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La Grecia e il senso politico dell’Europa

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Il voto greco del 17 giugno rappresenta, insieme alla crisi finanziaria spagnola, uno degli episodi chiave della caldissima primavera politica europea. La possibilità che l’eurozona perda uno dei suoi membri è sempre più concreta, sia per il precipitare della crisi economica interna alla Grecia, sia per la possibile vittoria di forze politiche contrarie al rispetto rigoroso del programma di tagli e riforme accettato dal precedente governo. Tuttavia, la vittoria di François Hollande alle presidenziali francesi apre la strada a un nuovo, strettissimo, sentiero negoziale.

I cittadini greci tornano al voto dopo le consultazioni del 6 maggio – storiche per la dimensione della sconfitta dei due partiti principali e per l’imporsi di nuove forze politiche, da destra e da sinistra. C’è ora la concreta possibilità che la coalizione che emergerà dalla nuova tornata elettorale, qualunque sia la sua conformazione e il suo colore, si trovi di fatto costretta a rivedere i termini degli accordi presi con Bruxelles, per il continuo peggioramento della situazione economica continentale.

Come reagirebbe in questo caso Bruxelles? La Commissione Europea, priva di impulso politico, continua a ribadire ufficialmente che non c’è spazio per nessun negoziato, qualunque sia il risultato elettorale. È un’opinione condivisa dal fronte dei paesi che fanno capo a Berlino: negli ultimi mesi, l’idea che un’uscita della Grecia dalla moneta unica sia necessaria e in fin dei conti benefica per tutta l’eurozona è stata considerata sempre meno ipoteticamente dai rappresentanti ufficiali dei membri “virtuosi” dell’Unione Europea. Se il direttorio Merkel-Sarkozy, capace fino a ieri di imporre i propri programmi di austerità ai paesi più indebitati, fosse ancora in piedi, la linea dell’intransigenza sarebbe con tutta probabilità mantenuta e il nuovo governo greco avrebbe solo due opzioni: mantenere i patti o abbandonare il club dell’euro.

L’arrivo di François Hollande all’Eliseo cambia invece le carte in tavola. Il nuovo presidente francese ha ripetuto fino alla nausea che i patti di bilancio vanno “rinegoziati”, e ciò soprattutto pensando proprio al suo paese. La Francia affronta infatti una prospettiva economica ben più critica di quella dei partner centroeuropei; avrebbe perciò molto da guadagnare da un ammorbidimento dei parametri appena stabiliti, mentre difficilmente potrebbe sfuggire alle conseguenze negative della fine della permanenza greca nell’euro.

Non è allora detto che la linea del rigore nelle prossime settimane si imponga nella sua versione più oltranzista. Anche gli auspici e le pressioni che da mesi arrivano da oltreoceano perché l’Europa cambi rotta potrebbero trovare una sponda nella Francia di Hollande in occasione del G7 straordinario dell’economia, evento che prepara il vertice del G20 da tenersi in Messico a partire dal giorno successivo alle elezioni greche. Barack Obama teme gli effetti nefasti che una spaccatura dell’eurozona e una nuova crisi di liquidità bancaria avrebbero sulle prospettive di ripresa americane – e sulle proprie probabilità di rielezione – ed è determinato ad ottenere un cambiamento della strategia comunitaria.

Non va dimenticato che lo scenario più probabile in caso di un’uscita della Grecia è una rottura dell’euro in due tronconi: pochi infatti credono che la crisi finanziaria europea si risolva con il semplice “taglio” del paese ellenico. La Grecia – ora sull’orlo del baratro – subisce da oltre due anni le cure ispirate da Bruxelles e Francoforte, e le ricette da applicare agli altri paesi economicamente più esposti sono ovviamente molto simili; è chiaro inoltre che in quei paesi potrebbero ripetersi analoghe dinamiche sociali, inclusa la crescita di partiti politici antieuropei se non apertamente antidemocratici.

Il cambiamento dello scenario politico europeo esige quindi, più che mai, l’emergere di una leadership collettiva che tenga conto con piena lucidità di due fattori decisivi: i pochi risultati positivi già ottenuti (come la quasi unanimità raggiunta attorno al Fiscal Compact), e gli spaventosi dati di una situazione economica da affrontare, per forza di cose, con mezzi diversi da quelli utilizzati finora.

Se i membri dell’UE vogliono dimostrare che la loro unione ha un senso politico e un futuro, è il momento giusto (e forse l’ultima occasione) per elaborare nuove strategie e nuovi strumenti di intervento.