di sicurezza, in un quadro in cui la richiesta di collaborazione in campo nucleare civile potrebbe presto crescere anche a seguito delle transizioni politiche in alcuni paesi. I fabbisogni energetici aumentano oggettivamente, e i governi devono preoccuparsi di garantire le basi per lo sviluppo economico di popolazione giovani e assai più politicamente attive che nel recente passato. Alla luce di questi cambiamenti in corso, un’intera architettura di sicurezza dovrà presto essere ripensata.