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Il quadro interno per Obama

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Iniziata la seconda metà del mandato presidenziale, Barack Obama ha fatto i suoi conti e ha virato verso il centro dello spettro politico: una scelta prudente e razionale.

La prevedibile apertura centrista è arrivata, già a cavallo del nuovo anno, con il compromesso fiscale. Quello che invece era meno prevedibile è l’accelerazione impressa dal tragico episodio di Tucson dell’8 gennaio: un caso in cui un attentato mirato, dagli evidenti colori ideologici (perché rivolto contro una parlamentare democratica e controversa), si è fuso con la sindrome della violenza indiscriminata (purtroppo ricorrente in America). Obama ha intravisto un possibile punto di svolta sul piano politico, e nel discorso del 12 gennaio in Arizona per commemorare le vittime ha riproposto una visione dell’America che superi le fratture e le divergenze. È l’effetto “rally round the flag” che molti presidenti in passato hanno cercato di sfruttare a proprio vantaggio – macroscopico il caso di George W. Bush all’indomani dell’11 settembre, ma simile anche quello di Bill Clinton dopo la bomba di Oklahoma City nel 1995. In circostanze eccezionali, è quasi sempre l’opposizione a trovarsi in difficoltà se non si allinea con il capo dell’esecutivo, che per la Costituzione rappresenta la nazione nel suo insieme, e quasi ne incarna lo spirito unitario.

Nel contesto attuale, è chiaro che Sarah Palin – tuttora, per quanto stranamente, la figura più rappresentativa del Partito Repubblicano – è in una situazione molto scomoda, dovendo distanziarsi da ogni frangia estremista senza però perdere il contatto con la sua base fortemente conservatrice.

Del resto, era già emerso un rapporto controverso tra il mainstream repubblicano, la Palin e i movimenti quasi autogestiti dei Tea Party. Ora la situazione è ancora più delicata per i conservatori.

In tale contesto, il presidente sta lavorando per collocarsi in uno spazio politico che non è nemmeno davvero bipartisan, ma piuttosto “non-partisan” in quanto al di sopra delle parti. Esattamente il luogo che Obama si era in qualche modo conquistato in occasione della vittoria del 2008. D’altra parte, un presidente non deve necessariamente essere privo di radici ideologiche e forti preferenze personali per poter superare, quando le circostanze lo richiedono, quei confini.

È tutta da verificare la disponibilità dei moderati nel Partito Repubblicano di collaborare con l’agenda legislativa del presidente democratico nei due anni che decideranno per la sua eventuale rielezione; intanto sembra però essersi delineato il quadro in cui Obama cercherà di vincere nel 2012. Se poi avrà l’aiuto cruciale di una ripresa economica robusta, diventerà un candidato molto forte, se non imbattibile.