Verso i 100 giorni della NATO in Libia

Un recente sondaggio di opinione commissionato dal Financial Times rivela che la maggioranza degli intervistati americani e di cinque paesi europei (Francia, Gran Bretagna, Italia, Spagna, Germania) è favorevole a far cadere il colonnello Gheddafi con la forza, ma è contraria a un aumento dello sforzo militare.

Il quotidiano londinese, in un articolo del 21 giugno, ha enfatizzato la contrarietà dei cittadini all’ampliamento della missione (in particolare l’inclusione di target civili come le infrastrutture, e l’utilizzo di forze di terra). Ma una notizia altrettanto importante nel sondaggio è che quegli stessi cittadini si dicono invece a favore del regime change. È il caso di rifletterci.

Questi dati sembrano spazzare via un dibattito nel quale a volte ci ritroviamo ancora intrappolati: quello sulla legittimità politica del regime change (concetto indissolubilmente legato all’amministrazione di George W. Bush) per i paesi occidentali. Non va dimenticato infatti che la discussione sulla Libia ha spesso ruotato attorno al mandato limitato che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha conferito alla NATO: la risoluzione 1973 fa riferimento alla protezione dei civili, e non all’abbattimento del regime di Gheddafi. Possiamo ora dire chiaramente che questa mancata corrispondenza rimarrà forse un problema serio per i consulenti legali dei governi, o per il rapporto tra esecutivo e parlamento in alcuni paesi, ma certo non una questione cruciale sul piano della politica estera. Non esiste cioè un rischio immediato di perdita di consenso qualora Gheddafi fosse colpito da un missile, e non c’è neppure alcun motivo per nasconderci che questo è uno degli esiti possibili – forse auspicabili – delle operazioni militari in corso da oltre tre mesi. Le decisioni che la coalizione deve prendere restano delicate e controverse, ma soltanto rispetto all’efficacia e ai costi: non rispetto alla questione della legittimità.

C’è poi una seconda riflessione: i governi impegnati nella missione a guida NATO in Libia sono stati – spesso giustamente – accusati di scarsa coerenza, per essere entrati in un conflitto armato senza le idee chiare sugli obiettivi e sul prezzo che sarebbero stati realmente disposti a pagare. In effetti, le opinioni pubbliche di quei paesi (e perfino di un paese come la Germania, che ha fatto una scelta di non coinvolgimento) sono esattamente sulla stessa linea: desiderano raggiungere un obiettivo per il quale non intendono sostenere i costi.

In altre parole, c’è un evidente gap da colmare: per farlo, si può abbassare la soglia degli obiettivi che definiscono il “successo”, si possono aumentare le risorse, o infine si può trovare una combinazione delle due cose. Il guaio è che qualunque di queste opzioni richiede un lavoro di persuasione dell’opinione pubblica, e non soltanto una difesa d’ufficio della decisione presa all’inizio della missione (di partecipare, o di non partecipare nel caso della Germania).

Nella nostra era di austerità – che influenza ovviamente anche le politiche di sicurezza – è opportuno e ragionevole considerare con attenzione i costi di ogni iniziativa in politica estera, e comunque l’uso della forza richiede sempre la massima coerenza tra mezzi e fini. Tuttavia, i leader delle democrazie occidentali hanno anche la responsabilità di spiegare che a volte (anzi, quasi inevitabilmente) le missioni evolvono in corso d’opera e possono protrarsi più del previsto. Ciò non rende sbagliata la valutazione iniziale sull’opportunità di intervenire, se l’obiettivo rimane davvero importante – e allontanare Gheddafi dal potere lo è, per il futuro della Libia, a prescindere da quanto è incerto l’assetto che il paese potrà darsi nel dopo-Gheddafi. Anzi, l’esito della crisi libica è ormai una questione regionale, e come tale influenza i nostri interessi ben oltre Tripoli e Bengasi.

Tenere conto degli umori dell’opinione pubblica è sensato; ma è necessario comunicare all’opinione pubblica (e ai propri parlamenti) che gli obiettivi di politica estera hanno dei costi. Dopo quasi cento giorni di operazioni aeree e navali della NATO, il regime change è diventato il passaggio necessario (sebbene non sufficiente) per raggiungere gli obiettivi della coalizione, soddisfare il mandato dell’ONU, e porre le basi di una Libia migliore (sebbene non una democrazia-modello in tempi rapidi).

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