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La Libia tra risorse energetiche e transizione democratica bloccata

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Condizionata da una cronica fragilità istituzionale, dalla frammentazione e moltiplicazione dei nuclei di potere e dall’incapacità della classe politica di restituire governabilità al Paese, la Libia assiste al naufragio del proprio processo di transizione verso un regime democratico. Ostaggio delle richieste di leader tribali e miliziani radicati nelle varie province, il Consiglio dei Ministri non ha la forza necessaria a sbloccare l’impasse del Paese; i membri del Congresso Nazionale, frequentemente collusi con gli stessi poteri esterni che li tengono sotto assedio, rimangono immobili di fronte al collasso delle istituzioni nazionali e della società libica.

Eppure, solo un anno fa le grandi riserve economiche accumulate dalla Libia in decenni di produzione ed esportazione di idrocarburi sembravano sufficienti a garantire al Paese una solida base per la ricostruzione. Il problema è che il prolungato blocco di impianti estrattivi e terminal d’esportazione sta minando la solidità dell’economia libica. Resta così poca traccia dell’ottimismo diffuso nel luglio 2012, quando il successo della prima tornata elettorale dell’epoca post-Gheddafi e la graduale ripresa della produzione petrolifera stimolarono la risalita del PIL, cresciuto del 95% nel corso dell’anno. La riattivazione dei siti estrattivi portò una ripresa della regolare produzione di petrolio, che nel giugno 2013 tornò a raggiungere il milione e 400mila barili di petrolio al giorno. Ambiziosi progetti di investimento tesi ad affrancare il settore privato dal pervasivo controllo degli apparati statali, e a importare in Libia know-how e tecnologie utili al rilancio industriale, vennero presto però accantonati, man mano che l’instabilità nel Paese andava a condizionare la libertà d’azione del governo.

Il fallimento dell’esperienza di governo di Ali Zeidan, l’ex-premier che sin dai giorni dell’elezione del 2012 pose al centro della sua agenda la necessità di sviluppare l’industria interna e diversificare l’economia, è stato rivelatore: ha dimostrato come l’assenza di un’autorità centrale forte e la persistenza di interessi privati siano destinate a neutralizzare i tentativi di riformare il sistema economico del Paese. Il settore degli idrocarburi fornisce il 95% degli introiti governativi, il 96% degli export e costituisce il 65% del PIL (tale dato giustifica in ampia parte il calo della crescita del PIL libico, destinato a esser ben inferiore all’iniziale previsione dell’8,1% per l’anno 2014, e certamente al +15% del 2013). La drastica riduzione degli introiti sta avendo un forte impatto sulle casse statali: il 63% del PIL libico copre i costi della spesa pubblica, sensibilmente aumentata in seguito al 2011 per sostenere la ricostruzione del Paese, pagare gli stipendi delle milizie statalizzate e il pesante sistema di sussidi sui prezzi dei beni di prima necessità.

Approfittando della debolezza delle autorità, nel corso del 2013 gruppi di operai e guardie degli impianti hanno iniziato a bloccare con crescente frequenza i principali siti estrattivi libici, cercando di ottenere maggiori concessioni salariali. Nel giro di alcuni mesi, il blocco degli impianti di estrazione, delle raffinerie e dei maggiori porti è divenuto una delle principali armi usate da clan in conflitto, milizie e movimenti federalisti per portare avanti le proprie rivendicazioni contro l’autorità centrale, nella certezza che le disunite forze armate non avrebbero avuto la capacità di contrastare le loro azioni tramite un intervento militare.

Nel Sud-Ovest della Libia, non distante dai confini con Algeria e Niger, tre dei principali siti estrattivi del Paese hanno subito una serie di blocchi nel corso degli ultimi mesi: gli impianti di Wafa, El-Feel – meglio noto come Elephant – e di El-Sharara, nell’area di Murzuq e di Sebha, valgono a pieno regime una produzione petrolifera superiore ai 400mila barili al giorno. Se i primi due impianti sembrano aver ripreso nelle ultime settimane la regolare produzione, il campo di El-Sharara – il maggiore dei tre – è ancora parzialmente chiuso in quanto le brigate non hanno ancora riaperto le valvole che immettono il petrolio nelle pipeline. Nelle vaste aree desertiche vicino Murzuq sono attive numerose brigate composte da combattenti Tubu e Amazigh, etnie che a seguito della caduta del regime di Gheddafi hanno assunto incarichi di controllo dei confini e dei siti estrattivi. Per i Tubu e gli Amazigh, il blocco degli impianti petroliferi nella regione del Fezzan rappresenta un’importante arma negoziale nei confronti di un’autorità centrale sentita come ostile alle proprie rivendicazioni.

Su uno sfondo così fluido, tale situazione lede direttamente gli interessi dell’Eni, che controlla il giacimento di El-Feel assieme alla compagnia nazionale libica National Oil Corporation. L’Eni è attiva anche nel giacimento di Mellitah, dove la produzione è stata a più riprese bloccata nell’arco degli ultimi mesi da membri della milizia di Zintan, provenienti dall’omonima cittadina a sud-ovest di Tripoli, che richiedono maggior riconoscimento per la lotta portata avanti contro Gheddafi.

Nella Cirenaica meridionale, il giacimento di Sarir, il più grande dell’intera Libia, è stato bloccato a inizio anno da scontri tra combattenti Tubu e membri della tribù araba Zwai, in conflitto per la gestione della sicurezza nell’impianto.

In tutta la Cirenaica, regione dove è concentrata ampia parte dei giacimenti petroliferi della Libia, la crisi interna ha prodotto lo sfibramento dei già fragili legami che uniscono Benghazi a Tripoli, creando spazio per l’esplosione di nuove tensioni legate alla ridistribuzione dei proventi dell’estrazione di gas e petrolio. Nello scorso novembre, Ibrahim Jadhran, il comandante delle Petroleum Facilities Guards – una milizia di quasi 20mila uomini che avrebbe dovuto agire a protezione degli impianti energetici del Paese – ha annunciato la formazione di una compagnia petrolifera indipendente in Cirenaica, guidata dall’autoproclamato governo autonomo regionale di Barqa (antico nome della Cirenaica). L’ambizione dei ribelli federalisti è quella di difendere gli interessi degli abitanti dell’Est libico, danneggiati dal governo tripolino, bollato come negligente e corrotto. Nonostante i ripetuti moniti provenienti da Tripoli, le armate di Jadhran hanno mantenuto il blocco petrolifero nei porti di Ras Lanuf ed Es Sider, da cui a pieno regime passano in media 560mila bpd: un’attività di esportazione autonoma avviata nel marzo scorso ha portato alla crisi di governo cui è seguita la caduta del premier Ali Zeidan. A inizio aprile, è stata diffusa notizia riguardante il raggiungimento di un accordo tra ribelli e autorità centrali, ma la regolare esportazione non è ancora ripresa (solo i terminal minori di Hariga e Zueitina sono stati sbloccati).

La permanenza di tensioni tra i gruppi ribelli e le istituzioni libiche è destinata con ogni probabilità a protrarre l’attuale situazione di stallo, aggravata dalla possibilità dell’apertura di un fronte di conflitto tra le armate del generale ribelle Khalifa Hifter e i gruppi miliziani islamisti. In assenza di una stabilizzazione della situazione interna e di una ripresa della regolare produzione, la Libia dovrà continuare ad attingere alle proprie riserve internazionali (accumulati negli anni passati) per sostenere le finanze statali. Se la liquidità di cui dispone consentirà al Paese di contenere i rischi di un collasso economico nel breve termine, è tuttavia importante per il governo libico che verrà eletto nel prossimo giugno individuare un piano di riforme utili a rilanciare e riformare il sistema economico, stimolando la nascita di un settore privato autonomo e dando vita a una funzionante economia di mercato. Tali riforme, a loro volta, non potranno però prescindere da un consolidamento della sicurezza nel Paese e da un rafforzamento dell’autorità delle istituzioni preposte al controllo del territorio: è la loro debolezza e frammentazione a costituire oggi uno dei più grandi ostacoli alla ripresa della Libia.