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Il Tea Party è l’erede di Reagan

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Il fatto che alcuni protagonisti del Tea Party siano impresentabili, non significa che il fenomeno del Tea Party vada chiuso nello sgabuzzino delle manifestazioni antipolitiche. Nell’urlante disorganizzazione di un movimento anarcoide e libertario, l’elemento dell’opposizione alla spesa incontrollata di Washington non è interamente riconducibile al registro comico, o alla semplice rappresentazione picaresca. Perché la realtà è che il Tea Party è arrivato al cuore del dibattito che il nuovo congresso dovrà affrontare dopo le elezioni del 2 novembre, a prescindere dall’equilibrio che verrà: la spesa pubblica. Il Tea Party è arrivato dritto alla questione senza risparmiare al pubblico la mistica laica del cantore Glenn Beck, l’improvvisato “surge” femminile guidato da Sarah Palin, le divise naziste di Rich Iott, le iperboli di Rand Paul, le manifestazioni in maschera e tutto il resto.

Da questo punto di vista – i contenuti – il Tea Party ha già vinto e la sua vittoria non è sul terreno dell’arte politica tradizionale. Il movimento parla la lingua maleducata della piazza, s’insedia sul pilastro della disorganizzazione programmatica, cosa del resto inevitabile per un fenomeno in rotta di collisione con l’ordine costituito. Ma contano i contenuti giusti, anzi l’unico contenuto: la riduzione della spesa. E questo lega il tutto, nelle sue varie versioni.

C’è il Tea Party antagonista della Fed della famiglia Paul in Kentucky, quello profetico del “clown in lacrime” Glenn Beck (secondo la definizione di Dana Milbank), quello facebookiano di Sarah Palin, quello pop di Christine O’Donnell, quello “istituzionale” di Dick Armey, quello rurale di Sharron Angle e molti altri. Gli elettori diranno se la fortuna dei suoi candidati alle primarie repubblicane avrà un seguito istituzionale.

Intanto, sostenitori e critici del Tea Party sono chiamati a guardare i dati: il Congressional Budget Office ha appena pubblicato il bilancio dell’anno fiscale 2010, che segna un incremento record del 21,4%. Le voci di spesa riguardano una riforma sanitaria costosa, gli incentivi alla disoccupazione, le spese militari e il sistema di social security.

L’aumento della spesa non è un affare che riguarda soltanto gli agitatori di cartelli contro il “socialismo” dell’amministrazione Obama: rimarrà la prima delle issues politiche anche quando l’America si dimenticherà dell’esistenza del Tea Party.

Nella recente storia americana c’è una narrativa analoga a quella del Tea Party, che poi è sbiadita nella memoria: la corsa di Ronald Reagan alle primarie del 1976. Il futuro presidente fu allora sconfitto da Gerald Ford per meno di cento voti dei delegati alla Convention repubblicana – un risultato comunque sorprendente per la squadra di Reagan, che era stata inventata dall’eminenza grigia Pat Buchanan a pochi mesi dalla campagna elettorale.

I motivi del dissenso reaganiano verso l’elite del paese erano vari, ma le critiche alla dottrina della deterrenza verso l’Unione Sovietica non erano in effetti il motivo dominante. La rottura vera era sulla spesa pubblica fuori controllo, sul sistema di welfare, sugli sviluppi della Great Society di Lyndon Johnson, sull’invasione dello stato nella vita della gente.

La campagna di Reagan anticipava quella attuale del Tea Party anche nei toni urlati e nell’insofferenza al governo di Washington, considerato la sentina del malaffare. Tanto che, vedendo che il consenso cresceva, la fazione reaganiana accarezzò per qualche tempo l’idea di fondare un terzo partito. Il progetto mostrò presto la sua inconsistenza, ma le energie espresse in quella fiammata libertaria si incanalarono in un ordine credibile quattro anni dopo, quando un Reagan molto più ripulito e “mainstream” arrivò alla Casa Bianca – senza peraltro rinnegare l’impeto antistatalista della prima ora.

Questo precedente induce a non sottovalutare il Tea Party. Ci saranno anche dei motivi per riderne, ma la portata dei contenuti che il fenomeno solleva non potrà essere ignorata. Neanche se – come accaduto spesso nella storia elettorale – gli elettori si dimostreranno alle fine più centristi alle urne che in campagna elettorale; e quindi se preferissero ai candidati del Tea Party candidati più tradizionali, legati al linguaggio del palazzo.

Nemmeno una sonora bocciatura elettorale dell’esperienza anarcoide del Tea Party potrà esimere i parlamentari americani dall’affrontare lo snodo politico del budget, a cui tutti i dossier sono legati: dai rapporti con la Cina al welfare, al nodo delicato della spesa militare.