Netanyahu e l’arte di rendersi indispensabile

Alla vigilia del voto, la maggioranza degli israeliani non vuole più Benjamin Netanyahu alla guida del governo. Eppure, il premier che era al potere il 7 ottobre 2023 cerca un settimo mandato, forte di quelli che rivendica come successi militari, di una coalizione compatta e delle divisioni di chi vorrebbe sostituirlo. Netanyahu è stato diciannove anni complessivi al potere: più di chiunque altro, David Ben-Gurion compreso. Nell’immaginario dei sostenitori, e forse nella rappresentazione che lo stesso premier ha di sé, la distinzione tra la sopravvivenza di Israele e la sua permanenza al governo si è fatta sempre più sottile. Il voto di martedì 27 ottobre mette alla prova questa sovrapposizione.

 

La responsabilità negata

«Dobbiamo liberarci del governo di Bibi, di questo governo orribile che ha provocato così tante catastrofi per il popolo di Israele», dice Lior Alon, sopravvissuto al massacro del 7 ottobre. Quel giorno è rimasto per sedici ore in una stanza antirazzo nel kibbutz Be’eri, mentre la sua casa bruciava e i suoi vicini e amici venivano uccisi.

La sua è una voce tutt’altro che isolata. Secondo un sondaggio di N12, il 65% degli israeliani ritiene che Benjamin Netanyahu abbia una responsabilità personale rilevante per quanto accaduto il 7 ottobre, e il 75% attribuisce al governo responsabilità dei fallimenti che resero possibile il massacro. Ciononostante, Netanyahu è l’unico tra i massimi responsabili politici, militari e della sicurezza a non aver ammesso alcuna parte di colpa per il 7 ottobre, né certamente neppure ipotizzato di lasciare l’incarico.

Gli uomini che quel giorno guidavano gli apparati hanno seguito un’altra strada. Il capo dell’intelligence militare Aharon Haliva ha riconosciuto il mancato allarme e si è dimesso nell’aprile 2024; il capo di Stato maggiore Herzi Halevi ha ammesso il fallimento dell’esercito e ha lasciato nel marzo 2025. Lo stesso hanno fatto il direttore dello Shin Bet Ronen Bar, e tra i militari il comandante del fronte meridionale Yaron Finkelman, quello della Divisione Gaza Avi Rosenfeld e il capo dell’Unità 8200 Yossi Sariel.

Il primo ministro, che per tre anni ha incontrato sopravvissuti, famiglie dei rapiti e gli ostaggi liberati, non ha mai riconosciuto davanti a loro una responsabilità del proprio governo, e ha intanto respinto l’istituzione di una commissione statale d’inchiesta indipendente, che il 71% degli israeliani ebrei chiede al prossimo governo.

Già nell’ottobre 2023 Netanyahu aveva tentato di attribuire all’intelligence la responsabilità dell’attacco, salvo ritrattare poche ore dopo. Da allora la negazione si è innestata sul racconto dello «Stato profondo», nato negli anni dell’incriminazione per corruzione ed esteso ora al disastro della sicurezza: magistrati, procuratori, capi della polizia e dei servizi, compresi uomini che lui stesso aveva nominato, vengono descritti da Netanyahu come ingranaggi di un establishment deciso a scaricare su di lui le proprie colpe.

Secondo le rilevazioni di Omer Yair, ricercatore dell’Università Reichman, nell’aprile 2026 quasi il 30% degli israeliani condivideva la teoria del complotto secondo cui i vertici della sicurezza avrebbero deliberatamente nascosto a Netanyahu informazioni sull’imminente attacco di Hamas per danneggiarlo politicamente. Tra gli elettori della coalizione di governo, la percentuale aveva raggiunto circa il 50% alla fine del 2025.

Per il resto del Paese, invece, la lunga fuga di Netanyahu dalle proprie responsabilità è diventata la sua colpa più visibile.

 

Il ritorno di «Mister Sicurezza»

Per trent’anni Netanyahu è stato «Mister Sicurezza», il soprannome con cui è noto in Israele e all’estero, ed è questa l’immagine che oggi cerca di ricostruire. Le guerre successive al 7 ottobre gli hanno fornito il materiale: i cercapersone esplosi di Hezbollah e l’uccisione di Hassan Nasrallah, il crollo di Assad in Siria, fino agli attacchi diretti al programma nucleare iraniano con l’operazione Roaring Lion. Alle Nazioni Unite, a settembre, ha mostrato dal podio uno di quei cercapersone, come un attore che esibisce l’oggetto di scena su cui poggia l’intera rappresentazione. Nel giorno dell’anniversario del massacro, che ha trascorso lontano dalla scena pubblica, nei gruppi WhatsApp della destra circolava un elenco dei successi del suo governo.

Agli occhi degli elettori, tuttavia, il merito dei successi militari spetta soprattutto a chi li ha conseguiti sul campo: dopo Roaring Lion il 92% degli israeliani ebrei giudicava positivamente l’operato dell’esercito, mentre soltanto il 38% approvava quello del governo che aveva ordinato l’operazione. Né quei successi hanno dissipato la sensazione di una guerra incompiuta: meno di un israeliano su cinque crede che a Gaza sia stata raggiunta la «vittoria totale» promessa dal premier, e Hamas, dopo tre anni, è ancora lì.

 

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È proprio sulla sicurezza che il premier ha costruito la campagna. Il 29 settembre, in un video diffuso dalla base aerea di Tel Nof, proprio alla vigilia del tentativo di dirottamento sul volo Dubai-Tel Aviv, Netanyahu ha avvertito che i nemici di Israele avrebbero potuto attaccare il Paese prima delle elezioni.

I sostenitori vi riconoscono un leader che continua a vigilare, ma l’allarme ha suscitato polemiche tra i critici, che lo accusano di fabbricare un’emergenza permanente. Il presidente della Commissione elettorale centrale, il giudice Noam Sohlberg, vicepresidente della Corte suprema, ha poi ordinato al premier di rimuovere il video dai propri account social personali, ritenendo che contenesse elementi di propaganda elettorale. La Elections (Modes of Propaganda) Law distingue infatti tra la normale comunicazione politica e l’uso a fini di voto delle risorse, delle strutture e dei simboli dello Stato, che è vietato. Il video conteneva un messaggio di sicurezza nazionale ed era stato girato in una base militare a bordo di un velivolo dell’Aeronautica, perciò la Commissione ha ritenuto che l’autorevolezza istituzionale delle Forze armate fosse messa al servizio della candidatura del premier. La scelta comunicativa di Netanyahu, del resto, non è casuale. Tra gli elettori ebrei la sicurezza è il primo criterio di voto, indicato dal 39%.

Sui manifesti del Likud campeggia Yamin o Falastin, «La destra o la Palestina»: secondo questo messaggio qualsiasi governo alternativo diventerebbe ostaggio dei partiti arabi e anticamera di uno Stato palestinese.

Su questo terreno, tuttavia, il premier non ha più il monopolio: il suo principale sfidante, Gadi Eisenkot, è un ex capo di Stato maggiore passato in pochi mesi da outsider a favorito con una campagna sobria. Allo slogan del Likud ha risposto con un video intitolato Yamin ze Falastin, «La destra è la Palestina», accusando il premier di aver rafforzato Hamas per diciassette anni.

Eisenkot deve però dividere lo spazio dell’opposizione con Naftali Bennett e Avigdor Liberman – entrambi fuoriusciti dal partito di Netanyahu – e in questa pluralità di avversari il «mago» della politica israeliana ritrova il suo terreno.

 

La macchina del consenso

Là dove il racconto della sicurezza si ferma, interviene la risorsa che Netanyahu padroneggia meglio di chiunque altro: la conoscenza minuziosa dei meccanismi della politica israeliana. La sua base è una coalizione sociale costruita in decenni, fatta di elettori mizrahi, ceti popolari tradizionalisti, coloni e ultraortodossi, tenuti insieme da un risentimento sapientemente coltivato verso l’establishment laico e liberale.

Anche se tra gli alleati di Netanyahu i partiti ultraortodossi sono un punto di frizione con il resto del Paese: il 72% degli israeliani ebrei vorrebbe imporre loro il servizio militare, ma la coalizione di governo ne ha finora difeso l’esenzione per conservarne il sostegno.

Il Likud, intanto, si è trasformato a immagine e somiglianza del suo leader. In Israele le primarie non sono obbligatorie, e per queste elezioni il Likud è uno dei soli due partiti che hanno lasciato agli iscritti la scelta di una parte significativa della lista. Il suo presidente, però, ha sottratto al voto degli iscritti un numero crescente di posti: Netanyahu ne sceglieva personalmente due nel 2015, cinque nel 2022, e nel 2026 ben otto (i sondaggi attribuiscono ventuno seggi al Likud), in posizioni che offrono elevate probabilità di entrare alla Knesset. Questo potere permette al premier di premiare i fedelissimi e rafforzare il proprio controllo sul partito. Chi aveva provato a costruirsi un seguito autonomo, da Bennett a Liberman, ha finito per andarsene. Ne risulta un Likud ora più disciplinato e compatto.

La strategia elettorale del Likud riflette questa condizione ed è costruita per evitare la dispersione dei voti del blocco di destra. In Israele, dove la soglia di sbarramento è fissata al 3,25%, una lista che non la supera resta esclusa dalla Knesset e i suoi voti non vengono conteggiati nella distribuzione dei seggi. Per Netanyahu, il rischio è che migliaia di elettori della destra votino per formazioni troppo piccole per entrare in Parlamento, privandolo dei seggi necessari a costruire una maggioranza. È in questa logica che il premier ha sostenuto l’accordo elettorale tra il Sionismo Religioso di Bezalel Smotrich e Zehut di Moshe Feiglin. Il Likud ha inoltre sottoscritto con la lista di Smotrich un accordo per la ripartizione dei voti residui, che può favorire l’assegnazione di seggi aggiuntivi qualora entrambe le liste superino lo sbarramento.

Dalle sue tribune preferite, prima fra tutte l’emittente amica Channel 14, Netanyahu riduce poi il voto a un duello con Eisenkot; è una cornice che toglie spazio a chiunque, a destra, possa sottrargli consensi, a cominciare dal nuovo partito dell’ex generale Ofer Winter, che il Likud ha preso di mira e che oggi oscilla appena sotto la soglia.

Un manifesto del Likud della campagna elettorale del 2019.

 

Una minoranza consistente

I sondaggi raccontano due storie che corrono in parallelo. La prima è quella di un dissenso personale: a giugno il 61% degli israeliani riteneva che Netanyahu non dovesse ricandidarsi. Il Likud, che nel 2022 aveva conquistato 32 seggi, è oggi accreditato di una decina in meno, ed è superato in quasi tutte le zone di Israele dal partito di Eisenkot.

La seconda è quella della capacità di resistere che caratterizza il più longevo leader della storia israeliana. Con il proporzionale in Israele gli elettori scelgono liste di partito, e a decidere chi governa è la somma dei seggi che ciascuno schieramento riesce a mettere insieme alla Knesset. Il blocco di Netanyahu, che riunisce Likud, ultraortodossi e destra nazionalreligiosa, raccoglierebbe 49-51 seggi, contro i 50-54 delle formazioni sioniste di opposizione: nessuno dei due arriverebbe ai 61 necessari per governare. I partiti arabi, accreditati di 13-15 seggi, sarebbero l’ago della bilancia.

La diminuzione dei consensi, così, non garantisce la sconfitta dell’attuale premier. Per sostituirlo servirebbe un’alternativa capace di governare, e l’opposizione, divisa tra più aspiranti premier e lontana dai 61 seggi, non ha ancora dimostrato di saperla costruire. Netanyahu è minoritario nel Paese, ma guida lo schieramento più compatto.

Con margini così stretti, basta che una lista resti appena sotto la soglia per rovesciare il risultato. È già successo nel 2022, quando la coalizione di Netanyahu ottenne 64 seggi su 120 con il 48,38% dei voti, grazie ai consensi che gli avversari dispersero sotto lo sbarramento. Altrettanto decisiva potrebbe rivelarsi l’affluenza degli elettori arabi.

Le stime, del resto, cambiano sensibilmente a seconda di chi le produce: le emittenti vicine alla destra attribuiscono al blocco del premier la maggioranza che le rilevazioni tradizionali gli negano. Ciascun campo rischia così di arrivare al voto convinto della propria vittoria, e di leggere un’eventuale sconfitta come una frode: un po’ come accade negli Stati Uniti di Trump, il 56% degli israeliani ritiene probabile che esponenti dello schieramento sconfitto rifiutino di riconoscere i risultati delle elezioni e tentino di modificarli ricorrendo alla forza. Un timore trasversale agli schieramenti politici.

In questo clima si inserisce l’annuncio del Likud, che invierà duemila attivisti ai seggi delle località arabe per vigilare contro presunte frodi. Privi di funzioni ufficiali di controllo, si aggiungerebbero agli osservatori già previsti dalla legge, e la decisione riporta alla memoria il 2019, quando il partito organizzò un’operazione di sorveglianza con telecamere nei seggi delle località arabe, suscitando accuse di intimidazione. Secondo gli esperti il rischio è duplice: scoraggiare la partecipazione degli arabi, il cui voto potrebbe risultare decisivo per la sconfitta di Netanyahu, e alimentare accuse di brogli con cui contestare un eventuale risultato sfavorevole.

Sono i segni di una democrazia sotto pressione, dove però i meccanismi formali sono in funzione: il voto si terrà nei tempi previsti, e il premier uscente lo affronta in svantaggio nella maggior parte dei sondaggi.

Per Netanyahu, però, la posta in gioco va oltre il governo. Il processo per corruzione, giunto al sesto anno, non è ancora arrivato a sentenza, e il premier ha chiesto la grazia al presidente di Israele Isaac Herzog, con il sostegno di Trump. Restare in carica non gli garantisce alcuna immunità, ma gli ha permesso finora di affrontare il procedimento senza perdere la propria influenza politica. È la ragione più personale per cui questo voto è per lui molto più di una contesa elettorale.

 

Un’uscita di scena rinviata

Una sconfitta potrebbe non coincidere con un congedo di Netanyahu. Per gli analisti di Chatham House lo scenario più probabile è lo stallo: nessuno schieramento raggiunge i 61 seggi, la Knesset viene sciolta e Israele torna alle urne, con Netanyahu primo ministro ad interim. È l’ipotesi che meglio rivela la natura del suo potere, capace di sopravvivere alla perdita del consenso finché nessun altro riesce a raccoglierlo.

A pesare è anche Washington. La vicinanza a Donald Trump, che gli ha offerto da poco un esplicito endorsement e su cui Netanyahu ha investito gran parte del proprio capitale politico, ne delimita oggi l’autonomia. Nel frattempo, la tanto preconizzata normalizzazione con l’Arabia Saudita, il trofeo che coronerebbe la sua dottrina, resta subordinata a un percorso credibile verso uno Stato palestinese, che la sua coalizione non tollererebbe.

Su questo sfondo, funzionari americani e lo stesso Herzog hanno evocato un’altra via d’uscita: un governo di unità nazionale in cui Netanyahu resterebbe in carica fino a due anni, lavorerebbe alla normalizzazione con l’Arabia Saudita e infine si ritirerebbe. Sarebbe un’uscita di scena negoziata, con un ultimo trionfo diplomatico a fare da sipario.

Il successo diplomatico più importante del premier, infatti, che precede la guerra e le è sopravvissuto, pur uscendone indebolito, consiste proprio negli Accordi di Abramo del 2020, con cui Netanyahu ha ottenuto il riconoscimento di Emirati, Bahrein e Marocco senza subordinarlo alla nascita di uno Stato palestinese, rovesciando così un presupposto che per decenni aveva orientato la diplomazia mediorientale. Dopo il 7 ottobre nessuno dei tre Paesi ha revocato la normalizzazione – anche se la prevista adesione dell’Arabia Saudita non si è verificata.

 

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A settembre, per la prima volta dall’attacco di Hamas, Stati Uniti, Israele, Emirati, Bahrein e Marocco si sono riuniti ufficialmente nel formato degli Accordi. Sotto la superficie politica, inoltre, la cooperazione d’intelligence si è estesa a oltre venticinque Paesi, al punto che persino Riad, inquieta per i missili degli Houthi, chiede oggi accesso ai radar israeliani di allerta precoce. Questa architettura porta la sua firma.

Netanyahu ha tentato il riallineamento regionale più ambizioso della storia israeliana; ma era anche al governo nel giorno più tragico della storia nazionale, e ha trascorso i tre anni successivi a trattare la propria responsabilità come una minaccia da neutralizzare. Lo attende il verdetto di un Paese esausto, in cui un cittadino su quattro dichiara di prendere in considerazione la possibilità di andarsene.

 

 

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