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Grecia-Germania: il peso delle decisioni e della storia

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Angela Merkel ma anche Alexis Tsipras – a dispetto dell’effetto-novità che ha generato – sono politici stagionati. Sono entrambi stati protagonisti di numerose campagne elettorali, di dibattiti parlamentari e di innumerevoli comizi o interviste. Non inganni l’età relativamente giovane del Primo Ministro greco, che ha 40 anni: era già in televisione come rappresentante degli studenti prima di averne 20. Entrambi, dunque, conoscono perfettamente il valore e la necessità del compromesso, tanto più sulla scena internazionale. È anche molto probabile che sinceramente desiderino un accordo che permetta alla Grecia di risollevarsi e alla zona euro di continuare a esistere. Non è detto, però, che ci riescano.

Nei giorni scorsi il nuovo Ministro delle Finanze greco, l’economista Yanis Varoufakis, ha fatto il giro delle capitali europee per presentare le idee di SYRIZA: taglio sostanziale del debito estero o sua trasformazione in uno strumento finanziario “perpetuo”, cioè in bond che pagano un interesse ma dei quali non verrebbe rimborsato il capitale. Questa è un’idea molto americana: risale ad Alexander Hamilton, il primo Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, e del resto Varoufakis ha insegnato a lungo oltreatlantico.

La Commissione Europea ha fatto sapere che aspetta una proposta dettagliata per l’11 febbraio, il giorno prima della riunione dei capi di stato e di governo, il 12. Come era più che prevedibile, il governo tedesco ha confermato il suo No a tutte le proposte di ristrutturazione e, per il momento, il Fondo Monetario e la Banca Centrale Europea sono sulla stessa posizione.

Molti osservatori ritengono che queste prime salve siano pretattica e che solo nei prossimi giorni si inizierà a discutere seriamente. Sotto la minaccia di una bancarotta di Atene, se non arriverà la prossima tranche degli aiuti europei ottenuti a suo tempo dal governo Samaras in cambio di una drastica riduzione della spesa pubblica nell’educazione, nella sanità e in altri settori.

Lo scenario peggiore è perfettamente chiaro a tutti gli attori: se non c’è accordo la Grecia non sarà in grado né di rimborsare il debito alle prossime scadenze e neppure di pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici o le pensioni. A Tsipras non resterebbe quindi che uscire dall’euro, tornare alla dracma, affrontare la fuga dei capitali, la corsa agli sportelli bancari, l’inflazione e l’isolamento sul piano internazionale (anche se Russia, Cina e Iran potrebbero avere interesse a dargli una mano). Atene piangerebbe, ma Bruxelles e Francoforte non avrebbero nulla di cui ridere: il default greco metterebbe immediatamente in dubbio la solidità delle finanze portoghesi, spagnole e italiane. L’intera zona euro sarebbe esposta a pressioni speculative fortissime e non è detto che la promessa/minaccia di Mario Draghi sull’intervento della BCE – “Faremo qualsiasi cosa per salvare la moneta unica” – stavolta sarebbe sufficiente.

In un paper del 2005, Edna Ullmann-Margalit dell’università ebraica di Gerusalemme aveva analizzato i processi decisionali nel caso di Big decisions, cioè di scelte che sono contemporaneamente trasformatrici dell’identità dell’attore, irrevocabili, prese in piena coscienza di causa e nelle quali il corso d’azione scartato lascia comunque un segno. Il primo elemento è il carattere “trasformativo” della decisione: la persona che la prende sarà, un attimo dopo, differente e senza possibilità di tornare indietro. Ullmann-Margalit usa per illustrare il concetto un quadro di Carracci, “Ercole al bivio”, nel quale osserviamo l’eroe incerto tra il seguire la difficile strada in salita verso la gloria, che la Virtù gli indica, oppure cedere alle tentazioni della Lussuria, che gli propone una vita ben più facile.

La scelta dell’immagine non trasmette però il carattere irrevocabile delle grandi decisioni: in fondo Ercole avrebbe potuto scegliere la Virtù e poi rinunciare alle prime difficoltà, o farsi sedurre dalla Lussuria e poi pentirsi per riprendere il cammino della gloria. In politica internazionale, invece, questa caratteristica è sempre presente: una dichiarazione di guerra non può venire annullata con un telegramma, l’adesione (o l’uscita) da un’unione federale o da una moneta unica non può venire cancellata con un tratto di penna.

Nonostante questo, gli storici hanno riempito intere biblioteche di analisi su decisioni fatali prese dai decision-maker apparentemente senza alcuna valutazione razionale delle conseguenze. Un esempio fra tutti è naturalmente quello di un secolo fa, lo scoppio della prima guerra mondiale seguito all’attentato di Sarajevo del giugno 1914. La decisione del governo austriaco di inviare un ultimatum alla Serbia dopo l’uccisione dell’arciduca Francesco Ferdinando mise in moto una serie di reazioni a catena, con l’entrata in guerra di Russia, Francia, Germania e Inghilterra, che apparentemente le élite dirigenti di questi Paesi non avevano valutato nelle loro catastrofiche conseguenze. Non a caso un libro recente dello storico Christopher Clark è intitolato “I sonnambuli”, mentre il testo classico sullo scoppio dei conflitti nella storia rimane “La marcia della follia” di Barbara Tuchman.

Nel caso della prima guerra mondiale è chiaro che tanto l’Austria quanto la Serbia consideravano lo scontro come necessario per mantenere la propria identità: il proprio rango di grande potenza nel caso di Vienna, il proprio programma di riunificazione degli slavi del Sud in una Grande Serbia nel caso di Belgrado. Entrambi i governi erano prigionieri di miti politici che essi stessi avevano creato. La catastrofe, perfettamente visibile come conseguenza della scelta di entrare in guerra, non era sufficiente per dissuaderli da un corso d’azione legato a ciò che consideravano la propria essenza politica.

E oggi? Né la Merkel vuole conquistare il Partenone, né Tsipras vuole marciare su Berlino, ma i due Paesi sono divisi da qualcosa di più di conteggi da ragionieri: non va dimenticato che c’è una storia di occupazione tedesca e di una lunga e sanguinosa guerriglia durante la seconda guerra mondiale, che nessuno ha dimenticato. Per tutta la sinistra greca il simbolo dell’indipendenza nazionale è Manolis Glezos, che a 92 anni è ancora attivo e ascoltato per aver strappato la bandiera nazista dall’Acropoli, nel 1941. I cartelli dei manifestanti sono decorati volentieri di caricature dei leader tedeschi o di slogan come “Schauble e Merkel, non abbiamo paura di voi”. Tsipras deve fare i conti non solo con le promesse fatte agli elettori ma anche con i miti politici che per la sua gente contano più del prezzo del pane.

La situazione non è diversa a Berlino: i margini di manovra del governo tedesco devono tener conto di anni e anni di propaganda “antimediterranea” da parte della stampa popolare. Greci, spagnoli e italiani descritti come fannulloni, parassiti, latin lover che hanno beneficiato dell’euro a spese di chi paga le tasse in Germania. Governi di imbroglioni che hanno truccato i conti per ottenere quella moneta unica in nome della quale i tedeschi hanno rinunciato all’adorato deutsche mark, ben più di una moneta: il simbolo della loro rinascita dopo il 1945. Non occorre andare troppo lontano nello studio delle mentalità per capire quale sia la forza di questo mito politico: nella lingua di Goethe “debito” e “colpa” sono un’unica parola, Schuld. Non due parole distinte come in italiano o in inglese (debt e guilt) ma una sola. E l’inflazione, o anche solo la possibilità di un aumento dei prezzi, fa letteralmente perdere la testa a chi ricorda lo sfascio monetario del 1923, cioè tutti i tedeschi.

Quindi Tsipras e Merkel hanno tra le mani una bomba innescata, con una miccia molto corta. E potrebbero trovarsi rapidamente in una situazione in cui nessuno dei due potrebbe più andare davanti ai propri elettori e dire: “Abbiamo dovuto fare un accordo perché non c’era altra soluzione”. Ci vorrebbero due uomini di stato del coraggio di Churchill e De Gaulle per farlo.