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La Cina in Medio Oriente: mercantilismo e obiettivi strategici

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Da alcuni anni la Cina non cessa di espandere la propria presenza economica in aree del mondo tradizionalmente legate all’Occidente. È il caso del Nord Africa e del Medio Oriente, dove la presenza cinese è sicuramente un fenomeno in costante affermazione e crescita. Per Pechino il Medio Oriente ha iniziato ad avere un ruolo importante in politica estera dai primi anni Novanta, durante i quali si sono rafforzati i rapporti con i paesi produttori di idrocarburi a sostegno dello sviluppo economico cinese. Con gli inizi del nuovo millennio l’influenza cinese nella regione è cresciuta ulteriormente, in virtù del fatto che la Cina la considera un fondamentale trampolino di lancio per la propria affermazione come potenza mondiale. Viceversa, per i paesi arabi il gigante asiatico rappresenta una valida alternativa al modello di sviluppo promosso dagli Stati Uniti e dalle potenze europee nell’area.

Poggiando su una già forte cooperazione commerciale ed economica – nel 2011 l’interscambio commerciale ha raggiunto i 195,9 miliardi dollari (+34,7% rispetto all’anno precedente 2010) – le relazioni sino-arabe stanno vivendo oggi una nuova fase basata anche su più intensi contatti politici. Il vero salto di qualità è giunto nel 2004 con l’istituzione del Sino-Arab Cooperation Forum (SACF) che ha facilitato l’incremento della cooperazione bilaterale cinese con i singoli paesi nei campi politico, economico, energetico, infrastrutturale e culturale: l’obiettivo è creare un dialogo politico-strategico sulle maggiori questioni regionali e internazionali.

Significativa in questo senso è la firma dell’accordo strategico-commerciale, avvenuta lo scorso 21 settembre, tra Il Cairo e Pechino riguardante lo sviluppo di un’area industriale di sei km² nei dintorni del Canale di Suez, porta commerciale tra Asia, Africa ed Europa: il progetto – che fa seguito ai circa 200 programmi che in passato hanno permesso l’impiego di migliaia di lavoratori nelle centinaia di aziende cinesi presenti sul territorio – sarà realizzato dalla Teda (Tianjin Economic and Technological Development Area) nell’arco dei prossimi 10 anni per un costo totale di circa un miliardo di euro – contribuendo alla ripresa economica egiziana. Con un interscambio commerciale decuplicatosi negli ultimi 10 anni, e che si attesta ora ad 8,8 miliardi di euro, la Cina è il secondo partner commerciale dell’Egitto.

Già lo scorso gennaio la strategia cinese aveva fatto breccia nell’area mediorientale con l’importante missione del primo ministro Wen Jiabao, che ha visitato Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar. L’Arabia Saudita è il maggior fornitore di petrolio della Cina (45,5 milioni di tonnellate di petrolio, con un +13% rispetto al 2010) e il commercio bilaterale tra i due paesi ammonta a 58,5 milioni di dollari nel 2011. Il Qatar, invece, è il suo maggior fornitore di gas naturale (1,8 milioni di tonnellate, con un+76% rispetto al 2010). Gli EAU, invece, sono il secondo maggior partner commerciale cinese, rappresentando un importante snodo per i prodotti di Pechino nella regione: circa il 70% delle esportazioni cinesi negli Emirati vengono riesportate negli altri paesi del Golfo, in Africa e in Europa. La duplice necessità di garantire un approvvigionamento energetico e la circolazione dei prodotti fa dunque divenire la regione del Golfo un tassello essenziale del piano cinese noto come “Filo di Perle”, con il quale la Cina mira a intessere un’articolata rete di relazioni politico-commerciali grazie soprattutto a opere infrastrutturali.

Anche la special partnership esistente tra Cina e Iran – consolidata da un’attività quarantennale di cooperazione economica e militare – rientra in questo quadro strategico. Infatti, nonostante il pacchetto di sanzioni imposto dall’ONU nei confronti della Repubblica islamica per il suo programma nucleare clandestino, la Cina resta il suo primo partner economico (l’interscambio commerciale 2011 tra i due paesi ha raggiunto i 45 miliardi di dollari, di cui circa l’80% delle importazioni totali cinesi dall’Iran consistono in petrolio e suoi derivati). Anzi, di fatto Pechino approfitta della condizione di isolamento internazionale di Teheran per porsi come suo interlocutore privilegiato e colmare con i propri investimenti i vuoti lasciati dagli altri partner.

Nel quadro regionale è degno di nota anche il rafforzamento dei rapporti bilaterali sino-israeliani. Dal 1992 ad oggi, il volume del commercio tra i due paesi ha avuto un fortissimo incremento, passando da 50 milioni di dollari agli attuali 8 miliardi. Pechino ha iniziato a partecipare alla costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità che collegherà Eilat a Tel Aviv e che diverrà pienamente operativa nel 2017; la partecipazione della Cina al progetto “Red-Med” è il riflesso dei grandi interessi strategici cinesi nei confronti delle riserve energetiche nel bacino del Levante e della conquista di uno sbocco per le sue esportazioni nel Mediterraneo orientale.

Infine, l’interesse della Cina per il Medio Oriente è giustificato anche da un’esplicita necessità di contenimento del terrorismo islamista in Asia centrale che, soprattutto nelle province cinesi nord-occidentali dove sono più numerose le comunità musulmane, da alcuni anni costituisce un problema di sicurezza nazionale per Pechino. Proprio per questo, parallelamente alla penetrazione mediorientale, la Cina sta perseguendo una strategia simile in Asia centrale. La costituzione nel 2001 della Shanghai Cooperation Organization (SCO) – che include attualmente Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan, più quattro paesi osservatori (India, Pakistan, Mongolia e Iran) –si propone di agevolare gli scambi commerciali, la cooperazione energetica e contenere le minacce regionali come appunto il terrorismo islamista.

Alla luce di queste tendenze complessive, è lecito supporre che la presenza cinese in Medio Oriente sia destinata a crescere ulteriormente, soprattutto in virtù del progressivo disimpegno militare e politico degli Stati Uniti nell’area: un mutamento strategico che sta però intanto accrescendo la presenza americana proprio nella regione Asia-Pacifico.