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Il ruolo dei consiglieri politici negli USA: la politica dietro le quinte

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Negli Stati Uniti ogni tornata elettorale vede emergere sulla ribalta nazionale nuovi esponenti politici e, contemporaneamente, i consulenti che hanno contribuito alla loro affermazione elettorale. La consulenza politica è una professione relativamente nuova che continua a evolvere e a ridefinire se stessa a ogni ciclo elettorale. Il consulente politico è un “direttore d’orchestra” capace di coordinare e allocare risorse scarse (tempo, soldi e talento). La sua azione non si limita alla definizione dei messaggi, della strategia e dei mezzi da utilizzare in una campagna elettorale: ne garantisce disciplina e direzione. Al contempo, dobbiamo tenere a mente che in America quello della consulenza politica è un mercato di nicchia all’interno del più ampio settore del marketing della comunicazione, che rappresenta un giro di affari di diversi miliardi di dollari.

La curiosità dei media nei confronti dei professionisti che affiancano i politici ha messo sotto i riflettori il lavoro dei consulenti e le campagne di cui sono promotori: ingaggiare un consulente famoso, infatti, significa che il candidato fa sul serio, vuole vincere. Questo permette di ottenere una maggiore attenzione da parte del mondo dell’informazione e di imprimere un forte impulso alla raccolta di fondi.

Grazie alla presenza sulla stampa e alle apparizioni televisive, alcuni consulenti sono diventati delle vere e proprie star, talvolta più famosi dei loro stessi clienti. Dick Morris nel 1996 apparve insieme al suo cliente, il presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, sulla copertina di Time, che lo definiva “il privato cittadino più influente d’America”. Dopo uno scandalo che provocò la fine del rapporto con Clinton, Morris è tornato a lavorare per i candidati repubblicani (aveva iniziato la carriera, infatti, come consulente del GOP) e come opinionista politico. Quella di Morris è una figura molto particolare nel panorama americano: sebbene vengano spesso dipinti come mercenari, i consulenti hanno in realtà una forte vicinanza ideologica con i loro clienti: oltre l’80% lavora esclusivamente per candidati appartenenti a uno stesso partito.

Nel campo democratico James Carville e il pollster Stanley Greenberg sono stati tra i protagonisti del documentario The War Room, che ha raccontato il dietro le quinte delle presidenziali del 1992. Carville, inoltre, ha interpretato se stesso nella serie televisiva “K Street”, che racconta in presa diretta l’attività dell’agenzia di Public Affairs e consulenza politica fondata assieme alla moglie, la repubblicana Mary Matalin (i due, nel 1992, erano a capo delle campagne rispettivamente di Bill Clinton e George H.W. Bush). Greenberg e Carville, insieme a Bob Schrum, sono diventati negli anni ’90 i protagonisti più famosi di una nuova generazione di consulenti globali che conducono campagne in tutto il mondo. Il team di Greenberg ha organizzato campagne elettorali in più di 80 nazioni e ha lavorato per Bill Clinton, Tony Blair nelle sue tre vittorie, Gerard Schröder, Nelson Mandela, Thabo Mbeki ed Ehud Barak.

Tra i repubblicani i due consulenti più celebri dell’ultimo decennio sono sicuramente Karl Rove e Frank Luntz. Il primo non solo è stato protagonista delle due vittorie presidenziali di George W. Bush, ma ne ha seguito l’intera carriera politica a partire dall’elezione a governatore del Texas. Il secondo è considerato l’artefice della superiorità dei candidati repubblicani nel definire i termini della contesa politica (il cosiddetto processodi framing) ed è stato consulente in numerose competizioni internazionali. Sia Greenberg che Luntz hanno lavorato in Italia: il primo fu ingaggiato da Francesco Rutelli, che lo presentò in una conferenza stampa come l’uomo che avrebbe fatto vincere l’Ulivo. Frank Luntz ha lavorato invece per Berlusconi, importando in Italia nel 2001 il Contratto con gli italiani, formula che aveva realizzato nelle elezioni congressuali del 1994 con il nome di Contract for America.

Quella del consulente politico è, sicuramente, una figura controversa: da un lato “mitizzata” dai media (basti pensare a film quali Il candidato, Power, I colori della vittoria o la serie televisiva West Wing) e fonte di “retroscena” per i giornalisti, dall’altro accusata di “manipolazione” e di essere causa lo scadimento del dibattito politico.

Alcuni consulenti agiscono a lungo con successo e nell’ombra, fino a che una grande vittoria (come una elezione presidenziale) o i commenti favorevoli di opinionisti ed esponenti politici li rendono noti all’opinione pubblica. È questo il caso dell’astro nascente repubblicano Carl Forti, definito da Rove “one of the smartest people in politics you’ve never heard of”. Il consulente, trentottenne, è stato il regista della campagna di molti gruppi indipendenti a favore dei candidati repubblicani. Forti ha seguito, in particolare le campagna di quattro gruppi (American Crossroads, Crossroads Policy Strategies, the 60 Plus Association e Americans for Job Security) che hanno speso complessivamente 33 milioni di dollari in spot rivolti ad attaccare direttamente alcuni esponenti democratici sulla riforma sanitaria e su altre iniziative del Presidente Obama. Grazie alla sentenza Citizens United v. Federal Election Commission, che ha “legalizzato” i finanziamenti elettorali diretti da parte di società e organizzazioni nonprofit, vi è stato un boom di donazioni a favore dei candidati repubblicani. Le nonprofit corporations sono tornate protagoniste delle campagne elettorali e – se non interverranno modifiche legislative – giocheranno un ruolo di grande rilevanza nelle elezioni presidenziali del 2012. Il 2010 è stato un primo test di coordinamento delle strategie comunicative dei gruppi che fanno capo a Crossroads e ad altre organizzazioni conservatrici (tra queste American Action Network, The Commission for Hope e Growth and Opportunity) che ha portato ad investire 50 milioni di dollari per sconfiggere una dozzina di deputati democratici uscenti che, in partenza, godevano di una maggiore quantità di fondi rispetto agli sfidanti repubblicani. E proprio Forti potrebbe essere il protagonista del nuovo attivismo delle organizzazioni profit e nonprofit.