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Crisi economica e televisioni di opposizione: la dura rincorsa di Obama verso il 2012

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Occorre innanzitutto comprendere quali sono state le ragioni che negli Stati Uniti hanno portato i repubblicani al successo nelle elezioni di midterm per il Congresso e le altre cariche locali e statali.

La crisi economica, che ha investito milioni di americani della classe media, con una disoccupazione salita ad oltre il 10%, è stato sicuramente il fattore principale della sconfitta addossata all’amministrazione Obama, ritenuta responsabile di non avere saputo risolvere durante i primi due anni il problema che attualmente affligge molti americani. Nel 2008 Barak Obama ha vinto le presidenziali sull’onda dell’aspettativa di ciò che avrebbe potuto fare un presidente giovane e vigoroso in grado di ribaltare la realtà di un’America avvilita dai fallimenti di politica estera (Iraq) di George W. Bush. In quel momento il presidente repubblicano uscente era al livello più basso del consenso popolare (circa il 35%), mentre le speranze per il presidente democratico entrante, grazie al fascino della persona che aveva condotto una brillante campagna elettorale, erano aumentate a livelli senza precedenti. In quell’anno presidenziale, tuttavia, si verificava un profondo cambiamento che toccava gran parte della popolazione: l’interesse principale degli americani, che fino ad allora era stata la guerra al terrorismo, in seguito alla crisi dei mutui, si indirizzava alla finanza individuale, all’occupazione e, più in generale, allo stato dell’economia.

È per questo che alle elezioni di midterm di quest’anno, sullo sfondo della perdurante crisi, la divaricazione tra le primitive aspettative e le realizzazioni dell’amministrazione Obama, ha prodotto quel clima negativo che si è riflesso sulla maggior parte dei candidati democratici. Ad aggravare negativamente l’immagine dell’amministrazione Obama, incapace di risolvere i problemi della gente comune, è intervenuta una nuova esplosione dello spirito tradizionalista, sempre presente nell’America profonda nel Midwest e nel South, che ha preso di mira l’interventismo sociale, la spesa pubblica e la tassazione federale, tutte espressioni di quel big government, bestia nera dei populisti libertari. La riforma sanitaria di Obama – la prima giunta in porto in sessant’anni, per quanto edulcorata rispetto all’ipotesi iniziale – è stata perciò combattuta come un provvedimento “anti-americano” se non addirittura “socialista”: due termini esorcizzati da molti settori della popolazione americana.

Un altro fattore che ha giocato un ruolo centrale nella sconfitta dei democratici è stata la comunicazione politica: nel 2008 contribuì al successo del giovane senatore nero l’uso massiccio della rete utilizzata nella comunicazione, nella mobilitazione organizzativa, e nella raccolta di milioni di piccoli contributi. Si trattò di uno strumento decisivo che in campagna elettorale equilibrò i costosissimi spot televisivi e le strutture del partito democratico. In mano a milioni di giovani, la rete divenne il canale principale di un messaggio senza centro e periferie, in grado di penetrare in milioni di case americane, e spingere al voto i settori marginali dell’elettorato, soprattutto i non-white che in precedenza erano abituati a frequentare poco le urne. Nel 2010, la stessa potente funzione di orientamento politico è stata svolta in maniera unidirezionale dai canali televisivi. I sondaggi indicano che l’81% degli elettori americani hanno utilizzato come fonte di informazione politica quasi esclusivamente i canali news della TV-via cavo quali Fox, CNN e MSNBC: tra loro, oltre la metà ha seguito la Fox, mentre la CNN ha raccolto il 30% e la MSNBC il 12% degli ascolti.

Quest’anno, nella campagna elettorale, la Fox si è caratterizzata come un vero e proprio “partito di opposizione” all’amministrazione Obama. Il network televisivo si è servito di commentatori politici dell’estrema destra conservatrice, tra cui Sarah Palin, già candidata vicepresidente per i repubblicani e personaggio noto per i Tea Party. Ha così alimentato una campagna, che non è esagerato definire di “odio”, con la delegittimazione di Obama con espressioni del tipo: “non è nato in America”, “è antiamericano”, “anarco-comunista”, “razzista nero”, “islamico”…, al punto che a giugno 2010 il presidente ha dovuto dichiarare: “C’è una stazione televisiva interamente dedita ad attaccare la mia amministrazione: se la guardate per un giorno sarà difficile che troviate una sola storia positiva su di me.” Dunque, la comunicazione televisiva è stato un altro fattore influente sulle elezioni di midterm a fronte dell’incapacità di Obama di dare una risposta adeguata alla crisi economica, e di saper comunicare efficacemente i risultati per quanto parziali conseguiti dalla sua amministrazione.

A tutto ciò si è aggiunto il ruolo dei Tea Party che hanno polarizzato al massimo la battaglia politico-elettorale amplificando sul territorio i messaggi a forti tinte populiste e demagogiche che venivano diffuse dalla televisione conservatrice. È vero che i risultati dei Tea Party non sono stati così brillanti come si è portati a credere con eccessiva semplificazione – su 10 candidati al Senato ne sono stati eletti solo 5; e su 128 candidati alla Camera, gli eletti sono stati circa 40 -, ma il loro attivismo ha spinto al voto tanti elettori ultraconservatori che usualmente non sono soliti partecipare mobilitando anche fasce di elettori indipendenti che in America fanno la differenza. La combinazione tra la televisione nazionale Fox e l’attivismo localistico dei Tea Party, ha permesso quella mobilitazione elettorale contro i democratici che ha avuto effetto.

Quale il messaggio che si ricava dai risultati elettorali, anche in vista del 2012? Al Senato (100 membri) il rapporto tra democratici e repubblicani, che era di 59 a 41, è divenuto di 53 a 47; alla Camera (435 membri), il rapporto pro-democratici di 256 a 179 si è rovesciato a favore dei repubblicani con 189 a 239 con un guadagno netto di 60 seggi e il passaggio di mano dello Speaker già della democratica Nancy Pelosi; i 26 governatori democratici (su 50) sono scesi a 18, mentre i repubblicani sono saliti da 24 a 29.

Al di là delle cifre va tuttavia notato che l’ondata conservatrice non è stata così straordinaria, tanto che il guadagno in seggi al Congresso dei repubblicani non è molto diverso da quello verificatosi in elezioni di midterm di altri tempi. Anche per i democratici va notato che, nonostante l’insuccesso generale, vi sono state alcune significative eccezioni come le vittorie in due Stati chiave: la California con Jerry Brown, un liberal che era già stato governatore, e New York con Andrew Como, figlio di un altro governatore, Mario, assai noto nel passato. I risultati nei due grandi Stati mettono in rilevo un altro fenomeno della geografia elettorale statunitense: la sempre più marcata polarizzazione territoriale tra l’America profonda degli Stati di mezzo (dall’Ohio, Indiana e Illinois passando per Kansas e Missouri fino all’Utah e all’Arizona) e quella liberal delle coste atlantica e pacifica che fanno perno sui due stati leader, New York e California.

L’andamento delle elezioni di midterm, decisamente favorevole ai repubblicani e particolarmente alla loro ala più conservatrice rappresentata dai Tea Party, non è necessariamente il preludio alla vittoria del partito dell’Elefante alle prossime elezioni presidenziali del 2012. La logica delle elezioni di mezzo termine è legata al carattere locale della contesa in cui giocano un ruolo i singoli candidati, mentre nelle elezioni presidenziali conta soprattutto la personalità del candidato e la sua capacità di formare una coalizione nazionale comprensiva di settori socialmente, culturalmente, ed etnicamente diversi dell’elettorato. Questa la ragione per cui, oggi, è difficile fare previsioni su quel che accadrà tra due anni, tanto più che a fronte del candidato democratico che sarà il presidente uscente, non si conosce ancora chi rappresenterà il partito repubblicano.