international analysis and commentary

La Cina senza l’Occidente

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Dopo oltre trent’anni dall’avvio della grande modernizzazione lanciata da Deng l’Occidente non ha ancora né pensato, né individuato una strategia coerente nei riguardi della Cina. È venuto a mancare, nei riguardi di quest’ultima, quel ‘Compact Occidente’ che si era affermato e consolidato nella lunga competizione con il comunismo sovietico e che, in forme diverse, è sopravvissuto nel rapporto con la Russia post-sovietica, non più nemica ma nemmeno occidentale. Nei confronti dell’URSS l’Occidente si era dato una strategia ben precisa, il contenimento, con la NATO come suo braccio operativo. La NATO continua in fondo a rappresentare l’Occidente nel rapporto con la Russia attuale, basato sull’engagement di cui è espressione il Consiglio NATO-Russia. Nulla di tutto ciò con la Cina: nel sempre più angusto spazio occidentale si affollano, senza alcun ordine logico, il G2 ‘de facto’ Stati Uniti-Cina, il timido rapporto UE-Cina, i partenariati bilaterali dei principali paesi occidentali. Manca un vero dialogo strategico transatlantico sulla Cina. Quali le ragioni di quest’assenza dell’Occidente?

La Cina, a differenza dell’URSS, non è un nemico politico-ideologico. Non ha progetti ‘internazionalisti’ di esportazione ideologica, è una potenza ‘in ascesa pacifica’, pragmatica, che ha abbracciato il capitalismo ed è priva di ‘imperi esterni’ da controllare. Non esiste una periferia asiatica costretta sotto il giogo cinese e affamata di Occidente, paragonabile all’Europa dell’Est ai tempi della guerra fredda. L’Asia che circonda la Cina è, nella maggior parte dei casi, costituita di ‘tigri economiche’ che, conciliando economia e specificità nazionali, hanno in questi anni goduto dei benefici dello spostamento del baricentro economico internazionale verso Est.  La Cina di oggi è una realtà geo-politica e geo-economica che, pur con i suoi tratti unici di ‘potenza-civiltà’, compete con l’Occidente con le stesse armi di quest’ultimo: le armi del capitalismo globale, quelle stesse armi che avevano consentito all’Occidente di battere il comunismo. Convincono poco i tentativi di trasformare la Cina in un nemico ‘alla sovietica’, sia quando fanno riferimento alle dispute commerciali e valutarie (sono in realtà sempre esistite anche all’interno del campo occidentale tra Stati Uniti, Europa e Giappone), sia quando enfatizzano le cifre sulla crescente spesa militare cinese (passata dai 30 ai 60 miliardi dollari annui nel periodo tra il 2000 ed il 2008, ben poca cosa rispetto alla spesa militare statunitense). La principale sfida che Pechino pone all’Occidente è semmai quella di riuscire ad esportare pacificamente un modello di ‘capitalismo autoritario’. Non abbastanza però per farne un nemico. Ed è questo – il non essere la Cina un nemico tradizionale, bensì una sfida di tipo nuovo – il vero motivo per cui l’Occidente – nato politicamente sulla scia della minaccia ideologico-militare sovietica – non è riuscito a trovare un approccio chiaro e unitario nei confronti di Pechino.

Contribuisce a spiazzare l’Occidente anche la diffusa e futurologica illusione che la combinazione di autoritarismo e capitalismo in Cina non sia sostenibile nel tempo, che le contraddizioni interne prima o poi scoppieranno e ne determineranno una convergenza sul modello occidentale. La difficoltà ad impostare un rapporto con una potenza ‘non nemica’ si associa così alla presunzione universalistica che il modello occidentale di modernizzazione resti l’unico possibile. 

Un ulteriore motivo delle difficoltà dell’Occidente di relazionarsi alla Cina è la confusione dell’Europa, associata alla fase di emergenza economica degli Stati Uniti. L’Occidente del periodo della guerra fredda si era avvalso, insieme alla leadership statunitense, di un’Europa (occidentale) coesa, unificatasi sotto la pressione della minaccia sovietica. Scomparsa quest’ultima, nell’Europa allargata le politiche estere si sono in gran parte rinazionalizzate; e quanto più è importante la posta in palio tanto maggiore è la tendenza degli Stati nazionali a fare la propria politica estera. La Cina ne è un esempio. I tentativi di costruire un partenariato efficace UE-Cina sono stati finora velleitari, come dimostra il fallimento dell’ultimo Vertice UE-Cina. Tanto più che le agende estere dei principali paesi europei verso la Cina (prevalentemente business-oriented) e l’agenda (disordinatamente onnicomprensiva) dell’UE non coincidono.  Perché dunque la Cina dovrebbe prendere l’Europa e l’UE sul serio più di quanto facciano gli europei stessi? L’emergenza-crisi negli Stati Uniti ha d’altra parte schiacciato l’agenda cinese degli Stati Uniti sul problema valutario/renmimbi, che è in realtà un sintomo più che la causa dell’attuale disagio occidentale verso la Cina. Pesa oggi, nel rapporto occidentale con la Cina, l’esaurimento di quella self-confidence economica americana che fu un elemento essenziale del ‘Compact-Occidente’ anti-sovietico durante la guerra fredda.

L’Occidente si muove insomma in maniera frammentata e confusa di fronte alla sfida cinese, mentre la Cina ha ben chiare le sue priorità, in primis l’agenda interna, il completamento della sua modernizzazione ed il mantenimento di un ambiente internazionale ad essa funzionale. È evidente che il focus interno rende problematico che la Cina si assuma d’emblée responsabilità internazionali, che si tratti di regole commerciali, ambiente, non proliferazione o gestione delle crisi. Nelle condizioni attuali gli appelli insistenti alla Cina a diventare un responsible stakeholder rischiano perciò di apparire vuoti. Chi definisce i parametri della ‘responsabilità’? È disposto l’Occidente, Europa in primis, in cambio di una maggiore assunzione da parte della Cina di oneri e responsabilità internazionali, a rinunciare al ruolo di esclusivo rule-maker a vantaggio di quest’ultima (così come di altre potenze emergenti)? È poco realistico pensare che un paese come la Cina, che si vede per metà potenza in ascesa e per l’altra metà paese in via di sviluppo, possa assumere crescenti oneri internazionali senza equivalenti quote di potere decisionale. Il mondo del XXI secolo avrà bisogno di una Cina internazionalmente ‘responsabile’ in misura crescente: ma soltanto un’Occidente più realista, paziente, coeso, con idee e priorità più chiare, potrà aiutare la Cina a maturare gradualmente in questo ruolo. 

 

Vedi: Aspenia 50: la Cina post-americana, Ottobre 2010