The end of August

Ultima domenica di agosto, fra l’uragano a New York e i combattimenti a Sirte. Ho spento la televisione: il ciclo delle all news, 24 ore su 24, comincia ad innervosirmi. Quanta forza ha ancora Irene, ormai degradata a Tropical Storm? E quanta ne ha ancora Gheddafi, che sta tentando di trattare? Tutto – “l’evacuazione di New York” (che è stata in realtà molto limitata) e la “spartizione della Libia”(che speriamo non ci sarà) – tende a mescolarsi in un fiume di parole senza senso. Troppo spin mediatico e poca informazione: bel risultato.

Penso a come isolarmi, nel caldo di agosto. Ma non riesco. Mi arriva un primo messaggio, da New York. Un amico mi rassicura sulle sue sorti. “Sai – leggo in fretta sul Blackberry – qui ormai si drammatizza tutto. Una scossa qualsiasi ed è subito un attentato; ah no, sorry, un terremoto. Piove e sarà comunque uragano. Tutto fermo, tutto chiuso, senza vere ragioni. Un po’ “nanny state”, con Obama che vuol fare da balia, un po’ news a getto continuo, in un ciclo di 24 ore. Poi cosa ci toccherà? La piaga delle locuste? Se accendi la televisione non c’è altro che pioggia, cavalloni sulla spiaggia, e gente con l’impermeabile (e il microfono) che vola via nella tempesta, subito rimpiazzata da un altro impermeabile col microfono e altri cavalloni. Tutto ciò in attesa della stagione delle nevicate e dei tamponamenti a catena”.

È divertente ma un po’ ingeneroso con Barack Obama. Meglio un eccesso di precauzione, forse, agli eccessi di distrazione dimostrati da George W. Bush di fronte a Katrina e alle sue vittime del 2005. Ma certo questa incapacità di distinguere fra un uragano e un altro, fra la sua forza iniziale e i suoi effetti finali a New York, non è l’ideale. Ha a sua volta dei costi. Ed è una delle implicazioni distorte della società dell’allarmismo, che descriverei così: tutte le minacce ingiustificate vengono amplificate al massimo, fino a quando – con grande sollievo generale – non si afflosciano di colpo. Esempio: la panzana dell’influenza aviaria. In compenso, tutte le minacce reali, quelle che poi si sono verificate, sono state regolarmente trascurate nell’ultimo decennio. O meglio, lo sono state fino a quando non si sono abbattute – dall’11 settembre alla crisi finanziaria – sulle nostre sorti. Inutile dire che eravamo impreparati. Prevenire la minaccia improbabile è sicuramente più semplice che gestire il rischio possibile. E politica e media si rafforzano a vicenda, in questa direzione.  

Mentre sto per buttare in mare il Blackberry, arriva un secondo messaggio, da un’amica di Tripoli. “Qui si combatte ancora, ma è la coda del crollo di un regime. Gheddafi è finito, dovunque sia: il tentativo di trattare è un segno di disperazione. Potresti dire ai tuoi amici italiani di smetterla di parlare di “ribelli”? Siamo il futuro della Libia nel dopo-Gheddafi. Non so come andrà, i rischi sono enormi. Ma fino a quando voi europei vedrete in noi, nella parte che ha vinto, soltanto dei “ribelli”, resterete lontani dalla realtà”.

È un messaggio che mi colpisce per la sua forza tranquilla. Sono ore drammatiche, a Tripoli e a Sirte. Si contano centinaia di morti, ma alla fine saranno migliaia. E mentre gli scontri continuano, comincia il futuro. È vero; le televisioni occidentali, non solo italiane, parlano ancora di “ribelli”. Perché è più semplice dire una parola così che cercare di capire cosa potrà tenere insieme i capi di Bengasi e i berberi di Nafusa, i giovani di Tripoli e i vecchi collaboratori defezionisti del raìs. La società dell’allarmismo impone di semplificare. Ma così facendo tende anche a impigrire le teste. Ci basta schierarci o vogliamo anche capire?

Butto in macchina le valigie. Agosto sta per finire. Con i suoi rumori di fondo: la guerra di Libia e la guerra dei mercati finanziari, la manovra italiana e le pene americane. L’autunno, dicono gli economisti prima dei meteorologi, resterà caldo. Sarà più caldo di quanto sia mai stato da decenni a questa parte. Difficile contare che la politica nazionale capisca come raffreddare la situazione, invece che contribuire a scaldarla, con l’aiuto un po’ cinico dei media, 24 ore su 24. Ma continuando così, entrambi – politica e news – rischieranno di perdersi per strada la gente. E verrà l’inverno: con i suoi tamponamenti a catena, direbbe l’amico di New York.

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