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Conversazione sulle transizioni arabe: intervista a Abu al-‘Ila Madi

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Fondatore del partito islamico moderato Wasat, Abu al-‘Ila Madi è uno dei protagonisti del nuovo Egitto nato dalla ceneri del regime di Mubarak. Nella linea politica del suo movimento non solo un forte richiamo al modello turco in materia di rapporti fra stato e religione, ma anche un nuovo ruolo per le società musulmane. In un mondo che si deve basare per forza sulla cooperazione fra paesi l’energia del mondo arabo può servire all’Occidente per trovare una via d’uscita dalla crisi.

Attivista già dagli anni Settanta all’interno dei movimenti studenteschi, Abu al-‘Ila Madi è stato a lungo membro del movimento della Fratellanza Musulmana. Nel 1996 è uscito dalle fila degli Ikhwan – i Fratelli musulmani – per fondare il Wasat (letteralmente “il centro”), movimento politico di ispirazione islamista che voleva partecipare attivamente alla vita politica egiziana. Su posizioni più moderate rispetto a quelle dei vertici della Fratellanza, Abu al-‘Ila Madi era in contrapposizione con la dirigenza tradizionale del Movimento che tendeva a tenere insieme da’wa, ovvero predicazione religiosa, e siasa, ovvero politica.

Contrariamente a questa visione, il Wasat ha deciso di occuparsi esclusivamente della sfera politica, lasciando alle autorità religiose il compito della predicazione. Nel 2004 è stato uno dei fondatori di Kifaya – letteralmente “basta” – movimento politico trasversale che già in quegli anni organizzava manifestazioni di strada per opporsi al regime di Hosni Mubarak e al ventilato trasferimento del potere a suo figlio Gamal. Dopo che più volte le autorità del vecchio regime hanno negato il riconoscimento del Wasat come partito, lo scorso febbraio questo è diventato tale, affermandosi come la prima formazione politica nata nell’era post Mubarak.

Islamista moderato, Abu al-‘Ila Madi crede che l’unica via di uscita dalla crisi globale sia quella della cooperazione tra le diverse società; cooperazione in cui devono prendere parte anche le società musulmane. Mentre l’Occidente è vittima della crisi queste ultime sono, infatti, attraversate da una primavera che mira a ridefinire i connotati della regione. Ammiratore del modello turco, Abu al-‘Ila Madi ritiene che debba esistere una chiara separazione tra stato e chiesa. Convinto, inoltre, di vivere all’ interno di un’epoca caratterizzata da interconnessioni, il fondatore del Wasat pensa che le nazioni arabe, pur mantenendo la loro indipendenza e autonomia, debbano adottare un atteggiamento pragmatico nei confronti degli altri stati. Davanti al fallimento del sistema capitalista, Abu al-‘Ila Madi sottolinea l’urgenza di trovare una terza via che possa garantire l’uscita dalla crisi e l’instaurazione di un sistema che tenga conto delle necessità del libero mercato e, in prima istanza, quelle dei cittadini.

Quale é stato  il ruolo giocato dall’Islam nei moment storici di trasformazione?

L’Islam ha sempre avuto un ruolo importante nella crescita culturale delle società nelle quali era presente. Nelle diverse cesure storiche ha cercato di spingere queste società a progredire sul sentiero della modernizzazione. A confermalo sono stati gli avvenimenti dei primi mesi del 2011: dalla Tunisia alla Libia abbiamo visto milioni di musulmani pronti a rovesciare regimi post-coloniali anacronistici. Il mondo intero ha capito che le società all’interno delle quali i principi e i valori dell’Islam sono ben radicati hanno avuto il coraggio di crescere politicamente, ribellandosi a regimi che cercavano di tenere i cittadini in uno stato di ignoranza, trasformandoli in sudditi. Anche se le rivolte non hanno avuto matrice islamista, la maggioranza dei protagonisti della primavera araba sono di fede musulmana e questo conferma che i fedeli di Maometto sono stati educati ad aspirare alla democrazia, a lottare per la libertà e sconfiggere la corruzione.

Come ha risposto l’Islam alla crescente americanizzazione della regione araba  avviatasi dopo la seconda guerra mondiale?

Negli anni Cinquanta gli Stati Uniti sono diventati un attore sempre più attivo nella nostra regione e, con il passare del tempo, sono divenuti sempre più presenti nella nostra quotidianità. Dall’ambito politico a quello socio-culturale, sia con i loro discorsi che con le loro politiche, gli Stati Uniti sono diventati sempre più incisivi. Ci siamo dovuti accertare che i principi di libertà, uguaglianza e democrazia predicati fossero realmente quelli che l’America voleva realizzare nella regione. Personalmente credo che sia necessario adottare un atteggiamento pragmatico con la Casa Bianca, instaurando una relazione che tenga conto del sistema globale nel quale viviamo. Serve un nuovo sguardo attraverso il quale osservare e interagire in questo mondo sempre più marcato dalle interconnessioni socio-politiche, economiche e culturali. Proprio poco dopo l’inizio dell’operazione irachena, a cavallo del 2003, anche la Fratellanza Musulmana aveva deciso di adottare un atteggiamento più pragmatico nei confronti di Washington. All’interno del piano di democratizzazione per il Medio Oriente, il presidente George W. Bush faceva pressioni sul regime del presidente Mubarak affinché facesse passi in avanti nel percorso che porta alla realizzazione della  democrazia. In  questo quadro, nelle elezioni del 2005, i rappresentanti della Fratellanza Musulmana ottennero un buon successo, eleggendo in parlamento tanti rappresentanti; un risultato che non avevano mai sperimentato in precedenza. Tuttavia non appena la Casa Bianca vide il successo di queste forze – impaurita dallo spauracchio islamista sventolato dall’ex presidente Mubarak e temendo l’instabilità regionale – decise di chiudere nuovamente gli occhi davanti alla brutale repressione del movimento islamista condotta dalle forze di sicurezza del regime. Di conseguenza, l’atteggiamento della Casa Bianca ha spinto i vertici della Fratellanza Musulmana a fare un passo indietro sul sentiero del pragmatismo appena intrapreso.

Come interpreta la cultura islamica questo periodo di crisi globale?

Dobbiamo comprendere che viviamo all’interno di un mercato globale che ci vede tutti coinvolti nelle vicende economiche del pianeta. Storicamente ogni cultura ha avuto un modello economico da seguire, ma in questa epoca la cooperazione è la chiave attraverso la quale si devono leggere e condurre le relazioni internazionali. In questo quadro rientra la cooperazione economica che deve guidare le diverse popolazioni verso la ripresa e la crescita. Solo incrementando la cooperazione si andrà verso uno sviluppo che coinvolga realmente tutti. Viviamo in un mercato globale ed è solo affrontando il problema in maniera globale che questo si risolverà. Non ha alcun senso cercare affannosamente soluzioni di breve  periodo e di corto raggio perché queste non funzionerebbero nel lungo periodo: ogni cultura deve portare la sua esperienza e proporre rimedi. Ai governanti dei diversi paesi spetta ora  il compito di raccogliere le proposte e rielaborarle. Solo da questa commistione può maturare la soluzione vincente. 

I principi della finanza islamica si fondano su un’interpretazione del Corano, ma quale dovrebbe essere la relazione tra stato e mercato in questa epoca globalizzata? 

Il concetto di finanza islamica, i suoi principi e la sua implementazione, non devono essere interpretati in maniera restrittiva, ma all’interno del contesto nel quale devono applicarsi e realizzarsi. Viviamo in un sistema di libero mercato aperto a quanti hanno mostrato intenzione di volervi partecipare e questo ci chiede di interagire con sistemi economici diversi. Allo stesso tempo però dobbiamo lavorare affinché il mercato garantisca buone condizioni di vita a tutti i soggetti che vi interagiscono. Il dinamismo e la mobilità sociale non devono diventare armi a doppio taglio.

Personalmente penso che ci debba essere un’equa distribuzione delle ricchezze all’interno delle diverse società: ogni essere umano deve vedersi garantite le risorse necessarie al suo sviluppo. Bisogna quindi adoperarsi affinché si trovi un equilibrio che riesca a soddisfare le necessità dell’economia di mercato combinandole con le esigenze dei cittadini. Non si tratta di soddisfare i bisogni delle elite, ma quelle di tutti i cittadini. A volgere questo ruolo regolatore deve essere lo stato, che deve assumersi la responsabilità di garantire questo equilibrio. Solo così il mercato non diventerà nemico dei suoi fruitori. 

Esiste un modello economico da seguire?

Dobbiamo uscire dagli schemi tradizionali con i quali abbiamo ragionato fino ad ora. Guardando la storia ci accorgiamo che nell’ultimo secolo da una parte ci veniva presentato e proposto il modello comunista e dall’altro un modello che metteva al centro esclusivamente le esigenze del mercato. Nel ventesimo secolo molti paesi arabi, tra i quali l’Egitto, hanno cercato di allinearsi su un sistema socialista o comunista. Poi, negli anni Settanta, si sono trasformati in regimi capitalisti. Ora è evidente che il capitalismo sfrenato non ha prodotto buoni frutti per tutti i membri della società. Molti personaggi corrotti ci hanno guadagnato, ma le rivolte di questi mesi dimostrano come coloro che sono insoddisfatti delle proprie condizioni di vita sono pronti a ribellarsi. E per farlo sono disposti anche a rischiare la vita. Gli esseri umani stanno chiedendo giustizia e prosperità e dobbiamo trovare un modello economico che riesca a soddisfare queste loro richieste. È ora di ragionare su una terza via.

Il modello adottato dal partito turco dell’AKP potrebbe essere una valida alternative utile anche ai paesi ora in transizione?

Certamente, penso che il modello turco sia un esempio da seguire. All’inizio del ventesimo secolo la Turchia ha chiuso il capitolo del califfato ottomano e ha inaugurato una nuova era basata sul laicismo. Molti paesi della regione dovrebbero seguire questo esempio, non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello politico. La Turchia dovrebbe essere un modello di ispirazione per i paesi musulmani che mirano ora ad avviarsi verso un reale processo di democratizzazione perché in questo paese il rapporto tra stato e religione è regolato correttamente. Quello turco è stato il modello seguito dal Wasat dal momento della sua creazione: l’Egitto che abbiamo in mente dovrebbe essere un paese aperto, moderato, pronto a interagire con altri attori della sfera internazionale. Prendiamo gli Stati Uniti per esempio. Dobbiamo avere una relazione con loro. Non dobbiamo ridurci a diventare loro satelliti, ma possiamo essere patner; abbiamo interessi comuni da realizzare, ricordandoci sempre di rimanere autonomi e indipendenti. Vogliamo interagire con loro, ma in maniera diversa da come faceva il regime del presidente  Hosni Mubarak. Il vecchio raís era un satellite della Casa Bianca e faceva tutto quello che gli Stati Uniti volevano pur di mantenere in vita il suo regime. Questo non è più accettabile.

La storia economica evidenzia che le società moderne sperimentano il take off verso una crescita sostenuta soltanto quando le donne vengono pienamente integrate nel mercato del lavoro. Come si pone tale questione nei paesi attraversati dalla primavera araba?

Le donne si sono dimostrate protagoniste di questa stagione. In strada, all’interno delle loro famiglie, nei posti di lavoro e nelle fila dei gruppi nei quali militavano. Penso che il loro contributo possa essere determinante per il futuro delle transizioni in corso e per la crescita dei paesi della regione dal punto di vista sociale, economico e politico. Credo che in questo momento dovremmo davvero fare di tutto per facilitare il loro inserimento nel mondo del lavoro. Per fare ciò dovremmo garantire loro una serie di diritti che le tuteli e che le metta nelle reali condizioni di poter lavorare e farlo nel migliore dei modi.

La maggior parte della popolazione araba è giovane. Quale sarà il contributo di questo settore della società alla transizione dei paesi attraversati dalla primavera araba?

Noi adulti, e con noi quanti hanno in mano la transizione, dovremmo cercare di dare un futuro a tutti questi giovani. È stato evidente a tutti noi che, fra le richieste di chi è sceso in strada in questi mesi, vi è anche la domanda di un posto di lavoro. Penso che i nuovi governi avrebbero tutti gli interessi a soddisfare questa necessità: per fare crescere l’economia e beneficiare delle conoscenze e delle abilità di tutti questi ragazzi e ragazze, conviene investire sui giovani. Loro sono un tesoro dal quale potrebbero attingere tutti i cittadini dei paesi attraversati da questa primavera.