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Come e perché restare ancora in Afghanistan

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La domanda è legittima. Ha ancora senso la missione in Afghanistan? Perché se davvero pensassimo – dopo otto anni di intervento americano e della NATO – che questa guerra è stata già persa o finirà per essere persa comunque, sacrificare altre giovani vite non avrebbe alcun senso.

La domanda è legittima, quindi. Anzi, è doveroso che se la pongano – insieme – le classi politiche dei paesi impegnati sul terreno. Il problema è che la risposta non è semplice. Se infatti si evitano le tesi di maniera (l’Afghanistan come nuovo Vietnam, per chi sostiene il ritiro; le statistiche aride e controfattuali sui progressi compiuti, per chi vuole restare), la discussione diventa assai complicata. Ma conduce a un punto di arrivo: le ragioni per continuare il conflitto sono più solide delle ragioni per rinunciare.

Cominciamo dai punti fermi. Non siamo in Afghanistan per costruire una nuova Svizzera, una democrazia alla Westminster. Ce lo siamo raccontati per un pò, ma non è mai stato vero – o realistico. L’intervento iniziale degli Stati Uniti, dopo l’11 settembre, è stato volto a smantellare lo Stato rifugio di al Qaeda. Per l’America, si è quindi trattato – come del resto riconosciuto dalle Nazioni Unite – di un intervento di “auto-difesa”. La missione successiva della NATO (sempre con il mandato del Consiglio di sicurezza) è stata finalizzata a stabilizzare questo risultato iniziale, appoggiando un governo afgano in grado di funzionare. Possiamo dare per raggiunti questi obiettivi? Certamente no. E il paradosso è che sembrano più lontani oggi di quanto fossero nel 2002.

Per effetto dell’intervento americano in Afghanistan, al Qaeda ha traslocato nelle aree tribali al di là della linea Durand. Con il risultato che il principale interesse degli Stati Uniti in Afghanistan è da una parte aumentato e dall’altro è diventato indiretto: impedire il contagio del Pakistan, paese nucleare; e contenere il ritorno dei talebani in Afghanistan dalle retrovie della cintura Pashtun (ormai bombardate dai raid ordinati da Obama).

Sono obiettivi importanti per la sicurezza occidentale? Lo sono, a meno che non si continui a immaginare (sbagliando) che la sicurezza sia solo la difesa virtuale dei nostri confini. Come ai tempi della guerra fredda, i tempi andati.

Tuttavia – sostengono i fautori del ritiro delle forze di terra – questi stessi obiettivi potrebbero essere conseguiti in modo diverso: comprandosi la complicità dei poteri tribali locali e per il resto bombardando gli “irriducibili” con raid aerei mirati. In sostanza, limitandosi a una guerra dall’alto, combinata a operazioni di forze speciali e assassini mirati (per chiamarli con il loro nome): quel tipo di guerra che provoca una quantità di vittime civili, ma in compenso risparmia le nostre; quel tipo di operazioni che si collocano sempre ai limiti della legalità.

C’è chi vorrebbe uno scambio del genere. Ma sarebbe importante ricordare che le missioni di contro-insurrezione sono fallite, storicamente, proprio quando il disinteresse per le vittime civili del paese che in teoria si voleva “salvare” ha superato qualsiasi livello di guardia. Le perdite occidentali, per quanto estremamente dolorose, non sono di per sé il segnale del fallimento di una missione. Il rapido aumento di quelle locali sicuramente lo è, per la ragione molto semplice, anzi scontata, che produce l’alienazione della popolazione.

La domanda ulteriore è se gli interessi di sicurezza prima ricordati siano americani, non europei. Saremmo in Afghanistan, secondo una tesi, soltanto perché ci sono gli Stati Uniti. Da un certo punto di vista, è vero che la missione è stata dettata da Washington; dall’altro, è indubbio che la stabilità del quadrante Afghanistan-Pakistan influenza e influenzerà anche la sicurezza europea. E quindi: o abbiamo deciso di potercela cavare da soli, quanto a sicurezza; o dobbiamo fare in modo che la missione in Afghanistan non segni anche la crisi della NATO. Se scegliessimo la strada dei ritiri unilaterali, quest’esito diventerebbe probabile. Anche perché, per Obama, non si tratta di una prova qualsiasi; si tratta di un test cruciale, visto che il presidente democratico americano ha fatto dell’Afghanistan la sua guerra “giusta” e “necessaria”, in opposizione all’Iraq.

Il fatto che si tratti di una “guerra giusta” non significa di per sé che sarà vinta. E allora facciamoci la domanda essenziale: esiste ancora la possibilità di conseguire dei progressi limitati ma realistici e sostenibili? La risposta dipende da tre condizioni. Primo, la legittimità (per gli afgani) dell’assetto politico – cosa che Karzai, specie dopo i brogli elettorali, non garantisce. Favorire la nascita di un governo più ampio, che in Europa definiremmo di coalizione, diventa essenziale. Secondo, la formazione di forze di polizia e di sicurezza con qualche vera capacità di controllo del territorio e della criminalità: qui, sono anzitutto gli europei a potere e dovere fare di più. Terzo, l’esistenza di accordi regionali (con Pakistan, ma anche Iran, Cina, India e Russia) che permettano di contenere il problema.

Si dirà che sono cose ovvie, note da anni, e che non siamo mai riusciti a conseguire. Ma restano vere; così come resta vero che non abbiamo ancora tentato di mettere insieme tutta l’attenzione politica e tutte le risorse necessarie (militari ed economiche) per avere l’appoggio di una popolazione che si senta aiutata davvero dalla nostra presenza. Proprio quando Barack Obama ha deciso di fare quello che abbiamo chiesto per anni agli Stati Uniti (una revisione strategica, mirata a questo obiettivo), non possiamo tirarci indietro.

Il consenso per la missione in Afghanistan si sta erodendo, nelle opinioni pubbliche: in America, in Germania, in Italia. E’ indispensabile che i governi spieghino di nuovo – in termini razionali – perché è essenziale restare. Al tempo stesso, vanno definiti i parametri  che ci permettano di misurare, di qui in poi, se stiamo o meno facendo dei progressi concreti verso ciò che definiamo “afganizzazione”. Il che significa “responsabilizzazione” degli afgani stessi.

Queste sono le premesse di una exit strategy futura condivisa: lo scenario meno peggiore possibile. Alternative migliori, ritiro immediato incluso, non ci sono.

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