international analysis and commentary

Il nuovo presidente di Israele: la virata a destra e la fine del consenso di Oslo

122

Reuven Rivlin, il decimo presidente dello Stato di Israele, è stato eletto dalla Knesset a scrutinio segreto, con 63 voti a favore contro i 53 dello sfidante Meir Shetrit (afferente a Hatnuah, il partito centrista di Tzipni Livni). Rivlin è un Likudnik, ovvero fa parte del partito di destra del premier Netanyahu, ma la grande forza politica dietro la sua candidatura è stata quella del partito nazionalista-religioso Ha-Bayit ha-Yehudi (la Casa ebraica), uscito rafforzato dalle ultime elezioni parlamentari e dall’ingresso nell’attuale governo (il terzo governo Netanyahu) di Naftali Bennet come ministro dell’Industria, del Commercio e dell’Occupazione, nonché degli Affari religiosi. Anche il sostegno dei tre partiti ultraortodossi (Shas, United Torah Judaism e Ha-Degel ha-Torah) è risultato decisivo per l’elezione di Rivlin.

Per comprendere le ragioni della sua vittoria e i cambiamenti che la nuova presidenza imprimerà a livello nazionale ed internazionale, occorre fare un passo indietro. Si è parlato molto dell’opposizione quasi imbarazzante del premier Netanyahu alla candidatura di Rivlin in termini di rivalità personale: essendo questi un esponente del Likud e uomo stimato all’interno della Knesset, di cui è stato per anni portavoce, le ragioni di questa ostilità del premier possono apparire oscure. Occorre, però, conoscere più a fondo il politico Rivlin per valutare se Netanyahu non abbia piuttosto cercato di limitare, ostacolando la sua elezione, un passaggio di consegne all’interno del Likud alla componente più apertamente nazionalista. Se, infatti, l’origine ideologica comune del Likud si colloca nel Movimento Revisionista di Jabotinsky, dal discorso di Bar Ilan di Netanyahu nel 2009 almeno due anime si ritrovano a convivere all’interno dello stesso partito: i pragmatici sostenitori dello status quo, rinominato la soluzione dei “due Stati”, e i partigiani della costruzione attiva del “Grande Israele”. Rivlin appartiene a questo secondo gruppo, che potremmo definire l’“ala dei coloni” – anche se le sue posizioni non sono sempre allineate con quelle di una fazione.

Vista da questa prospettiva, la rivalità tra i due Likudnik appare meno come uno scontro personale e più come un duello tra le due anime interne al partito: una ha accettato di parlare il linguaggio convenzionale dei “due Stati” gradito alla comunità internazionale, mentre l’altra sostiene apertamente la soluzione dello “Stato unico”, ovvero di uno Stato che si estenda dal Mar Mediterraneo al Giordano (cioè all’attuale confine con il Regno di Giordania). L’“ala dei coloni” raggruppa peraltro personalità eminenti all’interno dell’attuale governo, tra cui il già menzionato Naftali Bennet e il ministro dell’Interno Gideon Saar, potenziale avversario di Netanyahu per la leadership del Likud. Il tutto di fronte ad un elettorato israeliano che si sposta gradualmente sempre più a destra, spingendo l’intero establishment a fare altrettanto.

Rivlin, dipinto da più parti come uomo integerrimo, dai forti valori morali, e strenuo difensore delle regole democratiche e dello stato di diritto, è invece accusato dai suoi detrattori di essere un esponente di estrema destra, che considera essenziale la creazione dei nuovi insediamenti e che attribuisce ad ogni guerra condotta dallo Stato ebraico un valore addirittura esistenziale. Il problema di queste due affermazioni contradditorie è che sembrerebbero descrivere due politici diversi, mentre riassumono, in realtà, due aspetti della stessa persona. Rivlin è, infatti, entrambe le cose: uno strenuo difensore delle regole e delle prassi democratiche contro gli attacchi provenienti dalla sua stessa area politica – celebre la sua difesa del diritto di parola della deputata araba di Balad, Haineen Zoabi, sotto attacco per aver partecipato ad una delle operazioni umanitarie della Gaza Flotilla nel 2010, o il boicottaggio di leggi illiberali come l’imposizione del giuramento di lealtà ad Israele ai deputati arabi), ma anche un convinto sostenitore del tradizionalismo religioso, delle colonie e di un “Grande Israele” che elimini ogni possibilità di uno Stato palestinese indipendente.

Le sue idee politiche coincidono con quelle dell’estrema destra per quanto riguarda la difesa di un sionismo integralista e la convinzione di non abbandonare nemmeno un palmo di terra, ma sono di stampo liberale per quanto riguarda la necessità di garantire ai Palestinesi dei Territori uguali diritti rispetto ai cittadini ebrei e il rifiuto del controllo permanente da parte di Israele di circa due milioni di palestinesi. Nell’intervista concessa nel maggio del 2010 al quotidiano Ha’aretz, Rivlin prese delle posizioni sconcertanti per chi è abituato a identificare l’estrema destra con i toni roboanti e minacciosi della rivendicazione etnica, nazionale o mistica: riconobbe, infatti, che i Palestinesi avevano un pari diritto alla terra, che si trattava di un conflitto tra due popoli con pari ragioni, e che i Palestinesi dovevano avere le stesse opportunità economiche degli ebrei nonché autogovernarsi ed affiancare proprie istituzioni a quelle dello Stato ebraico. In quell’occasione, Rivlin espresse il suo pensiero con tono conciliante ed un accento ottimistico sul futuro di coabitazione che si sarebbe spalancato in Israele/Palestina se solo si fosse rinunciato alla logica perversa dei “due Stati”. Lo scenario tracciato è quello di una comunione armoniosa tra due popoli storici che erano già vissuti insieme nella Palestina mandataria, come proprio la potente famiglia Rivlin – da sette generazioni presenti a Gerusalemme – può ancora ricordare.

La realtà è più complessa e incerta, perché il discorso pubblico dello Stato di Israele sta cambiando profondamente. Se per tutti gli anni Novanta e la prima decade del 2000 i termini del dibattito sul conflitto israelo-palestinese sono rimasti ancorati ai parametri di Oslo (ritiri israeliani da alcuni dei territori occupati e diritto palestinese ad un proprio Stato attraverso passaggi graduali di autogoverno), ora il nuovo presidente dimostrerà pubblicamente di sentirsi affrancato da quella eredità morale e diplomatica, che per altro lui non sottoscrisse nemmeno da parlamentare. Il cambiamento in corso è stato anticipato dal ministro dell’Interno Gideon Saar, che all’ultima edizione della Conferenza di Herzliya (una convention che riunisce annualmente i maggiori statisti, politici ed intellettuali israeliani) ha dichiarato: “Nel prossimo futuro non c’è alcuna soluzione al conflitto che sia accettabile per gli Occidentali” (Times of Israel, 9/6/2014). Le posizioni di Saar e Rivlin sono simili a quelle espresse da Dani Dayan, ex capo dello Yesha Council (il Consiglio delle Colonie), che pochi giorni fa ha annunciato per la prima volta un “piano di pace dei coloni”: la rimozione del Muro di Separazione, l’eliminazione della Linea Verde, il diritto alla mobilità per i Palestinesi all’interno di tutto il Paese, la sostituzione dei lavoratori stranieri con i Palestinesi in tutte le attività economiche israeliane” (Ha’aretz, 9/6/2014). In poche parole, uno scardinamento completo della “logica nazionale” che ha informato, fino ad oggi, quasi tutte le ipotesi di soluzione del conflitto.

Se, dunque, è forse possibile per alcuni plaudere a questa elezione come una vittoria della democrazia israeliana, essa non rappresenta certamente una buona notizia per la comunità internazionale. Queste posizioni stanno spiazzando i tradizionali partner di Israele, la cui azione è ancora strettamente improntata alla logica dei “due Stati”. La Commissione Europea ha cercato di imporre nel luglio del 2013 delle linee guida sul boicottaggio dei prodotti provenienti dalle colonie, e gli Stati Uniti (nella prima amministrazione Obama) hanno addirittura impedito al loro inviato in Medio Oriente, George Mitchell, di incontrarsi con personalità afferenti al Consiglio delle Colonie (Yesha Council). Per quanto la carica di presidente abbia nel sistema israeliano più un carattere di rappresentanza simbolica che politica, è chiaro che né gli USA né l’UE troveranno più in Rivlin un interlocutore che sostanzialmente – come è stato per il presidente uscente Peres – tenderà a moderare le posizioni del governo. Si dovrà verificare con attenzione quale nuovo equilibrio si formerà tra l’esecutivo e una società civile che in misura crescente appoggia la normalizzazione delle colonie.

Altre preoccupazioni vengono dalla scarsa dimestichezza del nuovo presidente con la diplomazia internazionale: ad esempio, molti ricordano le aspre critiche a cui Rivlin si abbandonò durante la visita di papa Ratzinger nel maggio del 2009, quando da portavoce della Knesset ingaggiò una polemica con il pontefice accusandolo di aver fatto parte della Gioventù hitleriana e di non aver chiesto sufficientemente scusa a nome dei “suoi” allo Yad Vashem, il memoriale ebraico della Shoah. Forse un’anticipazione del nuovo clima culturale che si respira in Israele e che nei prossimi anni potrebbe diventare maggioritario.