Riflessi libici sulle scelte americane

Valutare appieno il significato e le conseguenze dell’uccisione di un ambasciatore e tre funzionari americani in un paese arabo richiederà alcune settimane. A maggior ragione se gli episodi di proteste di piazza dovessero propagarsi ulteriormente e ripetersi. Sui riflessi elettorali negli Stati Uniti si possono intanto fare tre riflessioni che, a dispetto di una situazione politica e strategica intricata, sono piuttosto lineari.

La prima riflessione è che la politica estera è sì entrata di prepotenza nella campagna presidenziale, ma con modalità finora assai superficiali: i due candidati hanno fatto a caldo affermazioni di puro principio che alludono all’identità e al carattere nazionale americani senza dare vere indicazioni di policy. In altre parole, dalle prime dichiarazioni sulla vicenda libica, in particolare, non si comprende realmente quale sia la differenza sostanziale tra Barack Obama e Mitt Romney in quanto a scelte operative. Da questo punto di vista, i fatti di Bengasi non hanno cambiato il quadro complessivo:  anche negli scorsi mesi di campagna elettorale gli unici confronti diretti su questioni internazionali erano stati stimolati da dichiarazioni molto dure (fin troppo, per la verità) ma anche molto vaghe da parte di Romney – su temi di grande portata come i rapporti bilaterali con Cina, Russia, Iran, oltre alla crisi siriana e al futuro impegno americano in Afghanistan. In tutti quei casi, Obama aveva potuto di fatto ignorare gli attacchi retorici, trattandosi di prese di posizione assai impegnative e dunque rischiose per Romney, rivolte a un’opinione pubblica scarsamente interessata. Si è detto spesso, tuttavia, che tale atteggiamento sarebbe cambiato repentinamente in caso di un’escalation improvvisa della questione iraniana, e lo scenario è certo ancora plausibile; intanto però Obama (e di riflesso il suo avversario repubblicano) deve di nuovo occuparsi, suo malgrado, della piccola e molto meno importante Libia. A conti fatti, è improbabile che questa sorpresa negativa sia di dimensioni tali da stravolgere le dinamiche elettorali già in atto. E ciò è vero anche se alle dichiarazioni di condanna seguissero azioni coercitive da parte di Washington, magari in stile “pakistano” o “somalo” con l’impiego sistematico di droni e colpi mirati. L’amministrazione si è districata già in passato in situazioni simili, in presenza di critiche sia da destra che da sinistra.

Seconda riflessione: le proteste anti-americane in Egitto, simultanee a quelle in Libia, ci ricordano ancora una volta che un grave problema di fondo con una parte consistente delle opinioni pubbliche arabe persiste a prescindere da chi sia il presidente degli Stati Uniti – e da chi siano i leader dei paesi arabi. La strana vicenda che ha occasionato le proteste è quella di un video realizzato in America e giudicato da molti come “anti-islamico”, dunque un fatto artistico-culturale che può forse avere una qualche valenza politica (in quanto riflette sentimenti presenti nella società americana) ma che certo è al di fuori delle competenze di qualsiasi amministrazione in carica. È chiaro insomma che la cosiddetta “piazza araba” continua a travisare il rapporto che c’è nei paesi occidentali tra potere politico e fenomeni culturali, proprio come per le famigerate vignette danesi o per vari episodi di dissacrazione del Corano. C’è ben poco che un governo possa fare, nel breve periodo, per superare incomprensioni o strumentalizzazioni di questo tipo. In ogni caso, non sembra che la retorica in gran parte “neoconservatrice” adottata da Mitt Romney possa facilitare rapporti già molto delicati né attirare grandi numeri di elettori americani nel clima attuale: anche da questa prospettiva, dunque, Obama non ha molto da temere in chiave elettorale e i trend delle ultime settimane non dovrebbero risultare alterati.

Terza ed ultima riflessione: un vantaggio strutturale di chi occupa la Casa Bianca rispetto allo sfidante sembra decisamente confermato dagli ultimi eventi – il vantaggio dell’apparire “presidenziale”. Obama può dichiarare in modo credibile di essere al lavoro per definire una strategia dopo i fatti di Bengasi (e del Cairo) mentre Romney lo accusa di essere irresoluto ma non propone (e non può realisticamente proporre) un’alternativa chiara. Più in generale, sull’intero scacchiere mediorientale la linea di Obama è stata di grande cautela e restraint, in sintonia con larga parte dell’opinione pubblica americana; i Repubblicani sono invece stretti in una seria contraddizione, tra i “conservatori fiscali” che sostengono il candidato vicepresidente Paul Ryan (favorevoli a tagli e riduzioni degli impegni internazionali) e i “falchi” della politica estera (che puntano a un aumento del bilancio della difesa e promettono una proiezione globale molto più assertiva). Sta a loro risolvere – in fretta – questa tensione interna se vorranno avere una proposta coerente con cui attaccare politicamente il presidente in carica.

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