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La strettissima via democratica in Libia, tra rentier state e spinte islamiste

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A un anno dalla fine del regime di Muammar Gheddafi, i problemi che la Libia deve affrontare sulla strada della democratizzazione appaiono ancora numerosi. La lunga fase di transizione, iniziata il 20 ottobre 2011 con l’uccisione di Gheddafi, si sta manifestando molto complessa e dall’esito incerto, nonostante il relativo successo delle elezioni per il Congresso nazionale, tenutesi il 7 luglio 2012.

L’entusiasmo dei commentatori internazionali su quella tornata elettorale  è stato solo parzialmente smorzato dall’attentato dell’11 settembre con l’uccisione dell’ambasciatore statunitense Christopher Stevens. L’attenzione si è focalizzata in particolare sulle conseguenze dell’attentato per la campagna elettorale statunitense, e molto meno sul contesto interno libico che ha permesso questo attentato e sugli indispensabili sforzi di stabilizzazione del paese.

La necessità della non interferenza in Libia, della “Libia ai libici” è stato un mantra ripetuto spesso dalle cancellerie delle potenze occidentali nell’ultimo anno. Se sul piano retorico ciò ben si concilia con la linea, attualmente prevalente, di disimpegno militare post-Iraq e post-Afghanistan, sul piano concreto non sembra affatto garantire la pacificazione del paese nordafricano.

La debolezza di oggi non deriva unicamente dalle -seppur pesanti- responsabilità del regime di Gheddafi nella sistematica distruzione della società civile, nella deliberata scelta di istituzioni deboli e dalla soppressione di ogni libertà politica, ma anche dall’intervento esterno che ha alimentato i rivoluzionari armati. Lo spiacevole corollario è stato infatti l’emergere di una serie di milizie sul terreno che rifiutano di integrarsi in un unico esercito nazionale e non riconoscono l’autorità centrale.

Il primo faticoso compito del nuovo Congresso è quindi quello di ristabilire lo stato di diritto e riconquistare il monopolio dell’uso della forza. Come evidente anche dai recenti scontri a Bani Walid, roccaforte gheddafiana nella Libia post-Gheddafi, il paese non è ancora pacificato, le frontiere sono ancor più permeabili del passato, e negli ultimi mesi i gruppi salafiti che hanno adottato strategie terroristiche sono sembrati rafforzarsi. 

Le criticità riscontrate nelle ultime settimane per la formazione del governo, con l’incarico rimesso al congresso nazionale da parte del primo ministro designato Mustafà Abushagur e poi assegnato ad Ali Zeidan, sembrano confermare le difficoltà di formare un governo di unità nazionale e trovare un punto di convergenza tra gli indipendenti, l’alleanza laica di Mahmud Jibril (AFN) e il partito della Fratellanza musulmana. Al di là dei formali meccanismi elettorali, la Libia sembra vivere ancora di dinamiche non-democratiche, nelle quali i cittadini non votano secondo convinzioni politiche ma in base ad appartenenze claniche o localistiche. Il paese potrebbe diventare una democrazia formale o illiberale, per utilizzare categorie politiche ormai consolidate, nella quale a istituzioni democratiche non corrisponde un’adeguata cultura democratica.

La fase post-elettorale si preannuncia non meno incerta di quella che ha preceduto le consultazioni. Personalismi e localismi potrebbero avere la meglio. Il duplice rischio è da un lato il protrarsi dell’impasse decisionale che ha caratterizzato il Consiglio Nazionale Transitorio, e dall’altro un’autorità centrale ulteriormente indebolita. Ciò farebbe velocemente guadagnare consenso a chi chiede maggior autonomia per le comunità locali e regionali oppure alle frange islamiste più radicali.

Più generalmente vi è da chiedersi se sia plausibile che l’instaurazione della democrazia in Libia sia indipendente dalla natura dello  sviluppo economico, dallo stadio di avanzamento dei processi di state e nation building, o dal grado di ordine politico e istituzionale interno. Nell’ultimo ventennio, la democrazia è divenuta un luogo di convergenza di aspettative e criteri comuni, cioè uno standard riconoscibile di normalità politica e ideologica. Grazie a ciò, ha acquisito una potente forza di attrazione per chiunque desideri essere ammesso nel “salotto buono” della comunità internazionale: e questo, nel caso specifico, vale soprattutto per le élite libiche formatesi all’estero e vicine all’Occidente. Queste elites potrebbero essere decisive per il futuro del paese, ma lasceranno progressivamente spazio ad altri attori politici, probabilmente  più radicati nella società libica.

Sul futuro del paese grava l’incognita di compatibilità tra tre caratteristiche nazionali: la connotazione islamica della società e della cultura, l’avvio di un processo di democratizzazione del paese e la persistenza di un’economia di tipo rentier. C’è ovviamente una vasta letteratura sulla compatibilità tra Islam e democrazia e i problemi di questo connubio.

Dubbi ancora maggiori scaturiscono dalla possibilità di essere contemporaneamente una democrazia e uno stato che basa le proprie entrate sui proventi ottenuti vendendo all’estero le materie prime. I rentier states sono infatti caratterizzati dall’assenza di entrate generate dall’imposizione fiscale interna, poiché la loro ricchezza di origine naturale preclude la necessità di prelevare reddito dalla propria popolazione. Alcuni studiosi hanno postulato che tali stati non riescano ad avere istituzioni democratiche perché, in assenza d’imposizione fiscale, i cittadini hanno minori incentivi a esercitare pressioni sul governo affinché diventi sensibile ai loro fabbisogni.

Il terzo binomio, costituito dalla complementarietà tra la cultura/società islamica e l’economia rentier, è il caso storico con maggiori evidenze se si osservano molte delle economie del Golfo, come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi o il Qatar. Ma proprio questi casi ci permettono empiricamente di rilevare che nessuna economia rentier che abbia una forte connotazione islamica nella propria sfera politica, possa essere considerata una democrazia.

In questa fase costituente del nuovo stato libico, la compatibilità complessiva di queste tre caratteristiche sarà determinata anche dal grado di democratizzazione, non solamente intesa in senso formale (consultazioni elettorali, rapporti tra poteri, ecc.), ma anche in senso più ampio (libertà e valori condivisi). Molto dipenderà dal ruolo che la religione avrà nella nuova forma statuale, e da come la nuova classe dirigente vorrà rimodellare il rapporto stato-cittadino all’interno dello stato rentier.

Questo trilemma difficilmente potrà essere risolto nel prossimo futuro. La Libia è probabilmente destinata ad avere una forma “ibrida” per alcuni anni. Delle tre caratteristiche quella più forte, e maggiormente presente anche nel prossimo futuro, appare certamente quella del rentier state. Senza bisogno di imporre tasse alla popolazione, il governo, anche allo scopo di guadagnare facile consenso, è infatti tornato ad elargire prebende alla cittadinanza. Già a fine febbraio 2012 il CNT aveva promulgato una legge per disporre la distribuzione di 2000 dinari (1250 euro circa) ad ogni famiglia libica. Subito dopo era stata varata un’altra legge che donava fino a 4000 dinari a ogni rivoluzionario (tuwwar) che aveva preso parte alla lotta contro il regime di Gheddafi. In ottobre, infine, anche il nuovo Congresso nazionale ha donato nuovamente 1000 dinari a ogni famiglia per celebrare la festività islamica dell’Eid Al-Adha.

In conclusione, questa caratterizzazione pone rilevanti interrogativi sullo sviluppo in senso democratico della Libia. Nonostante il successo delle elezioni del luglio 2012, il processo di “costruzione” di una nuova Libia democratica rimane fragile, minacciato non solamente dai vincoli imposti implicitamente dall’economia di rendita, ma anche da quelli espliciti da parte delle forze islamiche emergenti nel paese.