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Lo Stato Islamico tenta di replicare in Libia lo scenario siro-iracheno

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Tripoli, Libia, martedì 27 gennaio 2015, ore 8:00 locali: un commando di uomini dell’ala tripolitana dello Stato Islamico (IS), nota ufficialmente come “Provincia di Tripoli”, fa esplodere un’autobomba di fronte al Corinthia Hotel ed irrompe nell’albergo uccidendo diverse persone, fra cui alcuni stranieri. Si tratta del primo attacco da parte dello Stato Islamico di Tripoli, con il quale esso non soltanto rende pubblica, in modo violento, la propria presenza nella capitale libica, ma solleva diversi interrogativi sulla reale situazione a Tripoli e sulle spaccature all’interno del Governo di salvezza nazionale. Al riguardo, un report pubblicato sul Wall Street Journal segnala che l’attentato al Corinthia Hotel evidenzia la punta dell’iceberg di questo conflitto tra l’IS a Tripoli e le altre formazioni islamiche che hanno il controllo (parziale) della Tripolitania. Secondo funzionari dell’antiterrorismo occidentale, citati dal quotidiano statunitense, l’IS in Libia ha approfittato dell’insuccesso dei gruppi islamisti in Libia, riempendo questo vuoto, come accaduto in Siria e Iraq.

La Libia è attualmente un Paese spaccato e in preda a una guerra civile. Vi sono due governi – il governo di salvezza nazionale di Omar al-Hasi, con base a Tripoli, e il governo Al-Thini, con base a Beida, nella Cirenaica. Vi sono due parlamenti – quello di Tripoli, noto come Assemblea Nazionale Generale (ANG), e quello di Tobruq, nella Cirenaica. E vi sono due forze armate – “Alba della Libia”, sostenute dal governo di Tripoli, e “Dignità della Libia”, guidate dal Generale Khalifa Haftar e sostenute dal Premier ad interim Al-Thini. In questo precario scenario si inserisce la minaccia jihadista, anch’essa spaccata fra l’IS in Libia e Ansar al-Sharia, che non ha ancora giurato fedeltà al leader dell’IS, Abu Bakr al-Baghdadi.

L’attentato di Tripoli mette in imbarazzo il governo di salvezza nazionale di Al-Hasi, il quale aveva ribadito più volte, nelle ultime settimane, che Tripoli era una città sicura, invitando le delegazioni diplomatiche a tornare nella capitale libica. Secondo quanto reso noto dall’agenzia stampa libica Lana (controllata dalle forze di Al-Hasi), l’attentato al Corinthia aveva come obiettivo lo stesso Al-Hasi, che in quel momento era all’interno dell’albergo, dove si tengono regolarmente anche le riunioni del suo governo. In effetti, però, l’IS di Tripoli ha ufficialmente rivendicato l’attacco contro l’hotel in quanto esso ospita “le delegazioni diplomatiche e le società di sicurezza crociate”, si legge nel suo comunicato.

L’attentato del Corinthia sembra essere un punto di non ritorno per l’attivismo dell’IS a Tripoli. Violenti scontri hanno avuto luogo, il 1° febbraio, lungo il confine con la Tunisia (nelle aree di El-Agelat e Al-Zawiya) tra le forze “Alba della Libia” e quelle di Haftar. Queste ultime si sono mobilitate per conquistare la città di Al-Zawiya e riprendere il controllo del valico di frontiera di Ras Agedir, a confine tra Tunisia e Libia.

Intanto, la “Provincia di Tripoli” dell’IS sta intensificando le sue azioni nella capitale libica, dopo aver consolidato la propria posizione a Derna, nella Cirenaica. L’IS di Tripoli è tornato ad attaccare, sempre il 1° febbraio, colpendo un secondo albergo ancora a Tripoli (il Rixos) con un’autobomba, e facendo esplodere un aereo da carico nell’aeroporto di Mitiga. Una fonte di sicurezza libica ha riferito al quotidiano tunisino Al-Chourouk che gli uomini dell’IS di Tripoli hanno imbottito di esplosivo l’aereo, in procinto di decollare verso il sud della Libia con a bordo aiuti.

Sul fronte est, a Derna sono in corso combattimenti fra i militari di Haftar e i gruppi jihadisti locali. A fine gennaio, riferiscono fonti di sicurezza libiche, è stato ucciso Faraj al-Sha’iri, capo del gruppo “Consiglio della Shura dei mujahidin di Derna”. A Benghazi non si fermano gli scontri tra le forze del Generale Khalifa Haftar e le milizie islamiste del Consiglio della Shura dei ribelli di Benghazi e Ansar al-Sharia. Ad accrescere la già critica situazione a Benghazi è giunta pochi giorni fa la notizia dell’annuncio in un quartiere della città di una “regione islamica”, da parte dell’ala locale dello Stato Islamico, nota ufficialmente come “Provincia di Barqa”. Uno degli sfollati di questo quartiere ha raccontato al sito web libico “Akhbar Libya 24” che l’organizzazione sta distribuendo materiale propagandistico nella zona, censendo anche la popolazione che è rimasta, con l’obiettivo di prenderne direttamente l’amministrazione.

Alla luce della grave escalation in Libia, l’inviato ONU nel Paese, Bernardino León, è tornato ad esortare tutti gli attori libici a raggiungere urgentemente un accordo per la soluzione pacifica della crisi. In caso contrario, ha dichiarato León, lo Stato libico è destinato al fallimento. Una dichiarazione che presagisce uno scenario siro-iracheno in Libia, con tutto ciò che ne consegue sul fronte economico, umanitario e di sicurezza; a cui va aggiunta la considerazione che, a differenza del teatro siro-iracheno, la crisi libica ha un impatto diretto non soltanto sulla regione del Nord Africa ma anche sull’Europa, e in particolare l’Italia. È una preoccupazione che ha spinto il Ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni, a intensificare la propria attività politico-diplomatica per cercare di favorire il successo del dialogo nazionale in Libia e scongiurare un ulteriore intervento armato, che oggi, rispetto al 2011, comporterebbe maggiori rischi dentro e fuori la Libia.