Il Piano Mattei e la nuova architettura della sicurezza energetica nel Mediterraneo Allargato

Il Piano Mattei non è soltanto una strategia di cooperazione con l’Africa: è il progetto più ambizioso che l’Italia abbia avuto dal dopoguerra di trasformare la propria posizione geografica in un vantaggio geopolitico strutturale. A due anni dal lancio operativo, con la seconda relazione annuale presentata al Parlamento e il vertice di Roma del giugno 2025 che ha sancito la convergenza con il Global Gateway europeo, il Piano entra in una fase in cui non bastano più le dichiarazioni d’intenti. Occorre misurarne la concretezza, la coerenza strategica e la capacità di fare da cornice operativa nel lungo periodo in un continente dove altri attori si sono già insediati, con strumenti diversi ma con una determinazione che Roma non può permettersi di sottovalutare.

Il punto di partenza è energetico, ma le implicazioni sono molto più ampie. Nel 2021 quasi il 40% del gas importato dall’Italia proveniva dalla Russia. Quella quota è stata sostanzialmente sostituita da forniture africane: l’Algeria è diventata il principale partner energetico, Mozambico e Repubblica del Congo coprono le punte di fabbisogno stagionale. Questo riposizionamento, accelerato bruscamente dall’invasione dell’Ucraina e dalla rottura con Mosca, ha cambiato il teatro della dipendenza energetica italiana senza però eliminarne il problema strutturale. Il Mediterraneo allargato è diventato, di conseguenza, il principale campo di competizione strategica per Roma.

L’Africa in un atlante pubblicato in Libia nel 1978.

 

Un piano, diciotto Paesi, 5,5 miliardi: il bilancio a metà corsa

Il Piano Mattei, formalizzato nel novembre 2023 e convertito in legge nel gennaio 2024, ha avviato la propria fase operativa con nove Paesi pilota: quattro nel quadrante nordafricano (Egitto, Tunisia, Marocco, Algeria) e cinque subsahariani (Kenya, Etiopia, Mozambico, Repubblica del Congo, Costa d’Avorio). Nel 2025 sono stati aggiunti Angola, Ghana, Mauritania, Senegal e Tanzania. Il 4 marzo 2026 il Governo ha annunciato un ulteriore allargamento a Ruanda, Gabon, Zambia e Repubblica Democratica del Congo, portando il totale a diciotto Paesi.

Le risorse complessive ammontano a circa 5,5 miliardi di euro, derivanti principalmente dal Fondo Italiano per il Clima, con il 70% destinato all’Africa, e dai canali della Cooperazione allo Sviluppo. Al vertice di Addis Abeba, Giorgia Meloni ha dichiarato che di questi fondi ne sono stati effettivamente mobilitati oltre 1,3 miliardi: meno di un quarto del totale annunciato, in un quadro in cui la distanza tra promesse e cantieri aperti rimane la principale vulnerabilità del Piano sul piano della credibilità internazionale.

 

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I sei settori d’intervento, energia, istruzione e formazione, agricoltura, acqua, sanità, infrastrutture, riflettono un approccio deliberatamente multidimensionale. È proprio in questa multidimensionalità che risiede l’originalità del modello italiano: non una sola leva, ma un sistema integrato che intende collegare sicurezza energetica, trasferimento di competenze e sviluppo locale in un’unica architettura. La domanda è se questa architettura sia sostenuta da risorse e da una visione industriale all’altezza delle ambizioni.

 

Il modello dell’idrogeno verde e della formazione tecnica: Algeria, Kenya, Etiopia

Tra i progetti più significativi sul fronte energetico figura il SoutH2 Corridor, l’infrastruttura pensata per trasportare idrogeno verde dalla Tunisia e dall’Algeria verso l’Europa attraverso il potenziamento e la progressiva conversione dei gasdotti esistenti. In Algeria, Eni ha firmato un protocollo d’intesa con Sonatrach per rafforzare la cooperazione energetica, mentre Bonifiche Ferraresi, con il supporto di SIMEST, è già presente con un progetto di agricoltura rigenerativa nelle aree semi-aride del Sahara algerino, affiancato dall’apertura prevista di un centro d’eccellenza per la formazione tecnica nel sud del paese.

Va detto con franchezza che la componente idrogeno verde del Piano incontra un limite tecnico-strutturale non trascurabile: Tunisia e Algeria non dispongono ancora di una produzione di idrogeno rinnovabile in scala sufficiente, e i gasdotti H2-ready trasporteranno verosimilmente gas fossile ancora per un lungo periodo. Eni, nel piano strategico 2026-2030, prevede una crescita nella produzione di gas e petrolio nell’Africa occidentale e settentrionale tra il 3 e il 4% annuo.

In Kenya il Piano abbraccia i progetti ENI sui biocarburanti e sostiene lo sviluppo geotermico, una fonte in cui Nairobi vanta già una leadership continentale consolidata. In Etiopia gli interventi riguardano la salute materno-infantile, le infrastrutture idriche e l’ambiente, affiancati dagli accordi sull’alta formazione sottoscritti con il Ministero dell’Università e della Ricerca nel gennaio 2025. La Joint Declaration con Addis Abeba rappresenta uno dei pochi atti formali del Piano in ambito sub-sahariano che combina ricerca universitaria e proiezione industriale: un modello ancora embrionale, ma coerente con l’impostazione “non estrattivista” che l’Italia dichiara di voler perseguire.

 

Il vuoto del Sahel e la competizione con Russia e Cina

È nel contesto della competizione tra potenze che il Piano Mattei rivela la sua posta più alta e anche la sua scommessa più rischiosa. La ritirata francese dal Sahel, accelerata dai colpi di Stato militari in Mali, Burkina Faso e Niger tra il 2021 e il 2023, ha aperto uno spazio strategico che è stato immediatamente occupato da altri attori. La Russia, attraverso il Gruppo Wagner poi ristrutturato in Africa Corps dopo la morte di Evgenij Prigozhin, ha offerto sicurezza militare ai governi delle giunte, costruendo una presenza capillare che fa leva sulla sfiducia verso l’Occidente accumulata in decenni di interventi considerati paternalistici o condizionati a requisiti politici inaccettabili. La Cina, attraverso la Belt and Road Initiative, ha continuato a penetrare nei nodi logistici del continente, porti, reti ferroviarie, infrastrutture di telecomunicazione, assicurandosi accesso a rame, litio, cobalto e terre rare con una strategia di lungo periodo che è insieme commerciale e geopolitica.

L’Italia propone un terzo modello, che si definisce per differenza rispetto a entrambi: non sicurezza militare come la Russia, non grandi infrastrutture finanziate con debito come la Cina, ma partnership industriale, formazione tecnica e sviluppo condiviso. Nella narrazione ufficiale si tratta di un approccio non predatorio, fondato sulla reciprocità. Sul piano analitico, la distinzione potrà essere valutata solo in tempi più lunghi.

 

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Il modello russo è insostenibile nel lungo periodo perché dipende dalla capacità di mantenere regimi in stato di dipendenza militare continua, in contesti dove l’instabilità è endemica. Offre però qualcosa di concreto e immediato a governi che hanno bisogno di sopravvivere. Il modello cinese ha mostrato i suoi limiti, la trappola del debito non è un mito, anche se il suo funzionamento è più complesso di come viene descritto nella retorica occidentale, ma ha trasformato le infrastrutture africane in modo tangibile e su scala.

Il modello italiano, per affermarsi, deve dimostrare due cose che finora non ha ancora dimostrato pienamente: che i suoi progetti si traducono in benefici visibili per le popolazioni locali e non soltanto per le imprese italiane, e che la sua capacità finanziaria è sufficiente per competere in un continente dove le esigenze di investimento si misurano in migliaia di miliardi di dollari. Un totale di 5,5 miliardi di euro, di cui 1,3 effettivamente mobilitati, è una cifra oggettivamente modesta rispetto alle dimensioni della sfida.

 

L’Italia come hub europeo: la convergenza con il Global Gateway

Il punto più significativo del vertice di Roma del giugno 2025 è la formalizzazione della collaborazione tra il Piano Mattei e il Global Gateway dell’Unione Europea, il programma da 300 miliardi di euro con cui Bruxelles intende offrire un’alternativa alla BRI cinese. Questa convergenza è la scommessa più ambiziosa dell’Italia: trasformarsi nel terminale europeo delle nuove rotte energetiche, logistiche e minerarie che attraversano il Mediterraneo, diventando il ponte industriale tra Europa e Africa che la posizione geografica del paese ha sempre suggerito ma che la politica italiana non era mai riuscita a costruire in modo sistematico.

In questa logica, il Corridoio di Lobito, l’infrastruttura ferroviaria di 1.600 chilometri che collegherà Angola, Repubblica Democratica del Congo, Zambia e Tanzania, è il progetto simbolo: sostenuto da partner europei e statunitensi, con l’obiettivo esplicito di offrire un’alternativa alle rotte logistiche dominate dalla Cina. L’Italia non è il capofila del progetto, ma la sua partecipazione e la capacità di portarlo all’interno della narrazione del Piano Mattei sono un segnale della direzione strategica che Roma sta cercando di imprimere alla propria proiezione africana.

La vera questione è se l’Italia abbia la capacità istituzionale e industriale per giocare un ruolo da protagonista in questa architettura. La moltiplicazione degli attori coinvolti, ENI, Leonardo, Fincantieri, Bonifiche Ferraresi, SIMEST, Cassa Depositi e Prestiti, università, agenzie di cooperazione, è al tempo stesso un punto di forza, nella misura in cui esprime un sistema-paese integrato, e un rischio, nella misura in cui produce una certa frammentazione decisionale, sovrapposizione di mandati e difficoltà di rendicontazione verso i partner africani.

 

Il termometro della rilevanza geoeconomica italiana

La riuscita del Piano Mattei è il termometro della rilevanza geoeconomica dell’Italia nel Mediterraneo Allargato. Ma misura qualcosa di più ampio: la capacità del Paese di trasformare un’idea, quella di una cooperazione non estrattivista fondata su reciprocità e sviluppo condiviso, in una pratica istituzionale e industriale credibile agli occhi dei partner africani.

I segnali andranno valutati a medio termine. La seconda relazione al Parlamento mostra un allargamento progressivo del Piano, una crescente integrazione con le strutture europee e alcuni accordi bilaterali su formazione, energia e agricoltura che hanno sostanza concreta. Al tempo stesso, il gap tra risorse annunciate e risorse effettivamente mobilitate e la difficoltà di costruire una narrativa che risuoni nelle capitali africane senza sembrare una variante più sofisticata del vecchio paradigma coloniale, sono sfide che non si risolvono con i vertici internazionali.

 

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L’Africa non cerca salvatori. Cerca partner che rispettino le proprie priorità di sviluppo, che trasferiscano competenze reali e non solo tecnologia a scatola chiusa, e che abbiano la pazienza e i capitali per costruire relazioni di lungo periodo. L’Italia ha la posizione geografica, la storia industriale e alcune imprese all’altezza di questo compito. Ciò che manca, ancora, è la continuità strategica, la capacità di tenere la barra dritta al di là dei cicli elettorali e delle emergenze contingenti, e una visione finanziaria proporzionata all’ambizione dichiarata.

Se queste condizioni si realizzeranno, il Piano Mattei potrà diventare un modello europeo di engagement con il Sud Globale, costruito non sull’imposizione di condizioni politiche né di dipendenze infrastrutturali, ma su un’idea più esigente e più difficile da praticare: quella di una partnership in cui entrambe le parti guadagnano davvero qualcosa.

 

 

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