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Il Libano e i suoi intrecci regionali

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La crisi in Libano – conseguente alle dimissioni dei dieci ministri Hezbollah – non può essere esaminata senza fare riferimento all’aggrovigliato contesto del Medio Oriente. La regione è un vero ginepraio, e i fatti recenti lo confermano purtroppo una volta di più.

Il premier libanese Rafik al-Hariri, padre dell’attuale primo ministro Saad, fu assassinato nel 2005, quasi certamente da parte di componenti dell’Hezbollah, il Partito di Dio, sciita, islamista e filo-iraniano. Per volontà degli Stati Uniti, fu costituito un paio di anni fa un Tribunale Speciale per il Libano (TSL). L’accertamento della verità avrebbe dovuto facilitare la stabilità e la pace; sta avvenendo invece proprio il contrario. Come sempre, la via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni. Il TSL dovrebbe emettere la propria sentenza il 17 gennaio. Sarà di condanna di membri dell’Hezbollah, anche se il Partito di Dio non viene accusato di essere il mandante dell’assassinio. Quest’ultimo aveva però minacciato di reagire con la forza, anche qualora un suo solo membro fosse stato riconosciuto colpevole. Si scatenerebbe allora una guerra civile. L’Hezbollah potrebbe avere la meglio e prendere il controllo dell’intero paese. Sarebbe allora quasi inevitabile un intervento di Israele. Va ricordato che Gerusalemme non ha ancora ingoiato il boccone amaro della non-vittoria sull’Hezbollah nella guerra dell’estate 2006.

Ma nessuno vuole un nuovo conflitto perché complicherebbe molto il quadro regionale. Avrebbe riflessi sulla già fragile situazione in Iraq. Verrebbe utilizzato dall’Iran per rafforzare la sua posizione, trasformandosi un vero egemone regionale, non solo nel Golfo, ma nell’intero Medio Oriente. Si accrescerebbero così, ovviamente, i timori dell’Arabia Saudita e degli altri Stati del Golfo.

Per evitare tale rischio, sauditi e siriani hanno proposto un compromesso veramente “levantino”: l’Helbollah avrebbe  accettato senza reagire la sentenza di condanna di taluni suoi membri, mentre il primo ministro Saad Hariri si sarebbe dimesso – un passo che questi non ha accettato di compiere. Anzi, si è recato negli USA, certamente per riceverne il sostegno. Ciò ha di fatto accelerato gli eventi e provocato le dimissioni di circa metà dei suoi ministri.

I giochi in Libano rimangono aperti. La situazione potrebbe esplodere da un momento all’altro, e rimane pendente la minaccia dell’Hezbollah di ricorrere alle armi. Gli Stati Uniti sono impotenti nel prevenire tale rischio. In tutti i casi in cui hanno affrontato i problemi del Medio Oriente è andata loro male. Neppure il blocco sunnita facente capo all’Arabia Saudita può impedire il peggio. Israele guarda sornione l’evolversi della situazione: forse spera che Riad gli chieda (certo, non apertamente) di intervenire per impedire il consolidamento della “mezzaluna sciita”. La posizione della Siria è ambigua: è probabile che prima di schierarsi voglia verificare come saranno gli equilibri in Iraq fra gli USA e l’Iran e, nel Golfo, fra quest’ultimo e l’Arabia Saudita.

Intanto l’intera regione del Golfo ha visto la sua importanza diminuire nella strategia globale americana. Il suo petrolio va sopratutto all’Europa, alla Cina e all’India, mentre gli Stati Uniti ne importano sempre meno. Proteggono gli intereressi di altri paesi, “free riders” a spese del contribuente americano. Taluni commentatori hanno addirittura avanzato l’ipotesi che a Washington convenga farsi da parte, lasciare che l’Hezbollah prenda il potere in Libano e raggiungere un accordo complessivo con l’Iran, se non altro in base all’ovvia considerazione che il paese possiede le seconde riserve di gas del mondo. Peraltro, una tale svolta avrebbe grandi implicazioni per gli interi assetti eurasiatici: avere accesso alle fonti iraniane potrebbe infatti ridurre la dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia – e dunque anche le risorse finanziarie con cui Mosca sta finanziando il suo ritorno geopolitico, che è naturalmente un problema per Washington.

Intanto, la Turchia si è per ora chiamata fuori dal gioco, perseguendo  la politica di “zero nemici” – cioè di equidistanza dall’Iran e dall’Arabia Saudita. L’Europa non può indurla ad intervenire diplomaticamente, ad esempio con pressioni decise sulla Siria. Con la loro amletica indecisione sull’entrata di Ankara nell’UE, gli europei hanno perso ogni credibilità. D’altro canto, l’Europa non è neppure in grado d’intervenire direttamente. Eppure, il paradosso è che è dentro fino al collo nella crisi libanese: sono europee gran parte delle forze dell’UNIFIL 2, schierate nel Libano meridionale. E sarebbero coinvolte in qualsiasi conflitto; questa volta “mamma America” non interverrebbe per toglierle dall’impaccio, come fece in Bosnia nel 1995.

In estrema sintesi, la crisi libanese ha implicazioni che vanno ben oltre il piccolo paese mediterraneo. Il compromesso “levantino” siriano e saudita sarebbe stato il male minore, ma ormai (anche per l’inazione americana) la patata bollente sta passando all’Europa. Speriamo di non scottarci troppo.