Dissuasione e negoziati: il legame che non deve sfuggire in Ucraina

 C’è un legame molto stretto tra due elementi della guerra in Ucraina che vengono solitamente trattati in modo separato: il meccanismo della deterrenza verso la Russia e il possibile avvio di un processo negoziale. In realtà, senza il primo elemento non è neppure immaginabile il secondo.

Il motivo di questo legame, logico e politico, è che sedersi a un tavolo delle trattative significa riconoscere i rapporti di forza sul terreno: almeno da settembre, questi si sono modificati a vantaggio della parte ucraina, come mostrano le dinamiche militari ma anche quelle politiche (mentre è cresciuta la solidità del governo di Kyiv, a Mosca si cercano capri espiatori, traditori e generali inetti da incolpare, dopo che la “mobilitazione parziale” ha portato a fughe di massa di cittadini russi dal Paese). Inoltre, ogni guerra ha una storia che non si cancella, e la guerra russa contro l’Ucraina ha puntato a rovesciare il governo e a distruggere città e infrastrutture in modo massiccio, attaccando sistematicamente la popolazione civile. E’ con questa vivida e tragica eredità che si dovranno fare i conti al tavolo negoziale.

 

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E qui si innesta la questione della deterrenza, non soltanto perché Putin e il suo governo hanno minacciato l’uso di armi nucleari tattiche per distruggere ciò che non si riesce a conquistare – cosa poco credibile, come si è detto dall’inizio, ma pur sempre pericolosissima e gravissima. Il fatto è che una delle precondizioni per una pacificazione russo-ucraina è la capacità di Kyiv di dissuadere Mosca dal tentare nuovamente, in futuro, la strada dell’attacco militare. Si potrà certamente aiutare il Paese con garanzie esterne, anche da parte della NATO senza arrivare alla membership, o magari prima di arrivarci; ma l’esigenza primaria è fornire all’Ucraina gli strumenti per autodifendersi e per effettuare rappresaglie in caso di ulteriori attacchi. Quest’ultimo aspetto non deve essere sottovalutato, ed è probabile che il fattore-chiave in tal senso sarà la vulnerabilità della Crimea ad operazioni ucraine simili a quelle condotte prima contro il ponte di Kerch e poi con i droni nel mese di ottobre.

Si deve sottolineare che ciò è compatibile con il diritto internazionale, secondo il principio della risposta “proporzionata all’offesa” se essa è stata illecita; sarebbe anzi interessante discutere proprio di questo concetto alla luce del tipo di danni inflitti dai russi dopo il 24 febbraio. Ed è nell’interesse della coalizione pro-Ucraina, visto che lasciare Kyiv in balia della “buona volontà” russa – chiunque sarà al governo nei prossimi anni – vorrebbe dire aver sprecato molte risorse per raggiungere un obiettivo di cortissimo respiro. Stabilizzare la lunga frontiera tra questi due Paesi implica cambiare stabilmente i rapporti di forza. In sostanza, un’efficace deterrenza sarà necessaria anche nel rapporto bilaterale Kyiv-Mosca oltre che a livello della NATO o di coalizioni in qualsiasi formato. Un accordo territoriale, preceduto presumibilmente da un cessate-il-fuoco, dovrà comunque includere un qualche “enforcement” che evidentemente è stato insufficiente nel “congelamento” del conflitto del 2014: a distanza di otto anni, come ben sappiamo, le forze russe si sono spinte ben oltre la porzione del Donbass e la penisola della Crimea allora occupate.

Vladimir Putin e il ministro della Difesa russo Sergei Shoigu

 

Assodato allora che l’Ucraina andrà dotata di una significativa capacità di dissuasione verso la Federazione Russa, c’è da chiedersi se il momento delle trattative sia davvero arrivato. L’amministrazione Biden sembra ormai pensare di sì, e ha certamente incoraggiato Volodymyr Zelenksy a ragionare su alcune ipotesi concrete, che hanno cominciato ad emergere con i “dieci punti” presentati dal Presidente ucraino al G20 di Bali. Ma non dovremmo travisare questa fase della vicenda: Washington ha anche chiarito che Vladimir Putin non può porre condizioni, e in fondo neppure aspettarsi di essere in qualche modo protetto dal rischio della cosiddetta “umiliazione” – concetto alquanto sfuggente, a ben guardare, per chi ha apertamente cercato di smembrare un Paese vicino. In proposito, colpisce lo strano metodo adottato da molti fautori di un compromesso che, a loro parere, Kyiv avrebbe dovuto accettare più volte: prima del 2014, a causa della presunta superiorità russa in campo militare; tra il 2014 e il 24 febbraio 2022, a causa della dimostrata capacità russa di invadere a piacimento; dopo il 24 febbraio, a causa della conclamata volontà russa di schiacciare l’Ucraina in poche settimane; ora, per evitare una “umiliazione” a Vladimir Putin. La contraddizione è evidente: se alcune di queste affermazioni sono vere, non possono essere vere tutte.

Se e quando un negoziato verrà avviato, sarà comunque per volontà del legittimo governo di Kyiv – che una vasta coalizione internazionale ha deciso di sostenere – e certamente non “sulla testa” degli ucraini. Non si vede perché, in particolare, alcuni si aspettino che sia Washington a guidare un eventuale sforzo diplomatico dopo aver chiaramente e ripetutamente identificato in una sola parte del conflitto (quella russa) le responsabilità dell’accaduto. Lo stesso vale per l’Unione Europea, a scanso di equivoci, visto il tenore analogo delle posizioni ufficiali assunte da tutti gli organi di Bruxelles e da quasi tutte le capitali.

Sgombrato il campo dall’ipotesi di “mediazioni” che tali non sarebbero, rimane il fatto che la fine delle ostilità non è l’unico obiettivo, come ricorda costantemente Zelensky ai suoi interlocutori stranieri: se un Paese decide di combattere, è perché considera inaccettabile la sottomissione al volere altrui.

Peraltro, dalla stessa prospettiva degli Stati Uniti, la lunga crisi ucraina ha un significato anche globale perché la deterrenza è sempre fondata sulla credibilità complessiva di chi la esercita.

 

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Dunque, garantire il futuro di Kyiv come governo di uno Stato indipendente è ormai un fondamentale interesse americano che va perfino oltre la legittima e sacrosanta speranza di porre fine alla guerra. Lo sanno a Mosca, e lo capiscono bene anche più lontano, ad esempio a Pechino.

 

 

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