Sei partiti di opposizione supereranno lo sbarramento del 3,25% alle elezioni israeliane del 27 ottobre, secondo gli ultimi sondaggi. Quattro di questi partiti – Yashar, Beyachad, Yisrael Beitenu e HaDemokratim – hanno formato il cosiddetto ‘blocco del cambiamento’, il cui collante principale è quello di voler rimpiazzare Benjamin Netanyahu e la sua coalizione religiosa e di estrema destra nella prossima legislatura.
Oltre a decidere di coordinarsi e contribuire a un futuro programma di governo comune, si sono anche impegnati a lavorare insieme per portare il maggior numero possibile di elettori alle urne. Essendo un gruppo eterogeneo di partiti centristi, di destra e di centro-sinistra, hanno naturali divergenze programmatiche, ma anche varie posizioni comuni su temi cruciali della campagna elettorale, come l’istituzione di una commissione indipendente sull’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 o la leva obbligatoria per i giovani ultraortodossi. Sempre secondo i sondaggi finora effettuati, il blocco non raggiungerebbe la soglia di maggioranza assoluta in parlamento (la Knesset) di 61 seggi.
Un’opzione per raggiungerla sarebbe trovare un accordo con i partiti a maggioranza arabo-israeliana – HaReshima HaMeshutefet e Ra’am – quando i risultati elettorali saranno chiari. Ma sinora il ‘blocco del cambiamento’ dice di essere contrario ad una coalizione con questi partiti, seppure con posizioni differenti.
Yashar
Yashar, che in ebraico significa “onesto” o “retto”, è il più grande partito di opposizione, dato regolarmente testa a testa con il Likud di Benjamin Netanyahu. Fondato dall’ex capo di stato maggiore delle forze armate israeliane Gadi Eisenkot circa un anno fa, il partito è identificato completamente con la figura del suo leader, che vanta una lunga carriera nell’esercito, ma è relativamente nuovo alla politica.
Eisenkot è stato eletto per la prima volta alla Knesset nel 2022 con il partito Unità nazionale. Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre è entrato nel gabinetto di guerra di Netanyahu, per poi uscirne otto mesi dopo in polemica con l’approccio del premier alla guerra e, soprattutto, alla questione degli ostaggi. Accusava infatti il premier di muoversi soltanto in base a considerazioni politiche e, in particolare, di essere troppo influenzato dai due ministri nazionalisti religiosi, Itamar ben-Gvir e Bezalel Smotrich. Questo, secondo lui, aveva impedito al gabinetto di guerra di prendere decisioni sufficientemente rapide. Sugli ostaggi, Eisenkot ha criticato Netanyahu per non aver dato la priorità alla loro liberazione, sostenendo che solo un accordo con Hamas li avrebbe riportati a casa – contrariamente a quanto ha regolarmente affermato Netanyahu e cioè che la pressione militare avrebbe convinto Hamas a rilasciarli.
Inoltre, Eisenkot nella guerra di Gaza ha perso un figlio e due nipoti, tutti richiamati dall’esercito: molti israeliani empatizzano dunque con la sua esperienza dolorosa negli avvenimenti della storia israeliana recente.
Questa percezione è particolarmente rilevante considerando che la gestione del 7 ottobre e della liberazione degli ostaggi è una dei temi centrali della campagna elettorale. Una delle proposte principali di Yashar è la creazione di una commissione indipendente d’inchiesta che faccia luce sul catastrofico fallimento di sicurezza e di intelligence che non ha impedito l’attacco di Hamas. Chiesta a gran voce dalle famiglie degli ostaggi e dai partiti di opposizione durante l’ultima legislatura, l’istituzione di tale commissione è stata sempre osteggiata dal governo Netanyahu.
Altro tema chiave del dibattito politico è la leva obbligatoria per i giovani ultraortodossi. Gli sforzi della coalizione uscente, di cui fanno parte due partiti ultraortodossi, di esentare per legge gli studenti delle yeshiva, si sono sempre scontrati con la ferma opposizione della Corte Suprema che sostiene debbano essere arruolati.
La proposta di Yashar è molto netta: una legge sul «Servizio nazionale per tutti», integrando le comunità ultraortodosse e arabe in percorsi di servizio compatibili col loro stile di vita e convinzioni religiose, innanzitutto nelle forze armate, ma anche con un servizio civile, nei casi già previsti dalla legge.
Eisenkot chiede una rivisitazione della dottrina di sicurezza nazionale del Paese, con un rafforzamento della protezione dei “confini” e l’obiettivo di far diventare Israele una potenza regionale. Parla infatti di superare quella che considera una gestione della sicurezza “tampone”, sostituendola con una strategia di lungo periodo. Al contempo, promette di lavorare per la pace e il rafforzamento della posizione di Israele nel mondo. In particolare, l’ex generale si è impegnato a smantellare l’ala militare di Hamas da Gaza attraverso il piano di Trump per la Striscia (in stallo però dal settembre 2025, quando fu annunciato con i suoi venti punti) o con la forza militare in 18 mesi, se diventasse premier, accusando Netanyahu di aver fallito questo obiettivo strategico.
Non è chiaro, però, come intenda affrontare la questione palestinese. Si oppone all’annessione della Cisgiordania e intende reprimere la violenza dei coloni contro i palestinesi nella regione occupata. Tuttavia, è a favore delle colonie considerate legali dallo Stato di Israele, ma contro alcuni specifici progetti di ampia espansione di questi insediamenti. Inoltre, Eisenkot si è dichiarato contrario alla soluzione dei due Stati o di uno Stato binazionale.
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Oltre al tema della sicurezza, il costo della vita è in cima alle preoccupazioni dell’elettorato israeliano. Yashar promette investimenti pubblici su infrastrutture e servizi come pure una serie di incentivi, come agevolazioni per la casa e crediti di imposta, per chi sostiene il peso della sicurezza e dell’economia nazionale – evidente riferimento agli ultraortodossi che non si arruolano né lavorano per lo Stato o nei circuiti normai dell’economia.
Se Eisenkot otterrà il mandato di formare un governo senza maggioranza assoluta in parlamento, opterà per un esecutivo di minoranza. Questo però potrà ottenere l’investitura solo con le astensioni dei partiti arabi e, probabilmente anche, di alcuni deputati di altri partiti dell’attuale maggioranza.
Beyachad
Beyachad, “Insieme” in ebraico, è un’alleanza elettorale nata negli scorsi mesi tra due partiti guidati da due ex-primi ministri: Yesh Atid di Yair Lapid e “Bennet 2026” di Naftali Bennet. Bennet è stato premier dal 13 giugno 2021 al 1° luglio 2022. Lapid gli è succeduto rimanendo in carica fino al 29 dicembre 2022, quindi prima di quest’ultimo governo di Netanyahu. L’intento iniziale dei due politici era quello di formare una lista elettorale anti-Netanyahu più ampia, includendo anche Eisenkot, che rappresentasse un blocco riformista.
Il nuovo partito, che non ha pubblicato un programma elettorale, cerca di coniugare la base centrista e laica di Lapid con quella nazionalista e di destra di Bennet. Beyachad sostiene con forza la creazione della commissione d’inchiesta sul 7 ottobre e la leva obbligatoria dei giovani haredim nelle forze armate, ma con meno possibilità di essere esentati rispetto a quanto proposto da Eisenkot.
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Bennet, che tra i due fondatori è il leader del nuovo partito, ha escluso in varie occasioni un’alleanza con i partiti arabi. Per quanto riguarda la Palestina, Bennet è completamente contrario alla soluzione dei due stati, mentre Lapid, che invece l’ha storicamente sostenuta, è ora più cauto. Dice che non è una prospettiva morta e sepolta, ma dopo il 7 ottobre ha sostenuto che la realizzazione di tale progetto è rinviato significativamente perché prima Israele deve assicurarsi di poter proteggere adeguatamente i propri cittadini
Sebbene con dei distinguo rispetto a Yashar, che spinge per un rafforzamento delle istituzioni attraverso modifiche giuridiche semi-costituzionali, Bennett e Lapid propongono una serie di riforme istituzionali, in particolare per porre fine ai continui scontri tra governo e Corte suprema, visti nella passata legislatura.
In materia di sicurezza e politica estera, il partito sostiene una linea ferma nei confronti dell’Iran e il sostegno ad azioni militari, laddove ritenute necessarie, pur favorendo al contempo iniziative diplomatiche a seguito di tali operazioni.
HaDemokratim
Il partito ha le sue radici nel partito laburista da cui provengono molti dei leader storici di Israele nei primi decenni della sua esistenza, ma che successivamente ha perso l’appoggio di gran parte del suo elettorato. Si definisce sionista, come peraltro gli altri tre partiti del ‘blocco del cambiamento’ liberale democratico e rappresenta l’elettorato ebraico-israeliano di centro-sinistra.
È d’accordo con gli altri partiti con la necessità di smantellare Hamas da Gaza, una distribuzione più equa del peso degli obblighi militari e la commissione di inchiesta sul 7 ottobre. Il suo leader, l’ex generale ed eroe di guerra Yair Golan, ha criticato ferocemente la condotta del conflitto a Gaza del governo uscente, sostenendo che sarebbe potuta finire nel febbraio del 2024.
I democratici sono l’unico partito, dei quattro sionisti di opposizione, che appoggia la soluzione due popoli-due Stati per porre fine al conflitto coi palestinesi. È contro l’ulteriore espansione di colonie in Cisgiordania ed ha ripetutamente condannato le violenze dei coloni, definendole «terrorismo ebraico».
Yisrael Beitenu
Il partito ‘Israele è la nostra casa’ è stato fondato da Avigdor Liberman, politico di destra di lungo corso ed ex braccio destro di Netanyahu, nel 1999. La sua base elettorale è composta prevalentemente da israeliani laici, di destra e da immigrati dall’ex Unione Sovietica. A causa delle varie ondate migratorie da quei Paesi, la popolazione russofona – lo stesso Liberman è nato e cresciuto in Moldavia – è di circa 1.300.000 persone, il 15% degli israeliani.
Yisrael Beiteinu combina una linea intransigente in materia di sicurezza e politica estera con una forte impronta laica nei rapporti tra Stato e religione. Per quanto concerne il primo aspetto, la soluzione proposta al conflitto con i palestinesi si basa su scambi di popolazione e sulla creazione di due Stati etnicamente omogenei. Yisrael Beytenu sostiene inoltre politiche economiche liberiste e si impegna a favorire il mondo degli affari. Una questione di primaria importanza per il partito è il sistema di governo in Israele: per ovviare all’instabilità, il partito propone l’adozione di un sistema presidenziale.
Inoltre, intende promuovere una legge che impedisca ai politici sotto inchiesta di ricoprire la carica di primo ministro. Liberman ha respinto la proposta di Gadi Eisenkot di formare un governo di minoranza, ma considera il Likud senza Netanyahu come un possibile partner di coalizione e per lo meno di poter contare sull’appoggio di alcuni parlamentari del Likud per la nascita di un governo alternativo a quello uscente.
HaReshima HaMeshutefet
La “Lista Unita” riunisce i tre partiti Hadash, Balad e Ta’al, che insieme al partito Ra’am ambiscono a rappresentare la nutrita minoranza di cittadini arabo-israeliani – il 20% della popolazione del Paese.
A fine agosto, la Commissione elettorale centrale, un organo ufficialmente indipendente ma espressione del parlamento esistente dove i partiti di destra hanno la maggioranza, aveva squalificato tutti questi partiti. Una settimana dopo però sono stati reintegrati nella corsa elettorale da una sentenza della Corte Suprema.
La priorità della Lista Unita è la lotta alla criminalità organizzata che affligge la società arabo-israeliana, un problema enorme per tutto Israele, ma poco sentito dalla coalizione di governo uscente e, secondo la Lista Unita, anche dai governi precedenti, tutti accusati di aver fatto troppo poco per arginare il fenomeno.
I tre partiti non sono su posizioni ideologiche perfettamente sovrapponibili. Hadash può essere definito come un partito socialista, Balad come un partito nazionalista-arabo e Ta’al con posizioni intermedie tra i due. Oltre che per la lotta al crimine organizzato, la Lista Unita si batte per l’uguaglianza dei cittadini arabo-israeliani e per maggiori finanziamenti per la popolazione di etnia araba e le amministrazioni locali. La minoranza araba si sente di fatto discriminata in termini di sicurezza (scarso impegno delle autorità nel contrastare il fenomeno della criminalità organizzata); politiche abitative (scarsità di permessi di edificazione); investimenti per l’istruzione e per le infrastrutture.
La Lista sostiene la creazione di uno Stato palestinese. A questo scopo, l’intento dichiarato è quello di battersi per la ripresa dei negoziati con la dirigenza palestinese. Tuttavia, Balad si è storicamente opposto all’idea di mantenere l’attuale struttura politica di Israele come Stato ebraico, sostenendo invece la creazione di uno Stato unico fondato sull’uguaglianza tra i cittadini.
I tre partiti sono aperti a sostenere dall’esterno un governo alternativo a quello di Netanyahu, ma senza entrare in coalizione e a condizione che si perseguano politiche a sostegno della comunità arabo-israeliana e si avvii un percorso verso la creazione dello Stato palestinese.
Ra’am
Il quarto partito arabo-israeliano ha deciso di correre da solo alle prossime elezioni sebbene condivida in linea di principio la maggior parte degli obiettivi della Lista unita.
Ra’am sostiene la creazione di uno Stato palestinese con Gerusalemme Est come capitale lungo i confini del 1967, la fine dell’occupazione in Cisgiordania e lo smantellamento degli insediamenti. Chiede inoltre la liberazione dei prigionieri palestinesi e il riconoscimento del diritto al ritorno dei profughi palestinesi. Il partito rivendica il riconoscimento degli arabi israeliani come minoranza nazionale e l’inclusione dei loro diritti nelle Leggi fondamentali dello Stato. Ra’am chiede inoltre di colmare il divario nell’istruzione tra il sistema scolastico arabo e quello ebraico, sostenendo sia la creazione di un’università araba sia lo sviluppo di zone industriali in prossimità delle comunità arabe.
Il suo leader Mansour Abbas ha perseguito una strategia politica più pragmatica rispetto alla Lista unita, ponendo l’accento sugli interessi dei cittadini arabi all’interno di Israele, pur sostenendo la creazione di uno Stato palestinese e la fine del conflitto israelo-palestinese.
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Ra’am punta chiaramente ad andare al governo insieme alla coalizione dei quattro partiti anti-Netanyahu. In una mossa senza precedenti, il partito ha candidato l’ex esponente della polizia e deputato Yoav Segalovitz, ex esponente del partito centrista Yesh Atid di Yair Lapid. L’inserimento di un candidato ebreo nella lista del partito arabo è stato ampiamente interpretato come un tentativo di rendere Ra’am un partner di coalizione più accettabile. D’altro canto, Ra’am è l’unico partito arabo ad aver mai fatto parte di una coalizione di governo — quella guidata da Naftali Bennett e Yair Lapid nel 2021.